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UN BLOG CHE NON CONOSCE CRISI

Carissimi lettori, prima di tuffarci in un emozionante 2018 ricco di mirabolanti avventure, facciamo un breve bilancio dell’anno appena trascorso.

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L’immagine di sopra mostra il numero di visualizzazioni nel corso del tempo. Una crescita lenta e costante che, se dovesse continuare con lo stesso ritmo per i prossimi 300000 anni, farà di questo blog il più letto al mondo, primato che oggi appartiene alla blogger nonchè attrice e regista cinese Xu Jinglei.

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Questa immagine invece mostra i paesi di provenienza dei visitatori, principalmente Italia, Stati Uniti e Germania. Confessiamo che ci aspettavamo qualche visita in più dagli amici della Francia metropolitana, ma allo stesso tempo registriamo con soddisfazione la presenza nella top ten degli amici libici e maltesi. Grazie a tutti i lettori, ma soprattutto a chi trova il tempo di seguirci dalle zone turbolente.

Abbastanza curiosamente l’articolo più letto del 2017 è stata la prima parte del sistema metrico siciliano (link), articolo scritto nel lontano 2015 e che tra l’altro ha ricevuto diverse critiche negative per l’argomento giudicato troppo tecnico!

L’attesissima classifica dei commentatori vede in testa, é proprio il caso di dirlo, l’inossidabile Testadaci, che ha lasciato 23 commenti, non tantissimi, ma che costituiscono il 15% di tutti i commenti ricevuti e, cosa ben più importante, tutti incredibilmente pertinenti. Grazie! Proprio a Testadaci è dedicata una delle vignette che un affezionato lettore, Lehrer Fischerboot, ha voluto condividere con noi tutti. 

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Buon 2018 e buona preparazione del menu di Capodanno! (link)

 

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LA REDENZIONE DEI CAPTIVI

«Vui mi pare che aviti poco cura a li fatti mei, che haio mandato multi literi, e mai non fu inpissibuli reciviri da voi uno signo di litera». Chi scrive è Giuseppe Sanzica, uno schiavo siciliano che accusa la sorella di non rispondere ai suoi messaggi e la implora di darsi da fare per riscattarlo, uno dei tanti sventurati rapiti dai corsari e trascinati in catene a Tunisi, a Biserta, ad Algeri. Uno come Vito Lucchiu, insomma…

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Corsaro barbaresco del XVI secolo

Nelle puntate precedenti abbiamo visto che nel Cinquecento il Mediterraneo era un posto pericoloso. C’erano i corsari islamici, autorizzati dal sultano, c’erano i corsari cristiani, autorizzati dal re, c’erano i pirati di entrambe le parti, senza patente di corsa, tra cui anche schiavi liberati, che mettevano in pratica l’arte della pirateria dopo averla appresa sulla propria pelle. Non è un caso che in quegli anni il mercato dei captivi, cioè dei catturati, è floridissimo, sia a Trapani che in Barberia.

Qualche sovrano provò ad arginare il fenomeno. Carlo V fu uno dei più decisi, ma, a parte momentanee battute d’arresto, il numero dei regnicoli, anche trapanesi, catturati continuava ad aumentare, come testimoniato da numerosi atti notarili che ci sono pervenuti. Citiamo per tutti il patto del 1574 tra Lazarino Garibo e Benedetto Lanzetta, col primo che, davanti al notaio Francesco Amelia, si impegna a redimere mastro Andrea Marino prigioniero a Tripoli, per la somma di 200 ducati napoletani. Riceve in acconto 20 unze siciliane; il saldo sarebbe avvenuto entro un mese dall’avvenuto riscatto. E qualora non avesse trovato o non avesse potuto redimere il detto Andrea, allora il Lazarino avrebbe restituito quanto ricevuto in acconto. E se Andrea fosse invece morto in itinere, fatta la prova documentata, allora il Lanzetta sarebbe stato dispensato dal corrispondere il saldo pattuito, ovvero i 180 ducati.

