Archivio tag | tunisi

IL MERCATO DEGLI SCHIAVI A TRAPANI

Assidui lettori, fino ad ora abbiamo sempre parlato dei trapanesi schiavi in Nordafrica. Ma cosa succedeva ai turchi catturati dai trapanesi? Andiamo a vedere.

cosimo iii

Cosimo III de’ Medici, Gran Maestro dell’Ordine di Santo Stefano, ordine cavalleresco corsaro

Ricordiamo ancora una volta che ad andare per mare il rischio di essere attaccati era alto per tutti e quando si avvistava una nave, tutte le discussioni sulla religione passavano in secondo piano rispetto al potenziale bottino. Poteva succedere quindi che cristiani attaccassero altri cristiani, o musulmani altri musulmani. Temibili corsari erano i Cavalieri di Malta e i Cavalieri di Santo Stefano, ma anche i trapanesi avevano acquistato una loro sinistra fama. Salamone Marino ricorda gli «audaci marinai di Trapani, che coi loro minuscoli liutelli e la primitiva arma dei ciottoli, non solamente sanno vincere e predare le fuste e le galeotte dei corsari barbareschi, ma tengono rispettate le spiagge trapanesi e paventati e indisturbati esercitano la pesca fin nei lidi africani»

Mercati per la compravendita di schiavi erano sorti un po’ in tutte le principali città costiere del Mediterraneo. In Italia i principali si trovavano a Livorno, Pisa, Napoli, Messina, Palermo e Trapani. Poi c’erano quello della Valletta, quelli spagnoli a Siviglia, Palma di Maiorca, Almeria e Valencia, quelli in Adriatico a Segna, Fiume, Valona e Durazzo, e quelli africani di Tripoli, Tunisi, Biserta, Algeri, Tétuan, fino ad arrivare a Larache e Salé, questi ultimi due sull’Oceano Atlantico.

Galioto

La vita a bordo delle galee era durissima. Ciononostante, i galioti erano spesso affiancati dai bonavoglia, che ne condividevano volontariamente il triste destino

Non stiamo parlando di fiction. A quei tempi si poteva davvero andare al mercato a comprare uno schiavo, anche a Trapani. Il mercato si teneva nel rione Casalicchio, l’odierno San Pietro, di fronte al porto. Nella toponomastica cittadina quel luogo si chiama ancora oggi la Via dei Saraceni. Successivamente venne spostato nella Rua Grande, il Corso Vittorio Emanuele.

Il destino più duro era riservato ai giovani robusti che finivano al remo a bordo delle galee, da cui difficilmente uscivano vivi. I più fortunati erano invece quelli che potevano essere scambiati con altri schiavi in Nordafrica. Come succedeva anche ai cristiani, chi si convertiva aveva qualche possibilità di ottenere la libertà, ma la decisione finale spettava al padrone che nel caso avrebbe perso i soldi dell’acquisto.

Ma uno che se ne faceva di uno schiavo? Giuseppe Bonomo racconta che a Trapani tra il 1590 e il 1610 molti personaggi possedevano o avevano in affitto schiavi e schiave addetti ai lavori casalinghi. Ma non sempre l’acquirente li impiegava direttamente: per alcuni mercanti erano semplicemente un investimento e li davano in affitto, individualmente o a gruppi, per impiegarli nei campi, nelle masserie, nelle cave, nella costruzione di case, strade o altro.

Una conseguenza della conquista di Tripoli nel 1511 da parte di Ferdinando il Cattolico, fu l'arrivo in Sicilia di un gran numero di schiavi, che causò l'abbassamento del prezzo di mercato

1510. Dopo la conquista di Tripoli da parte di Ferdinando il Cattolico, arrivò in Sicilia un gran numero di schiavi. Una conseguenza fu l’ulteriore abbassamento del prezzo di mercato

I proprietari di schiavi erano tenuti a registrali. Era il rivelo, una sorta di redditometro dell’epoca, che serviva a pagare la corrispondente “gabella degli schiavi e bestie erranti”.

Ufficialmente a Trapani all’inizio del ‘600 gli schiavi non arrivavano al centinaio, molti dei quali cristiani, su una città di circa 18000 abitanti. Ma, se i nostri antenati erano bravi a eludere il fisco come lo sono i contemporanei, il numero reale doveva essere molto più alto. A un certo punto, oltre al possesso, venne tassata anche la compravendita, in misura del 20 per cento del prezzo di vendita. Si chiamava quinta, ed era in pratica l’IVA sulla schiavitù. In questo business si distinguevano gli ecclesiastici. Moltissimi di questi, quasi tutti, possedevano schiavi. Sempre lo stesso Trasselli ritiene che a Trapani nel XVII secolo quasi metà degli esportatori di schiavi erano sacerdoti.

19 agosto 1806. L'era della schiavitù volge al termine, ma un certo Reabbo, probabilmente un mercante turco, chiede al capitano romeo notizie di suo fratello, probabilmente schiavo a Trapani

19 agosto 1806. L’era della schiavitù volge al termine, ma un certo Reabbo, mercante turco, chiede al capitano Romeo notizie del fratello, forse schiavo a Trapani

Il numero delle schiave superava dell’80 per cento quello degli schiavi. Le schiave venivano impiegate per lo più nei lavori di casa, ma non solo. Le ragazze più avvenenti costituivano un piccante diversivo alla noiosa routine domestica e, come ci racconta sempre il Trasselli, nelle case dove vivevano era frequente la presenza di figli naturali. Le altre invece erano avviate alla prostituzione per conto del padrone.