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Lo stemma dell’Ordine di Santa Maria della Mercede, fondato nel 1218 con lo scopo di liberare i prigionieri cristiani fatti schiavi dai musulmani. A Trapani i mercedari avevano la sede in via Mercé

A causa dei continui rapimenti, il 16 maggio 1585 il Parlamento Siciliano, istituì l’Arciconfraternita per la redenzione dei captivi sul modello di quella già attiva a Napoli con l’obiettivo di agevolare il ritorno degli schiavi dal Nordafrica.

La burocrazia in Sicilia era lenta anche allora e così passarono 11 anni – il 7 maggio 1596 – prima che il Consiglio Comunale di Trapani, “considerato che questa città  è maritima vicina a Barbaria, dove vi sono molte persone che patino disagi per essere presi et cattivati da Infedeli”, decise l’istituzione della Santa redemptione dei cattivi. Per una cinquantina di anni l’organizzazione ebbe la sua sede nella Chiesa di S. Giovanni di Via Libertà dove oggi c’è l’Oviesse, per poi trasferirsi nel convento dei padri mercedari in via Mercé.

Vennero così introdotte alcune misure per raccogliere i soldi per i riscatti. Le principali furono una tassa per i nobili della città, una colletta casa per casa, a cui contribuirono generosamente soprattutto i pescatori, essendo i più esposti agli attacchi. I notai ebbero l’obbligo di ricordare ai testatori la possibilità di una donazione alla Confraternita. Infine in ogni chiesa fu istituita la cascia per la redenzione dei cattivi. C’è da dire che in realtà molti di questi provvedimenti erano diffusi anche prima della delibera del consiglio comunale.

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Elenco degli schiavi riscattati il 30 aprile 1590

I soldi raccolti venivano mandati a Palermo nella chiesa di Santa Maria la Nova, sede centrale dell’Arciconfraternita, che avrebbe provveduto a trattare collettivamente la liberazione coi berberi. In realtà le trattative erano affidate a degli intermediari, esosi più degli stessi padroni turchi, che spesso costruirono la loro fortuna sulle sventure altrui. Infatti il riscatto degli schiavi cristiani in Barberia era un meccanismo complesso e anche se non mancarono motivazioni umanitarie, l’opera misericordiosa si mischiava il più delle volte con fini commerciali.

Tra le storie dei tanti trapanesi catturati o caduti in mare in quei secoli, ci limitiamo a raccontare due episodi. Il primo riguarda ventuno trapanesi, tutti tra i venti e i trenta anni, catturati nel 1689 nel Canale di Sicilia e portati a Dulcigno, sulle coste adriatiche dell’Impero Ottomano, da cui sarebbero dovuti partire per Costantinopoli. Se liberare un gruppo di schiavi prigionieri in Nordafrica, non era facile, liberare quelli trattenuti in posti più lontani, con minore conoscenza del luogo e minor numero di contatti tra i cristiani, era impresa veramente ardua. Con grande ostinazione il sacerdote Francesco Giannetto convinse la Deputazione palermitana a farsi carico del riscatto. E così dopo due anni di trattative serrate venti trapanesi furono liberati. Il ventunesimo purtroppo morì in cattività. Il tutto costò ben 1076 zecchini veneziani, cifra elevata per i tempi, buona parte dei quali finirono nelle tasche del mercante dalmata Giovanni Giacomo Lalich e dei faccendieri veneziani Giuseppe e Tommaso Meratti.

Il secondo episodio riguarda una flotta di 36 barche di corallisti che il 13 giugno 1776 stavano pescando presso l’isola tunisina della Galita quando a un tratto 4 galee e molte galeotte di algerini catturarono il padrone dei bastimenti Gaspare Previto e altri 28 membri dell’equipaggio, tra cui il barbiere Vito Bascone e il cappellano Alberto Gaetani. Riportiamo la lettera che quest’ultimo scrive ai familiari.

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La Flagellazione, di autore ignoto, uno dei misteri di Trapani

Tunisi 17 giugno 1776
“Sorella e nipote sfortunatissimi, venerdi del 14 corrente, alle ore 13 fummo assaltati da 4 galere ed uno scampavia, ed havendo chiamato padron Vito Bonanno e padron Giuseppe Garofalo con la mano si mostrarono surdi do mentre il bastimento grosso s’imbattagliava, ed io sul detto bastimento per assistere all’ammalati… alla fine doppo lungo combattimento fummo forzati a renderci, senza nessuna disgrazia, solamente fu ammazzato un maltese. Sorella non so cosa scrivere, basta dirvi che se volete vedere me, andate in S.Michele, osservate la Flagellazione e vedrete me: ignudo con la sola camicia, tremante di freddo e quasi spirante, miserere mei. Vi devo solamente aggiungere che ni lasciaro soli. Addio, sorella, addio. Il tuo sfortunatissimo fratello e povero scavo Alberto Gaetani.”

Non conosciamo la sorte del cappellano e degli altri, ma sappiamo che 10 navi riuscirono a fuggire e a riparare nel porto di Trapani con 150 quintali di corallo, che fruttarono un incasso superiore a 6000 unze.

Thomas Jefferson by Rembrandt Peale 1800

Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti, attuò il primo intervento militare statunitense al di fuori del territorio nazionale

Quello raccontato è uno degli ultimi episodi di attacchi ai pescatori trapanesi. Per sconfiggere i pirati, gli stati del Mediterraneo, oltre all’impiego di navi militari equipaggiate coi moderni motori a vapore, usarono proprio i corsari. Ma i corsari dal canto loro sin dal Settecento non se la passavano bene neanche loro, a causa della debolezza dell’Impero Ottomano e dell’espansione europea, soprattutto francese, in Nordafrica. Ricordiamo pure che gli Stati Uniti effettuarono la loro prima guerra fuori del territorio nazionale nel 1802-1805 proprio contro il pascià di Tripoli, Yusuf Karamanli, che era proprio un corsaro. La guerra, fortemente voluta dal pacifista Thomas Jefferson, si concluse con la sconfitta del turco che, come consolazione, rimase nella storia per essere stato il primo capo di stato a dichiarare guerra agli Stati Uniti d’America. Il trattato di Utrecht del 1713, e poi la Conferenza di Parigi del 1856, hanno messo al bando le lettere di corsa. Curiosamente tra i firmatari di tali dichiarazioni non figurano gli Stati Uniti, la cui Costituzione, articolo 1 sezione 8 comma 11, ancora oggi assegna al Congresso il potere di rilasciare lettere di marca.

Ma stiamo divagando troppo. Ormai la l’Arciconfraternita aveva fatto il suo tempo e non aveva più ragione di esistere. Venne sciolta ufficialmente nel 1860 anche se aveva cessato ogni attività già da molti anni. Alcuni storici stimano Il numero di prigionieri della guerra di corsa nel Mediterraneo in oltre un milione. Il maggior tributo di sangue fu pagato dalla città di Trapani.

LA CUCCAGNA DEL MATILDE PEIRCE

La Compagnia Sicula Americana, protagonista dell'emigrazione di massa verso il Nordamerica

La Compagnia Sicula Americana, protagonista dell’emigrazione di massa verso il Nordamerica

Palermo, 18 novembre 1922. Il piroscafo Matilde Peirce, lungo 100 metri e pesante 4000 tonnellate, salpa da Palermo in direzione New York.

La nave, costruita nel 1908 da John Blumer & Co. negli stabilimenti del Sunderland, era stata acquistata nel ’19 dalla Compagnia Sicula Americana di proprietà dell’armatore anglo-messinese Guglielmo Peirce e di suo fratello Giorgio. Erano gli anni d’oro della Compagnia, anni in cui l’aumento della miseria delle masse contadine aveva causato una straordinaria ondata migratoria verso gli Stati Uniti, su cui i fratelli Peirce avevano costruito la loro fortuna.