Gli schiavi si compravano a buon prezzo perché i musulmani raramente pagavano per riscattarli e quindi l’abbondanza dell’offerta manteneva basso il prezzoUno schiavo giovane e in buona salute costava 40-60 unze e non c’era grande differenza tra il prezzo di un uomo e di una donna. Per fare un confronto, dopo la terribile carestia del 1671, una salma di frumento, corrispondente a circa due quintali e mezzo, costava 4 unze e 8 tarì e un cantaro di olio, che era circa ottanta litri, 3 unze e 10 tarì. (qui, qui e qui trovate i dettagli sulle unità di misura siciliane)

Con questo articolo chiudiamo per il momento la lunga indagine su corsari e pirati. Ci ritorneremo, perché non è possibile farne a meno, non più in modo diretto, ma come sfondo di altre avventure… Alla prossima!

Annunci

USANZA DI MARE

E che ti pari, che i cristiani cu li danari sono megghiu di li turchi?

Usanza_di_mareCarissimi lettori, ad agosto vi abbiamo lasciato in pace con le storie di schiavi e corsari, ma adesso ritorniamo alle vecchie abitudini. Ricordate Diego Martinez (link), il virtuoso trapanese che in Barbaria ha sofferto le pene dell’inferno? Ebbene, Antonino Rallo, nel suo Usanza di mare, racconta una versione della storia leggermente diversa.

Diego, artigliere in servizio all’Isola Formica, viene catturato dai corsari e portato a Tunisi assieme a due compagni di sventura, Diego il pacecoto e il taurino Peppe Masso, pacecoto anche lui. Sulla nave incontrano una vecchia conoscenza, l’ambiguo dottor Sala, ebreo trapanese fuggito a Tunisi, dove  è diventato il factotum di un ricco mercante, il pio Sitbarbalì, che ne aveva sposato la sensuale cugina Rachele. Con un abile stratagemma il dottor Sala riesce a far finire i tre nella casa di Sitbarbalì.

Fra i tre, quello che se la passa meglio è senza dubbio Diego il pacecoto, che diventa suonatore di mandolino e riesce a mettere su un’orchestrina e che, approfittando delle frequenti assenze del padrone, diventa l’amante di Rachele. Se si convertisse all’islamismo potrebbe riacquistare la libertà, ma lui non sembra curarsene troppo. In fondo quella vita non gli dispiace.

Mappa_canale_di_sicilia

L’affascinante ambientazione del romanzo

Peppe Masso, dopo un umiliante periodo iniziale in cui è costretto ad accoppiarsi senza sosta con donne africane per procreare nuovi schiavi, aiuta Diego Martinez a lavorare il corallo. Non sarebbe un cattivo impiego, ma i due sono costretti a rubare la materia prima da lavorare, cosa che rende il lavoro molto rischioso per i motivi che si possono facilmente immaginare.

Di riscatto dalla Sicilia non era il caso nemmeno di parlare. Da Trapani le maestranze dei corallari, con cui Diego aveva avuto vecchie ruggini, gli fanno sapere che non avrebbero pagato. Quanto ai due pacecoti, sono appunto pacecoti, e alle spalle non hanno organizzazioni in grado di riscattarli. Significa che i tre devono mettere da parte i soldi del riscatto da soli, e Diego Martinez e Peppe Masso ci riescono grazie ai proventi di una tonnara costruita a Sidi Daoud. I due però non vogliono lasciare la Tunisia senza due amici irlandesi, schiavi cristiani come loro. E poi Peppe Masso vorrebbe portare con sè l’amata Kahina, una schiava mulatta dagli occhi blu.

In questa situazione, dopo una notte d’amore con Rachele, sopravviene la morte di Diego il pacecoto. Questo episodio dà al romanzo la svolta attesa da lungo tempo, ma per non rovinarvi il piacere della lettura, non raccontiamo come va a finire. Vi diciamo solo che non c’è traccia del virtuoso Diego di cui ci parla il Di Ferro, la cui storia alla fine è meno verosimile di quest’opera di fantasia. Il libro è molto piacevole e si legge tutto d’un fiato, un po’ come i libri di Giuseppe Romano.

La Tonnara dell'Isola Formica ai giorni nostri - Credit: Panoramio

La Tonnara dell’Isola Formica ai giorni nostri – Credit: Panoramio

Dimenticavo, volete sapere in che lingua comunicano trapanesi, irlandesi, maltesi, berberi, africani, turchi e tutti gli altri personaggi del libro? Non avete che da comprarlo, scoprirete anche qual è l’usanza del mare che dà il titolo al romanzo…

DIEGO, IL VIRTUOSO

Non possiamo che essere d’accordo con chi dice che le storie di schiavi trapanesi in Barbaria siano ancora sconosciute ai più. Ancora poco noto è ad esempio il tragico destino di Diego Martinez a cui dedichiamo il post di oggi. Diego era nato a Trapani nel 1697 e nelle sue vene scorreva sangue spagnolo e trapanese, essendo figlio di un soldato spagnolo, Andrea Martinez, e di una donna trapanese, Contesta Dalfina. Pescatore e lavoratore di coralli, dopo essersi sposato e aver avuto due figli, diventò artigliere all’isola Formica.

Lo troviamo qui quando il 19 giugno 1744 l’isola viene attaccata da sette galee partite da Biserta. Come dice il poeta Cosimo Pepe Unam formicam septem invasere leones.

Guercino: Giuseppe e la moglie di Putifarre - E' incredibile la somiglianza tra la storia della moglie di Putifarre, che provò a sedurre il patriarca Giuseppe, e della moglie di Sitbarbalì, che insidiò Diego Martinez

Guercino: Giuseppe e la moglie di Putifarre. L’episodio, narrato nella Genesi 39, 1-20, è straordinariamente simile alla storia di Diego Martinez e della moglie di Sitbarbalì

Gli uomini del presidio resistono valorosamente per otto ore, ma poi si devono arrendere. Il bilancio è di tre trapanesi morti in battaglia, due fuggiti a nuoto e i rimanenti trentasei, tra cui Diego, catturati e portati in catene a Tunisi. Diego si può considerare abbastanza fortunato perché finisce nella casa di un facoltoso musulmano, un certo Sitbarbalì, con cui i rapporti sono a quanto pare subito buoni. Purtroppo non si può dire altrettanto di quelli con una delle sue mogli, non perché a lei non piaccia, ma proprio per il motivo opposto. Infatti nonostante Diego sia già sulla cinquantina, alla donna piace fin troppo.

Costei, procace, bellissima, voluttuosa, è una ebrea divorata dall’ambizione. In gioventù, non potendo sposare un musulmano a causa della sua religione, aveva finto di convertirsi al cristianesimo per farsi battezzare e poter sposare Sitbarbali. Successivamente però aveva tradito anche il cristianesimo per convertirsi all’islam. Fatto sta che la donna, di cui non conosciamo il nome, non si accontentava del marito e, appena arrivato Diego, lo insidia senza alcun pudore, come parecchi secoli prima aveva fatto la moglie di Putifarre con Giuseppe. Anche il povero trapanese rifiuta le avances con orrore, ma la padrona interpreta quel rifiuto come dovuto alla timidezza, col risultato che le sue sfrontatezze aumentano. Ma più lei abbandona ogni contegno con lusinghe e minacce, più Diego si chiude in un ostinato silenzio. Non parlerà mai nemmeno a Sitbarbalì delle vessazioni subite.

Viene impiegato nei lavori più disdicevoli, privato dei vestiti, il cibo che gli viene dato diventa sempre più disgustoso, ma niente di tutto questo è sufficiente per farlo cedere. Come estrema umiliazione, la donna gli ordina di portarle l’acqua mentre si immerge licenziosamente nel bagno e ci vuole tutta la forza di volontà di Diego per comandare ai suoi sensi di resistere.

La perfida padrona però non si rassegna. Prima chiede aiuto a una schiava, ministra delle sue dissolutezze, sulle cui gambe Diego si adagia, ma solo per riposare, e poi addirittura convince le sue due figlie vergini a sedurre lo schiavo, ma Diego tiene con loro lo stesso contegno che aveva riservato alla madre.

Di Ferro inserì Diego Martinez tra gli illustri trapanesi. Ma fu davvero un virtuoso?

Di Ferro definisce Diego Martinez un virtuoso. Lo fu veramente?

Alla fine, dopo due anni di indicibili sofferenze e atroci provocazioni, il 15 agosto 1746, giorno in cui nel mondo cattolico si festeggia l’assunzione in cielo di Maria, Diego viene ucciso. Non abbiamo altri elementi, forse viene avvelenato o forse affogato, non si sa.

Davanti al cadavere, la donna ostenta la più assoluta indifferenza. Il marito, informato delle angherie subite da Diego, esclama con ammirazione: “E’ possibile che tanto regni ne’ cristiani la pazienza? Mi dolgo di non aver dato a questo schiavo fedele la sua libertà.

La relazione sulla morte di Diego Martinez, redatta da un certo Sani nel 1785, è oggi introvabile. Quello che ci resta è il racconto di Giuseppe Maria di Ferro nella Biografia degli uomini illustri trapanesi dall’epoca normanna sino al corrente secolo dove Diego viene definito virtuoso. Il Di Ferro, bigotto e misogino, probabilmente ha calcato un po’ troppo la mano e forse Diego non era così virtuoso come ci viene descritto. Così la pensa anche Antonino Rallo che nel libro Usanza di Mare, dà una versione della storia leggermente diversa, ma di questo parleremo un’altra volta.

ANTONINO, IL MARTIRE

Completiamo, ma solo per il momento, la rassegna sulla corsareria, con la storia di Antonino Paci, una delle vittime della guerra di corsa nel Mediterraneo.

Antonino Paci era un dodicenne trapanese, che nonostante la giovane età, lavorava già come bottaio. Un giorno venne sorpreso da un attacco corsaro nelle acque di San Vito dove si trovava per motivi legati al suo lavoro. Portato in Tunisia e venduto come schiavo si poteva considerare abbastanza fortunato perché finì nella casa di un facoltoso commerciante, a cui educava il figlio, un bambino di sei anni di nome Chor. Il padrone era molto contento di Antonino e promise di liberarlo quando il figlio avrebbe completato l’istruzione, ovvero dopo sei anni.