John Blumer, costruttore del Matilde Peirce

John Blumer, costruttore del Matilde Peirce

Quel 18 novembre, nascosti tra i passeggeri, riescono a salire a bordo due clandestini che sognano l’America. L’equipaggio li scopre e fa dirigere la nave verso il porto di Marettimo per farli sbarcare. Una storia che non doveva essere troppo rara per i tempi… Sembra tutto normale, ma c’è un imprevisto: la nave si incaglia all’ingresso del porto dell’isola. Avvisata telegraficamente, la Regia Capitaneria di Porto di Trapani manda sul posto il rimorchiatore Audax, che a causa delle cattive condizioni meteo non riesce nell’operazione di salvataggio. Le falle, infatti, sono troppe e lo scafo, lentamente, cola a picco. Per fortuna tutti vengono messi in salvo e, almeno questa volta, non ci sono vittime. Ma c’è di più: il Matilde trasportava una grande quantità di merci, formaggi, scatolame, stoffe, tutti prodotti di pregio che vengono scaricati a Marettimo prima che la nave affondi. La popolazione locale per anni ricorderà quella straordinaria cuccagna venuta dal mare.

Le cause dell’incidente non verranno mai chiarite. Il costruttore John Blumer & Co aveva già chiuso i battenti nel luglio dello stesso anno. Meno di un anno dopo, nel 1923, la Compagnia Sicula Americana, fallisce. La maledizione del triangolo al largo della città ha colpito ancora…