Modellino in argento di uno sciabecco, imbarcazione araba usata dai corsari

Modellino in argento di uno sciabecco, imbarcazione normalmente usata dai corsari

Nel frattempo a Trapani, i suoi genitori non si danno pace e fanno di tutto per riportarlo a casa. Il padre, Francesco, comincia a fare la spola tra Sicilia e Nordafrica, racimola un po’ di soldi ed è sul punto di riscattarlo, quando la moglie del mercante si mette di mezzo e convince il marito a non lasciare partire Antonino, tanto si era affezionata a lui…

Francesco Paci non si arrende, i suoi viaggi in Nordafrica continuano e durante uno dei questi subisce un’imboscata al largo di Agrigento, muore in mare ed esce dalla nostra storia. Rimane la madre, Giovanna Saporito, che col marito appena morto in mare e un figlio prigioniero in Nordafrica, non si rassegna e compra uno schiavo turco da barattare col figlio. A differenza di quanto crede Giovanna però, il giovane turco non viene da una familia ricca e ha quindi poco valore sul mercato. Inoltre a un certo punto il turco chiede il battesimo, cosa che rende felicissima la padrona che decide di affrancarlo, ma che lo rende inutile ai fini della liberazione di Antonino. Giovanna sicuramente stava continuando a pensare a come liberare il figlio, ma a un certo punto ecco che accade un imprevisto.

Il martirio di Sant'Andrea. Nella Pasqua del 1650 Antonino Paci fu crocifisso su una croce come questa

Il martirio di Sant’Andrea. Nella Pasqua del 1650 Antonino Paci fu crocifisso su una croce simile

Siamo nell’aprile 1650. Antonino e il piccolo Chor si trovano in giardino. Dall’interno il padrone ordina ad Antonino di portargli una brocca d’acqua, ordine eseguito immediatamente da Antonino, che entra in casa lasciando da solo il bambino per qualche istante. Al ritorno in giardino però il piccolo è scomparso. Sconvolto, Antonino avverte subito il padrone, e assieme si mettono alla ricerca di Chor. A questo punto si fa avanti un testimone oculare che risulterà decisivo per la nostra storia. Dice di aver visto proprio Antonino spogliare il bambino dei gioielli e gettarne il corpo in un pozzo poco distante. E in effetti, una volta condotti sul posto, trovano il cadavere. A nulla valgono le proclamazioni di innocenza di Antonino. Le prove sono contro di lui.

Antonino viene cosí processato sommariamente e condannato a morte. Ha appena 15 anni, e la sola possibilità di sfuggire al tragico destino è l’abiura della fede cristiana, suo unico conforto. Le parole Io nacqui cristiano ed ho sempre professato questa fede. Io moriró cattolico e sono pronto a dare la vita per la veritá del Vangelo dimostrano la fermezza della sua fede. Un altro schiavo, il sacerdote Paolo Ferlito, lo assiste in questi momenti terribili e  riporta che Antonino non pronuncia mai una sola parola contro i sui carnefici. Ma questo anziché intenerirli, ne aumenta la crudeltà. Prima gli danno seicento bastonate e gli conficcano nei piedi alcune lame di ferro infuocate, poi lo legano alla coda di un cavallo e lo trascinano per le strade di Tunisi tra le grida e gli insulti della popolazione. Infine la sera del sabato 16 aprile 1650, l’indomani a Trapani e nei paesi cattolici si festeggia la Pasqua, Antonino viene issato su una croce, a forma di quella di Sant’Andrea. Le mani e i piedi vengono inchiodati alla croce. Dei legni acuminati tra la croce e la schiena gli serrano le carni. Ad aumentarne se possibile la sofferenza, il volto viene ricoperto di miele, per attirare gli insetti, e come se non bastasse prima di morire la popolazione sfoga l’ira collettiva bersagliandolo di pietre.

La storia di Antonino Paci ci viene tramandata da Giuseppe di Ferro, che attinse da uno scritto del notaio Matteo Verdirame

La storia di Antonino Paci viene raccontata da Paolo Ferlito, schiavo anche lui, al ritorno dalla Tunisia, e messa per iscritto nel Settecento dal notaio Matteo Verdirame. Nel secolo successivo Giuseppe di Ferro la inserisce nelle biografie degli illustri trapanesi

La morte è lenta a venire e Antonino spira dopo tre lunghissimi giorni di agonia a mezzogiorno del martedi 19 aprile 1650. Viene sepolto nel cimitero di Sant’Antonio fuori le mura di Tunisi dove Paolo Ferlito, ne celebra il funerale. Le uniche invocazioni, ci viene tramandato, sono per la Madonna di Trapani.

Ma se non era stato Antonino, chi ha ucciso il figlio del mercante? Era stato proprio il suo accusatore che, vedendo il bambino tutto ingioiellato, lo derubò, lo uccise e gettò il corpo nel pozzo. E siccome la veritá viene sempre a galla, l’infido turco venne scoperto e giustiziato pure lui. Peccato che Antonino fosse già morto…

La storia ci viene raccontata da Giuseppe Maria Di Ferro che la inserì nella sua Biografia degli uomini illustri trapanesi dall’epoca normanna sino al corrente secolo. Di Ferro fu uno storico trapanese che oggi chiameremmo razzista o islamofobo, e la veridicità delle sue storie è tutta da dimostrare. Anzi, il fatto che il Di Ferro descriva i primi anni di vita di Antonino Paci, alla stregua della vita di un santo, ce ne fa dubitare parecchio. Ma non c’è dubbio che la secolare convivenza con la guerra di corsa ha influenzato non poco le tradizioni e i racconti popolari della città di Trapani.

LA REDENZIONE DEI CAPTIVI

«Vui mi pare che aviti poco cura a li fatti mei, che haio mandato multi literi, e mai non fu inpissibuli reciviri da voi uno signo di litera». Chi scrive è Giuseppe Sanzica, uno schiavo siciliano che accusa la sorella di non rispondere ai suoi messaggi e la implora di darsi da fare per riscattarlo, uno dei tanti sventurati rapiti dai corsari e trascinati in catene a Tunisi, a Biserta, ad Algeri. Uno come Vito Lucchiu, insomma…

moro

Corsaro barbaresco del XVI secolo

Nelle puntate precedenti abbiamo visto che nel Cinquecento il Mediterraneo era un posto pericoloso. C’erano i corsari islamici, autorizzati dal sultano, c’erano i corsari cristiani, autorizzati dal re, c’erano i pirati di entrambe le parti, senza patente di corsa, tra cui anche schiavi liberati, che mettevano in pratica l’arte della pirateria dopo averla appresa sulla propria pelle. Non è un caso che in quegli anni il mercato dei captivi, cioè dei catturati, è floridissimo, sia a Trapani che in Barberia.

Qualche sovrano provò ad arginare il fenomeno. Carlo V fu uno dei più decisi, ma, a parte momentanee battute d’arresto, il numero dei regnicoli, anche trapanesi, catturati continuava ad aumentare, come testimoniato da numerosi atti notarili che ci sono pervenuti. Citiamo per tutti il patto del 1574 tra Lazarino Garibo e Benedetto Lanzetta, col primo che, davanti al notaio Francesco Amelia, si impegna a redimere mastro Andrea Marino prigioniero a Tripoli, per la somma di 200 ducati napoletani. Riceve in acconto 20 unze siciliane; il saldo sarebbe avvenuto entro un mese dall’avvenuto riscatto. E qualora non avesse trovato o non avesse potuto redimere il detto Andrea, allora il Lazarino avrebbe restituito quanto ricevuto in acconto. E se Andrea fosse invece morto in itinere, fatta la prova documentata, allora il Lanzetta sarebbe stato dispensato dal corrispondere il saldo pattuito, ovvero i 180 ducati.

Arms_of_the_Mercedarians_(Version_without_Crest)

Lo stemma dell’Ordine di Santa Maria della Mercede, fondato nel 1218 con lo scopo di liberare i prigionieri cristiani fatti schiavi dai musulmani. A Trapani i mercedari avevano la sede in via Mercé

A causa dei continui rapimenti, il 16 maggio 1585 il Parlamento Siciliano, istituì l’Arciconfraternita per la redenzione dei captivi sul modello di quella già attiva a Napoli con l’obiettivo di agevolare il ritorno degli schiavi dal Nordafrica.

La burocrazia in Sicilia era lenta anche allora e così passarono 11 anni – il 7 maggio 1596 – prima che il Consiglio Comunale di Trapani, “considerato che questa città  è maritima vicina a Barbaria, dove vi sono molte persone che patino disagi per essere presi et cattivati da Infedeli”, decise l’istituzione della Santa redemptione dei cattivi. Per una cinquantina di anni l’organizzazione ebbe la sua sede nella Chiesa di S. Giovanni di Via Libertà dove oggi c’è l’Oviesse, per poi trasferirsi nel convento dei padri mercedari in via Mercé.

Vennero così introdotte alcune misure per raccogliere i soldi per i riscatti. Le principali furono una tassa per i nobili della città, una colletta casa per casa, a cui contribuirono generosamente soprattutto i pescatori, essendo i più esposti agli attacchi. I notai ebbero l’obbligo di ricordare ai testatori la possibilità di una donazione alla Confraternita. Infine in ogni chiesa fu istituita la cascia per la redenzione dei cattivi. C’è da dire che in realtà molti di questi provvedimenti erano diffusi anche prima della delibera del consiglio comunale.

elenco_1

Elenco degli schiavi riscattati il 30 aprile 1590

I soldi raccolti venivano mandati a Palermo nella chiesa di Santa Maria la Nova, sede centrale dell’Arciconfraternita, che avrebbe provveduto a trattare collettivamente la liberazione coi berberi. In realtà le trattative erano affidate a degli intermediari, esosi più degli stessi padroni turchi, che spesso costruirono la loro fortuna sulle sventure altrui. Infatti il riscatto degli schiavi cristiani in Barberia era un meccanismo complesso e anche se non mancarono motivazioni umanitarie, l’opera misericordiosa si mischiava il più delle volte con fini commerciali.