Coordinate del luogo dell’incidente: 37° 57´ 38” N , 12° 6´ 34” E

L’EROE DEI TRE MONDI

Enrico Fardella occupa un posto d’onore fra quei siciliani dimenticati nella loro terra e ricordati altrove: un suo busto in bronzo si trova al Museo civico di New York, donato nel 1952 dalla Associazione italo-americana di Sicilia al popolo d’America, bandiere a lui dedicate sfidano dignitose l’oblio. Com’è che un siciliano di Trapani, il più giovane di tre fratelli che sono il contrario dello stereotipo gattopardesco dell’aristocratico troppo furbo per credere in qualcosa, sia finito in un museo di New York è una storia che vale la pena raccontare. Enrico Fardella nasce nella nobile famiglia dei Torrearsa nel 1821, fa studi irregolari. Ma quando mai s’è visto un vero eroe romantico che pensa a diventare ingegnere o avvocato prima di lottare per la libertà? Lui legge autori proibiti come Foscolo e Alfieri, si infiamma sugli scritti politici di Mazzini, vuole combattere. Nel 1848 è volontario per la prima volta, il 12 gennaio è a Palermo contro le truppe borboniche. I tre fratelli Torrearsa – a cui nel lontano 1934 ha dedicato uno studio Francesco De Stefano – sono fra i più importanti protagonisti di quella rivoluzione, Enrico fa parte del Comitato di guerra e marina. Decide di marciare sulla sua città ancora titubante, di andare a Trapani. Gli bastano poche ore per organizzare un vittorioso assalto al presidio regio.
Molto più impegnativo è far funzionare un comitato cittadino, reclutare i volontari, tenere a bada quanti vedono nella rivoluzione l’occasione giusta per rapide carriere. Lui è un uomo d’azione, ma non è avventato. Esige correttezza e disciplina, i suoi battaglioni saranno sempre un modello di efficienza. Ed è un idealista, sfortunato quanto basta. Viene catturato nelle acque di Corfù nel luglio di quell’anno, assieme ad altri siciliani sopravvissuti alla sconfitta subita in Calabria, dove su mandato del Parlamento di Palermo si erano recati per aiutare la rivoluzione che si diceva fosse anche lì scoppiata. E’ subito rinchiuso nel carcere napoletano di Sant’Elmo. Nel dicembre del ’49 Ferdinando II gli concede la grazia, a condizione che non viva nel Regno. Arriva a Genova il giorno di Natale, entra a far parte della colonia di circa 1.500 esuli che da ogni parte d’Italia si sono rifugiati in quella città. Divide un piccolo appartamento col fratello Vincenzo, frequenta corsi di tattica e artiglieria. Scarta la Toscana che giudica arretrata e reazionaria al pari della Sicilia, si trasferisce a Nizza e poi a Torino. Non ha più fiducia nella rivoluzione, il futuro di quella che chiama la sua “patria” non smette mai di preoccuparlo. Enrico Fardella è un autonomista atipico, non si appella a particolarità e privilegi. Solo, giudicando la Sicilia meno evoluta delle altre regioni, vorrebbe che si andasse cauti. Ma il mondo non si ferma alla Sicilia. La guerra dichiarata da Francia e Inghilterra contro l’ espansionismo russo ai danni della Turchia è una guerra contro il dispotismo: anche se non fa parte di alcun esercito, un soldato come Enrico Fardella non può restare a guardare. Con lunghe trattative ottiene il riconoscimento del suo grado di colonnello dal governo inglese, fa debiti per procurarsi il denaro necessario per il viaggio e si imbarca per l’ Oriente. L’ 8 giugno del 1855 la polizia borbonica lo segnala a Malta, il 6 luglio lui stesso scrive da Costantinopoli. Gli viene affidato il comando di un reggimento della cavalleria ottomana, in ottobre lo troviamo in Crimea che partecipa alla leggendaria Battaglia di Balaclava. Accumula imprese ma non prova mai a ricavarne un qualche vantaggio personale, spesso è alle prese con pressanti problemi economici. La notizia dell’ impresa di Garibaldi lo sorprende a Londra, dove ha avviato un’ attività commerciale. Ritorna precipitosamente in Italia, si imbarca a Genova coi 60 volontari guidati da un altro siciliano, Carmelo Agnetta, che corrono a dare man forte. Si dirigono a Ustica, dove però non trovano ad attenderli il battello che doveva trasmettere gli ordini del generale. Vanno allora verso Trapani, ma la città è ancora presidiata dalle truppe borboniche. Decidono di sbarcare a Marsala, di rifare il cammino dei Mille verso Palermo. Una volta sbarcati, per la seconda volta nella vita Enrico Fardella marcia su Trapani per liberarla. Stavolta la occupa senza incontrare alcuna resistenza, senza combattere: a dissolvere ogni resistenza è bastata la notizia che a Palermo le truppe regie si sono arrese. Lui, invece, i borbonici continua a inseguirli. Lo troviamo sul Volturno, col suo reggimento ordinato e perfettamente armato che tiene una postazione importante come la ferrovia. Respinge numerosi assalti, viene promosso sul campo comandante di brigata. Ma una volta finite le battaglie è ancora più difficile continuare a vincere. è subito deluso dai modi in cui avviene l’ annessione, profondamente ferito dalla dissoluzione dell’ esercito garibaldino. Torna a Londra da dove s’imbarca per l’America, nell’agosto del 1861 è a New York. La guerra di secessione è scoppiata da un mese, Enrico Fardella è tra i primi volontari di Lincoln. Organizza un corpo di fanteria, in poche settimane il suo “reggimento Fardella” conta 1040 volontari ed è ammesso nei quadri dell’ esercito unionista col numero 101, assegnato all’armata del Potomac. Nel marzo del 1862 parte per il fronte. Il “reggimento Fardella” fa parte della divisione del discusso generale McClellan, poi destituito da Lincoln. Ed è per protesta contro gli ordini di McClellan, che ha ordinato la ritirata delle forze dell’ Unione concentrate ad Harrison’s Landing, che Enrico Fardella si dimette e torna a New York. La guerra sembra perduta e lui trova la città impaurita, si spara per le strade. Non è uomo da restare a guardare. Raccoglie un altro reggimento, l’85° Volontari di New York, e torna al fronte. Nella primavera del 1864 i 450 “Volontari di New York” sono a Plymouth, a loro è affidata una delle tre zone in cui si divide la linea difensiva. A proteggere Plymouth sono 1.100 uomini, che dal 17 al 20 aprile si ritrovano al centro di un inferno di fuoco che somiglia tanto ad un agguato: reggimenti veterani, cavalleria, batterie campali che in simultanea avanzano da ogni direzione, decisi a distruggere ogni difesa. La sproporzione fra i due eserciti è insostenibile, la resistenza è disperata, ma i sudisti hanno perdite 6 volte superiori agli assediati. Enrico Fardella è fra i superstiti internati ad Andersonville, torna libero il 3 agosto in seguito ad uno scambio di prigionieri. Nella primavera del ’65 viene promosso generale da Lincoln mentre è di nuovo al fronte, a Portsmouth. La guerra di secessione finisce nel maggio di quello stesso anno, il generale Fardella resta in America sino al maggio 1872. Lavora nel commercio, ha molte difficoltà economiche. Quando torna a Trapani, grazie al prestigio della famiglia e alla sua popolarità viene eletto sindaco. è un amministratore accorto: pensa a portare il bilancio in pareggio, a costruire un nuovo mercato, bonificare i terreni e aumentare il volume dell’ acqua potabile. Non aspetta la scadenza del suo mandato, è un moderato e si dimette nel 1876 dopo la caduta della Destra Storica. Sino a quando muore nel luglio del 1892, non si trovano più tracce di un suo ruolo pubblico. Ma forse le ultime imprese del generale Fardella sono ancora tutte da scoprire e raccontare.