Tra le storie dei tanti trapanesi catturati o caduti in mare in quei secoli, ci limitiamo a raccontare due episodi. Il primo riguarda ventuno trapanesi, tutti tra i venti e i trenta anni, catturati nel 1689 nel Canale di Sicilia e portati a Dulcigno, sulle coste adriatiche dell’Impero Ottomano, da cui sarebbero dovuti partire per Costantinopoli. Se liberare un gruppo di schiavi prigionieri in Nordafrica, non era facile, liberare quelli trattenuti in posti più lontani, con minore conoscenza del luogo e minor numero di contatti tra i cristiani, era impresa veramente ardua. Con grande ostinazione il sacerdote Francesco Giannetto convinse la Deputazione palermitana a farsi carico del riscatto. E così dopo due anni di trattative serrate venti trapanesi furono liberati. Il ventunesimo purtroppo morì in cattività. Il tutto costò ben 1076 zecchini veneziani, cifra elevata per i tempi, buona parte dei quali finirono nelle tasche del mercante dalmata Giovanni Giacomo Lalich e dei faccendieri veneziani Giuseppe e Tommaso Meratti.

Il secondo episodio riguarda una flotta di 36 barche di corallisti che il 13 giugno 1776 stavano pescando presso l’isola tunisina della Galita quando a un tratto 4 galee e molte galeotte di algerini catturarono il padrone dei bastimenti Gaspare Previto e altri 28 membri dell’equipaggio, tra cui il barbiere Vito Bascone e il cappellano Alberto Gaetani. Riportiamo la lettera che quest’ultimo scrive ai familiari.

9_La Flagellazione

La Flagellazione, di autore ignoto, uno dei misteri di Trapani

Tunisi 17 giugno 1776
“Sorella e nipote sfortunatissimi, venerdi del 14 corrente, alle ore 13 fummo assaltati da 4 galere ed uno scampavia, ed havendo chiamato padron Vito Bonanno e padron Giuseppe Garofalo con la mano si mostrarono surdi do mentre il bastimento grosso s’imbattagliava, ed io sul detto bastimento per assistere all’ammalati… alla fine doppo lungo combattimento fummo forzati a renderci, senza nessuna disgrazia, solamente fu ammazzato un maltese. Sorella non so cosa scrivere, basta dirvi che se volete vedere me, andate in S.Michele, osservate la Flagellazione e vedrete me: ignudo con la sola camicia, tremante di freddo e quasi spirante, miserere mei. Vi devo solamente aggiungere che ni lasciaro soli. Addio, sorella, addio. Il tuo sfortunatissimo fratello e povero scavo Alberto Gaetani.”

Non conosciamo la sorte del cappellano e degli altri, ma sappiamo che 10 navi riuscirono a fuggire e a riparare nel porto di Trapani con 150 quintali di corallo, che fruttarono un incasso superiore a 6000 unze.

Thomas Jefferson by Rembrandt Peale 1800

Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti, attuò il primo intervento militare statunitense al di fuori del territorio nazionale

Quello raccontato è uno degli ultimi episodi di attacchi ai pescatori trapanesi. Per sconfiggere i pirati, gli stati del Mediterraneo, oltre all’impiego di navi militari equipaggiate coi moderni motori a vapore, usarono proprio i corsari. Ma i corsari dal canto loro sin dal Settecento non se la passavano bene neanche loro, a causa della debolezza dell’Impero Ottomano e dell’espansione europea, soprattutto francese, in Nordafrica. Ricordiamo pure che gli Stati Uniti effettuarono la loro prima guerra fuori del territorio nazionale nel 1802-1805 proprio contro il pascià di Tripoli, Yusuf Karamanli, che era proprio un corsaro. La guerra, fortemente voluta dal pacifista Thomas Jefferson, si concluse con la sconfitta del turco che, come consolazione, rimase nella storia per essere stato il primo capo di stato a dichiarare guerra agli Stati Uniti d’America. Il trattato di Utrecht del 1713, e poi la Conferenza di Parigi del 1856, hanno messo al bando le lettere di corsa. Curiosamente tra i firmatari di tali dichiarazioni non figurano gli Stati Uniti, la cui Costituzione, articolo 1 sezione 8 comma 11, ancora oggi assegna al Congresso il potere di rilasciare lettere di marca.

Ma stiamo divagando troppo. Ormai la l’Arciconfraternita aveva fatto il suo tempo e non aveva più ragione di esistere. Venne sciolta ufficialmente nel 1860 anche se aveva cessato ogni attività già da molti anni. Alcuni storici stimano Il numero di prigionieri della guerra di corsa nel Mediterraneo in oltre un milione. Il maggior tributo di sangue fu pagato dalla città di Trapani.

VITU LUCCHIU – 2

Amatissimi lettori, avete già letto la storia di Vitu Lucchiu? Se l’avete presa come una storia di fantasia, siete in buona compagnia perché io ho fatto lo stesso la prima volta che l’ho sentita. Ma le cose stanno veramente così?

Osman_I.jpg

Osman I, fondatore dell’Impero Ottomano

La pirateria affonda le sue radici nella notte dei tempi e nel medioevo abbondano le testimonianze di atti di pirateria. Però dal ‘300 in poi questi episodi diventano molto più frequenti. Cos’era successo? Un nuovo e potente impero era nato nel cuore del Mediterraneo. Era molto agguerrito, aggressivo e in piena espansione. Fu fondato da un certo Osman, un piccolo capotribù dell’Anatolia, che nel 1299 si nominò sultano dell’impero che in suo onore si chiamò ottomano.

Il nuovo stato, come tutti gli stati, aveva mire espansionistiche e in circa due secoli aveva conquistato in rapida sequenza l’Anatolia, la Grecia e tutto il resto dei Balcani, l’Egitto, la Siria e i paesi arabi del Vicino Oriente, il Nordafrica. A dirlo così sembra poca cosa, ma era un impero vastissimo, che nel momento di massima espansione comprendeva città come Bagdad, Costantinopoli, Tripoli, Atene, Alessandria d’Egitto, Sofia, Tunisi, Belgrado e La Mecca. A un certo punto si temette addirittura per la sorte di Vienna, capitale dell’Impero Asburgico.

impero_ottomano

L’Impero Ottomano al momento di massima espansione

La storia è interessante, ma non è di questo che vogliamo parlare. Quello che è a noi interessa è che col nuovo stato si ebbe un incremento del fenomeno della pirateria. Non si trattava però di pirati propriamente detti, che razziavano qualsiasi nave per amor di bottino, ma di corsari, che esercitavano la loro attività dopo aver ottenuto dal sovrano la cosiddetta lettera di corsa, una sorta di patente, infatti veniva chiamata anche patente di corsa, che li esentava da ogni conseguenza purché si limitassero ad attaccare solo le navi nemiche. Non ciurme disorganizzate di cani sciolti quindi, ma milizie organizzate sostenute dallo stato. Per i malcapitati che venivano assaltati la perdita del carico della nave era il minimo. Nei casi più gravi ci lasciavano la pelle oppure venivano portati in Berberia e venduti come schiavi. Alcuni schiavi, convertitisi all’islam, diventarono a loro volta dei corsari famosi, come il famigerato Ulucchiali.

Kılıç-Ali-Paşa-Kimdir

Uluç Ali, Ali il Rinnegato, conosciuto in Italia col nome di Ulucciali

Le incursioni interessavano tutto il Mediterraneo e in particolare la Sicilia, data la vicinanza con le coste africane e divennero ancora più frequenti nel XVI secolo quando il sultano ottomano Solimano il Magnifico, e il re francese Francesco I, si allearono contro la Spagna, cui la Sicilia apparteneva. Tutto interessantissimo, ma ancora non abbiamo ancora risposto alla domanda: Vitu Lucchiu è esistito davvero?

Ebbene, cosa accedeva in Sicilia in quel periodo? Le città cominciarono a chiedere aiuto al potere centrale. E’ del 1402 un drammatico appello della cittadinanza trapanese al re Martino I per fortificare le mura, appello che inizialmente cadde nel vuoto, ma poi dopo una sollecitazione di alcuni trapanesi portò il re a costruire 12 galee per la difesa della Sicilia. Riportiamo la supplica e i nomi dei trapanesi e a futura memoria:

Cridimu che la Vostra Maistà nun sia plenarie informata di la debilitati nostra per via di li mura, li quali in gran parti sù indefendibili et ancora di la genti la quali è molto poca et non armata, et nun comprehndendo cum li occhi li nostri nicissitati cum deliberacioni di lu vostru consiglu nun haviti ben dilibiratu et cum reverencia di la excellencia vostra mustrati vui haviri poca cura di la Terra di Trapani, la quali finu ad hoggi havimu conservatu cum tanti nostri affanni dapniet innumerabili periculi di pirsuni… nun duvrissivu mai dismenticari, eo maxime, ki pri li articuli di la fidilitati li principi su tinuti conservari li pirsuni et li loru beni, vi dicimu ki tucta kista universitati grida reparacioni di li mura per nostra defensa dichendu nui vulemu innanti muriri per manu di lu nostru signuri havendu spisu li dinari di la universitati ki pir manu di li inimichi et cussì facemu, né cunsidirati ki zò facemu per reverencia, ma per conservacioni di la terra nostra di la quali mustrati poca cura.
Supplica di Nicolò Naso, Calzarano di Calzarano, Antonio di Baudino e Tommaso Carissima a Martino I.

Alfonso-V-el-Magnanimo

Alfonso il Magnanimo. In funzione antibarbaresca condusse anche una spedizione nell’isola tunisina di Djerba

Tuttavia gli episodi corsareschi continuavano e allora alla flotta regia cominciarono ad affiancarsi compagnie di privati. Re Alfonso I autorizzò i siciliani a usare la forza contro i corsari nemici senza incorrere in alcuna conseguenza, né corporale né pecuniaria, anche in caso di omicidio. Era nata la corsareria siciliana e probabilmente ne faceva parte anche Serisso.

Re Alfonso… “… concede ai siciliani, scilicet in casu de captura de homini, invasioni e terraczanerie, che fanno per scarnaczare, sia lecito a quelli che per li galeriet homini soi faranno offisa et a soi fautori, defendersi, et etiam, manu armata, offendere li dicti galeri et homini soi, in tali casu occurissi morte, a li homini di li dicti galeri, li dicti siciliani non incurrano ad alcuna pena corporali né pecunaria.”

Il popolo trapanese tradusse il proclama reale nel detto “Cu afferra un turco è so.

Era insomma una vera e propria guerra, la guerra di corsa, ed a complicare le cose c’è il fatto che non era sempre chiaro chi fossero gli amici e i nemici. Navi francesi, genovesi, veneziane e catalane, potevano infatti riservare sgradevolissime sorprese.