L’articolo originale su Repubblica del 23 febbraio 2006 (link). Non c’é stato bisogno di cambiare neanche una virgola.

NY Times del 23 settembre 1952 - Il sindaco di NY Vincent Impellitteri riceve il busto di Enrico Fardella dall'onorevole Alliata, principe di Montereale

NY Times del 23 settembre 1952 – Il sindaco di New York Vincent Impellitteri riceve il busto di Enrico Fardella dall’onorevole Alliata, principe di Montereale

APPUNTI SPARSI SU JOE E I PESCATORI LEGGENDARI DI MARETTIMO

Il Vicolo Cannery a Monterey in California è un poema, un fetore, un rumore irritante, una qualità della luce, un tono, un’abitudine, una nostalgia, un sogno. Raccolti e sparpagliati nel Vicolo Cannery stanno scatole di latta e ferro e legno scheggiato, marciapiedi in disordine e terreni invasi da erbace e mucchi di rifiuti, stabilimenti dove inscatolano le sardine coperte di ferro ondulato, balli pubblici, ristoranti e bordelli, e piccole drogherie zeppe, e laboratori e asili notturni.”
John Steinbeck, Il vicolo Cannery

Ci sono tante piccole informazioni e curiosità, su Joe e sui pescatori leggendari, che non ho messo negli articoli precedenti (link 1, link 2). Ecco a voi:

  • King Salmon e Naknek sono due villaggi di poche centinaia di abitanti (374 King Salmon e 544 Naknek, dati del 2010) nella baia di Bristol (Alaska), ma nel mese di giugno arrivano fino a 20000 persone per la pesca ai salmoni.
  • La baia di Monterey, in California, è stato l’Eldorado dei pescatori fino agli anni ’50. Dopodichè a causa dell’eccessiva e non razionale attività di pesca, attraversò una lunga e grave crisi oggi superata. Forse anche i pescatori marettimari hanno avuto una piccola parte in questo?
  • Al giorno d’oggi Monterey conta circa 22000 abitanti (censimento 2010), di cui si stima un migliaio siano i Marettimari, più di quelli che vivono nella stessa Marettimo (684 nel 2011).
  • Il cuscus è il piatto tipico portato nelle fredde terre del nordamerica dagli emigranti marettimani. Essi lo hanno adattato al pesce presente in Alaska, il salmone, e adesso il cuscus Alaska è il piatto tipico dei merettimani che vivono da quelle parti.
  • Joe Bonanno detto “Linuccio”, il pescatore a cui è dedicato il documentario “Il mare di Joe. Dalla Sicilia all’Alaska” è omonimo del famigerato pioniere di Cosa Nostra Americana, detto Joe Bananas, anche lui originario del trapanese (e ti pareva!), ma non risultano parentele tra i due.
  • “Il mare di Joe” ha ottenuto un discreto successo. Ha vinto, tra le altre cose, il premio come miglior documentario al Sicilian Film Festival di Miami del 2010 e il premio come miglior film caratterizzante Monterey al Blue Ocean Film Festival sempre nel 2010.
  • Esistono altre comunitá di marettimani sparse nel mondo. Una é quella di Olhão, paese costiero del Portogallo dove la pesca di tonni e di acciughe li vede come al solito in prima fila. Il portoghese ha influenzato anche il dialetto di Marettimo.
  • Il vicolo Cannery, romanzo di John Steinbeck, è un ritratto di Monterey, anzi della parte più povera di Monterey degli anni ’40. Nonostante descritta come un posto puzzolente e malfamato, si trovavano conservifici (cannery=conservificio) che diedero tanto lavoro alle mogli dei pescatori marettimari.

Dalla Sicilia all’Alaska

DIZIONARIO MARETTIMARO – ITALIANO – AMERICANO

Se anche voi, leggendo le avventure di Joe e dei pescatori leggendari (link 1, link 2), vi siete chiesti come il filo rosso che unisce Marettimo agli USA, abbia influenzato la lingua locale, beh, allora questo é il post che fa per voi. Anch’io mi sono fatto la stessa domanda poco tempo fa ed é bastata una piccola ricerca per scoprire che sono molti i vocaboli importati dalla lingua americana ormai entrati a far parte del dialetto locale.

Ecco un elenco, parzialissimo, di termini dialettali, ognuno col corrispettivo italiano e la parola americana da cui derivano:

Marettimaro Italiano Americano
 Acciánza  Opportunitá di lavoro  Chance
 Accóna  All’angolo  At the corner
 Apparcáre  Parcheggiare  To park
 Apri porte  Buon compleanno  Happy birthday
 Bóchisi  Scatola  Box
 Boll  Insalatiera  Bowl
 Cannaría  Stabilimento per la conservazione del pesce  Cannery
 Ciappáto  Tritato  Chopped
 Dammággio  Danno  Damage
 Deliveráre  Consegnare  To deliver
 Inó  Lo so  I know
 Maccaréllo  Sgombro  Mackerel
 Painóppoli  Ananas  Pineapple
 O ritto  Tutto a posto  All right
 Quattro e sei  Cosa dici?  What you say?
 Sanguiccio  Panino  Sandwich
 Santo Maccarello  Perbacco  Holy mackerel
 Sello  Cantina  Cellar
 Smuccáto  Affumicato  Smoked
 Talafúni  Telefono  Telephone
 Trillo  Trapano  Drill
 Turco  Tacchino  Turkey

IL MARE DI JOE. DALLA SICILIA ALL’ALASKA

Pietro Guerra: Prima Joe era come un animale pi travagghiare, a puppa era un animale pi travagghiare, un cinnera come a iddru pi travagghiare.

Il mare di Joe è un film documentario di Enzo Incontro, direttore dell’Area Marina Protetta del Plemmirio, e del regista Marco Mensa, dedicato alla vita del pescatore marettimano Joe Bonanno.

La locandina del film

La locandina del film

Il film inizia con Enzo incontro a cui dopo un’immersione a Marettimo viene offerto un panino al salmone. Enzo é spiazzato. Proprio un panino al salmone invece di una specialitá locale?

Ma, gli spiega l’interlocutore, questo non è salmone della grande distribuzione, questo è stato pescato in Alaska dai pescatori marettimani.