Come ogni guerra anche questa è piena di episodi, talvolta favorevoli ai barbareschi, talvolta ai siciliani. Uno di questi episodi ci viene trasmesso dal notaio Giacomo Gianfeza che nel 1525 scrive che nel luogo chiamato Sancto Theodoro diciassette persone sono state fatte prigioniere da alcune imbarcazioni turche e moresche. Non sappiamo altro, ma il luogo corrisponde e forse la storia che ci viene tramandata è la versione romanzata di un fatto realmente accaduto. Quindi Vitu Lucchiu è esistito davvero, forse non si chiamava nemmeno Vitu Lucchiu, ma non importa, e lui e gli altri sedici forse riuscirono effettivamente a liberarsi e a fuggire da soli. Oppure in cambio della loro liberazione furono liberati degli schiavi turchi. Oppure qualcuno a Trapani pagò il riscatto per loro. Chi può dirlo? Fatto sta che la storia di Vitu Lucchiu ci ha dato il pretesto per tuffarci nelle acque del Mediterraneo in un periodo su cui c’è ancora molto da raccontare. Per adesso, ma soltanto per adesso, il nostro viaggio finisce qui…

VITU LUCCHIU – 1

Fedelissimi e devotissimi lettori, nelle ultime settimane siamo stati assenti per causa di forza maggiore, ma grazie al vostro affetto, affezionatissimi lettori, possiamo riprendere a raccontare incredibili storie che forse non tutti sanno…

Baia_San_Teodoro

La baia di San Teodoro

Non tutti sanno ad esempio che ci fu un tempo in cui i trapanesi che si avventuravano in mare rischiavano quotidianamente di essere assaliti, depredati, catturati e venduti come schiavi in Barberia. Anche Vitu Lucchiu, un pescatore di polpi, sapeva bene che il mare  era infestato dai pirati saraceni, ma per guadagnarsi da vivere non poteva restarsene sulla terraferma. E così un bel giorno stava pescando tranquillo nella baia di San Teodoro assieme al fratellino dodicenne quando furono attaccati. Vitu si difese e con la fiocina ne uccise uno, poi un altro, poi un altro ancora. Lottò come un leone, ma quelli erano troppi e alla fine ebbero la meglio. Entrambi furono fatti prigionieri e portati in Tunisia, dove furono venduti come schiavi. Vitu finì nella casa di un mercante, dove trovò altri schiavi trapanesi. 

Dopo qualche mese di schiavitù Vitu si rivolse ai compagni di sventura: “Volete venire con me? Se vi fidate di me, vi porterò fuori da qui!” “Siamo pronti” risposero quelli.

arab-slave-master

Schiavo frustato dal padrone

E cosi fuggirono, ma furono catturati poco dopo e riportati dov’erano. Vitu Lucchiu però non si rassegnò e dopo una settimana richiese ai suoi compagni se erano pronti a scappare. Sette su otto risposero di si e così, imbavagliato e legato il compagno recalcitante, fuggirono verso il mare, dove trovarono una nave con dei turchi che dormivano, alcuni sulla nave, e altri sotto poco distante.

Vitu salì silenziosamente a bordo e fece salire a uno a uno tutti i suoi compagni. Ma un turco dal basso si svegliò. “Ehi, pi Maumettumilia!” esclamò, e sguainò la spada. Ma Vitu con la sua sciabola fu più veloce e lo uccise.

Il trambusto svegliò un altro turco. Ebbe soltanto il tempo di alzar appena la spada, che finì decapitato. Rimanevano cinque turchi che ancora dormivano in coperta. Vitu e i compagni decisero di levare l’ancora e salpare verso Trapani. Proprio in mezzo alla traversata la nave due turchi si svegliarono, ma Vitu li uccise subito. Poi fu il turno del padrone della barca. Egli aveva con sè una pistola, ma neanche questo fermò Vitu, che scansò le pallottole e accoppò anche lui. I turchi vivi ora erano solo due.

(c) Dulwich Picture Gallery; Supplied by The Public Catalogue Foundation

Lorenzo A. Castro – Una battaglia marina contro i barbareschi

Ma a complicare le cose ci si mise il re turco, avvertito della fuga degli schiavi. Ordinò a una goletta di inseguire e catturare i fuggitivi. E così i trapanesi si ritrovarono alle calcagna quella veloce nave. I trapanesi scappavano ma quella si avvicinava sempre di più. Quando avvistarono le coste siciliane, i due turchi superstiti si svegliarono e provarono a farla affondare, forse sperando di essere recuperati dall’equipaggio della nave amica. Ma anche questa volta Vitu riuscì a impedirlo e riprese la folle corsa verso casa. La golletta era sempre più vicina, sembravano spacciati ma dopo un insegumento mozzafiato arrivarono a Mazara.

I fuggitivi finalmente avevano ritrovato la libertà, ma potevano gioire anche per il bottino dei due prigionieri turchi ancora vivi. A quei tempi infatti ci si poteva scambiare i prigionieri, col rapporto di due turchi per un cristiano.

E fu così che Vitu Lucchiu rimandò indietro i due turchi in cambio di suo fratello che era rimasto in Tunisia.

E questa è la storia del Raisi Vitu Lucchiu. emblema dell’eroismo dei popolani trapanesi, così come ce l’ha raccontata Nicasio Catanzaro, detto Baddazza. Il soprannome ci fa dubitare della veridicità dell’intera storia, ma di sicuro la parte dello scambio di prigionieri non è inventata. Infatti non tutti sanno…