Enzo, incuriosito, vuole saperne di piú e ascolta il racconto del suo interlocutore che gli dice che da piú di 100 anni c’é un filo rosso che unisce l’America all’isola di Marettimo. Enzo ascolta dubbioso, ma la sua incredulitá crolla quando il suo interlocutore gli svela di essere lui stesso un pescatore di salmone che é stato diversi anni in Alaska. Enzo allora si fa raccontare tutto e man mano che il racconto procede, un personaggio attira la sua attenzione piú di altri, un certo Joe Bonanno, detto Linuccio, pescatore leggendario che vive a Monterey in California. Enzo allora si fa mettere in contatto con lui e decide di andarlo a trovare.

Joe e la moglie accolgono Enzo

Monterey, California – Joe e la moglie accolgono Enzo nella loro casa

Joe, come lo chiamano in America, o Linuccio, come é conosciuto a Marettimo,  é un sessantenne ospitale che vive in una villetta tipica del ceto medio americano. E’ sposato con Beatrice e ha diversi figli, che peró non hanno voluto seguire le orme paterne. Dice di sentirsi piú americano che italiano, ma i suoi racconti, il suo parlare degli amici isolani, la sua cucina, il suo cuscus, tutto insomma fa credere l’opposto.

A Monterey, Enzo scopre la comunitá marettimo-americana, legata da un senso di identitá ancora fortissimo. Solo per fare un esempio ogni mercoledí Joe prepara il cuscus per i suoi amici, solo uomini e solo siciliani, una quarantina che parlano in dialetto, cantano e lasciano le mogli a casa a badare ad altro.

Tra una visita alla pasticceria della figlia Katy e un incontro al bar dei pescatori, sempre accompagnati da aneddoti avventurosi raccontati in un misto di americano e siciliano antico, arriva il momento di partire per l’Alaska.

La preparazione del viaggio, soprattutto pane e olive scacciate, é affidata a Joe, come ogni anno da piú di 40 anni.

Il senso di comunitá a King Salmon, nella Bristol Bay, é, se possibile, ancora piú forte che a Monterey.

Joe prepara il cuscus. Alla sua sinistra Pietro Guerra; a destra Enzo Incontro

King Salmon, Alaska – Joe prepara il cuscus. Alla sua sinistra l’amico Pietro Guerra

Joe e i suoi amici, tra cui l’inseparabile Pietro Guerra, aspettando l’apertura della stagione di pesca, preparano le reti e si riuniscono per delle mangiate a base di cous-cous, arancine e altre specialitá siciliane, tutte ovviamente preparate da Joe. Non mancano i momenti strappalacrime come quando Pietro Guerra si commuove pensando al momento in cui Joe non ci sará piú o quando lo stesso Joe legge un diario dove sono annotate le uscite in mare di tutta la sua vita.

Ma dopo tanta attesa arriva il momento della partenza. Enzo peró ha la febbre e non puó documentare l’uscita dei pescatori leggendari e puó solo immaginare Joe e i suoi aiutanti mettere in mare le reti, l’attesa carica di tensione e la gioia del rientro. Ed é un peccato che il punto a cui tutto il film converge sia documentato velocemente e quasi di sfuggita.

Il film si conclude con una frase di Joe:

“Quando la barca e vecchia, comincia a fare acqua, e io comincio a fare acqua. Peró quando sono qua, anche se mi sento male, sento che questa é la mia seconda casa”

Consiglio la visione a tutti, soprattutto a chi soffre di pessimismo cronico. E’ un documentario che infonde speranza, fiducia in se stessi e buonumore, perché se uno come Joe é arrivato in Alaska partendo da Marettimo, allora al mondo non c’é niente di impossibile.

Ma alla fine qual é il mare di Joe? Il Mar Mediterraneo della sua Marettimo, la baia di Monterey o le fredde acque dell’Alaska? Joe non lo dice, ma fa capire che molto semplicemente che, canale di Sicilia o Stretto di Bering, il mare di Joe é quello dove Joe butta le reti.

Il rientro

King Salmon, Alaska – Il rientro