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I MISTERI – TREDICESIMA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione
SECONDA PARTE – Le confraternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso
QUINTA PARTE – Una arrancata fino ai giorni nostri
SESTA PARTE – Carchet
SETTIMA PARTE – Maestri trapanesi dell’arte della colla e tela
OTTAVA PARTE – Multimedia: dalla Spartenza all’Incoronazione di Spine
NONA PARTE – Multimedia: da Ecce Homo all’Addolorata
DECIMA PARTE – A vella
UNDICESIMA PARTE – Il mistero più grande
DODICESIMA PARTE – Il lessico dei misteri

Il mistero dell’ultima cena

Chissà se Dan Brown avrebbe avuto lo stesso successo se avesse ambientato a Trapani il Codice da Vinci? Forse si. O forse no, ma non importa. Quello che importa è che c’è una storia che merita di essere raccontata perché stiamo per andare alla ricerca del mistero perduto.

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L’ultima cena di Leonardo

Siamo nel ‘600 e i pescatori partecipavano alla processione col loro mistere, La lavanda dei piedi. Ma quali pescatori, quelli del Rione Casalicchio o quelli del Rione Palazzo? Tra di loro esistevano infatti fortissimi contrasti e il blitz del 1648, di cui abbiamo parlato qui (link), fu solo uno degli episodi di guerra tra i due gruppi. I contrasti risalivano alla processione del Cereo, precedente a quella dei misteri, e noi non vogliamo certo addentrarci nel ginepraio della storia per prendere parte a fianco degli uni o degli altri. Quello che ci preme dire è che un tentativo di pacificazione fu fatto dal Senato di Trapani che nel 1669 cercò di stabilire delle regole per la convivenza delle due fazioni. A margine del documento di intesa c’è anche una nota, una nota importante, che autorizza i pescatori del Palazzo a costruirsi un proprio mistere, raffigurante l’ultima cena per la processione del venerdì santo.

Nel 1704 del mistere non abbiamo ancora nessuna notizia, ma intanto spunta un atto in cui la Confraternita di San Michele concede formalmente ai pescatori del Palazzo di portare in processione in eterno il loro mistere. Non ci sono dubbi. Nel 1704 il nuovo gruppo era sul punto di essere costruito. Tuttavia passano gli anni e del mistere non si sa più nulla. Un’aura di mistero e di silenzio lo circonda.

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I misteri su Canale 5

Il mistere dell’ultima cena doveva aprire la processione e quindi precedere tutti gli altri, cosa che avrebbe causato i malumori degli orefici, titolari della Spartenza, che nella loro concessione del 1621 avevano fatto il colpaccio ottenendo in eterno il diritto di aprire la processione. Facile immaginare i problemi se un’altro ceto avesse provato a prenderne il posto. E’ per questo che il mistere non venne mai realizzato? Oppure è stato costruito e poi è scomparso?

Della sua esistenza non abbiamo trovato praticamente nessuna conferma. Solo due flebili indizi ed entrambi piuttosto recenti. Il primo è il libro Lineamenti storici di Trapani di Salvatore Stinco edito nel 1974 dalla Tipografia Di Stefano. A pagina 60 si legge: “vi ho precisato che i Misteri furono composti, fabbricati in numero di ventuno, che ebbero la loro iniziale conservazione in ventuno nicchie ricavate appositamente nella chiesa di San Michele […] che durante la guerra, colpita ripetutamente, crollando danneggiò parecchi gruppi, dei quali alcuni sono stati ritoccati dai proff. Cafiero e Li Muli, qualche altro è stato quasi integralmente rifatto, uno è definitivamente scomparso: era quello che rappresentava l’ Ultima Cena“

Probabilmente è solo un errore dovuto alla superficialità. 

Il secondo indizio è all’interno di un servizio di Toni Capuozzo, all’interno del settimanale Terra andato in onda su Canale 5 nel 2007. Mentre descrive i misteri, Capuozzo ci racconta che quello dell’ultima cena venne distrutto dalla pioggia. Probabilmente ha solo riportato la voce di popolo, senza verificarne il contenuto.

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L’ultima cena di Francesco Corso

Forse la spiegazione più semplice è che mistere dell’ultima cena non venne costruito per mancanza di soldi o perché i pescatori dei due quartieri fecero pace oppure perché gli orefici si opposero. Chi lo sa? Eppure a Trapani si sussurra ancora dell’esistenza di questo mistere.

Nel 1998 l’architetto Francesco Corso inizia veramente la costruzione del mistere con le stesse tecniche di colla e tela usate per i misteri tradizionali. Ci vorranno quattro anni ma alla fine Trapani ha ritrovato il suo mistere scomparso. Oggi è esposto all’Accademia Kandinskij. Chi lo sa, forse un giorno verrà portato in processione e la voce popolare diventerà realtà?

I MISTERI – UNDICESIMA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione
SECONDA PARTE – Le confraternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso
QUINTA PARTE – Una arrancata fino ai giorni nostri
SESTA PARTE – Carchet
SETTIMA PARTE – Maestri trapanesi dell’arte della colla e tela
OTTAVA PARTE – Multimedia: dalla Spartenza all’Incoronazione di Spine
NONA PARTE – Multimedia: da Ecce Homo all’Addolorata
DECIMA PARTE – A vella

Il mistero più grande

Abbiamo già detto che il 6 aprile 1943 un bombardamento americano distrugge l’oratorio della Chiesa di San Michele dove erano custoditi i misteri. Il restauro di quelli danneggiati e la ricostruzione di quelli andati persi per sempre è affidato a falegnami e intagliatori locali. Il gruppo della Sollevazione della croce viene affidato al maestro d’arte palermitano, ma trapanese di adozione, Domenico Li Muli.

Il mistere distrutto nel 1943 – Foto Edizioni Rosa Gianquinto – Collezione privata Beppino Tartaro

Il mistere distrutto era unanimemente considerato tra i peggiori dal punto di vista artistico: modellazione imperfetta, dettagli anatomici sbagliati, scarso rispetto delle proporzioni, irrazionale la disposizione dei personaggi. Li Muli dà sfogo alla creatività e, ispirandosi ai canoni classici, toglie un tribuno e un servo e aggiunge un soldato, facendo diventare il Cristo il fulcro della rappresentazione.

Non c’è dubbio che il nuovo mistere, realizzato con molta maestria, è sicuramente migliore del precedente, tanto che Nino Genovese nel Giornale di Sicilia del 23 marzo 1951 lo descrive come un’opera rinascimentale e travolto dall’entusiasmo arriva addirittura a scomodare Michelangelo in un azzardato paragone.

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Il mistere rifiutato – Foto di Beppino Tartaro

Il nuovo mistere va quindi in processione accompagnato dai migliori auspici, ma quel venerdì santo accade qualcosa che nessuno aveva previsto. Ai trapanesi quel mistere proprio non piace.

Lo giudicano troppo diverso dagli altri ed in effetti lo era. Li Muli aveva riprodotto in maniera eccessivamente fedele gli abiti romani ed esagerato nell’accuratezza della scultura. Tuttavia c’era anche qualcos’altro: quel mistere era troppo grande. E qui una spiegazione è d’obbligo.
Nonostante i misteri siano stati costruiti, restaurati, ricostruiti nell’arco di secoli da mani diverse, una regia invisibile ne ha stabilito le dimensioni. Questo codice non scritto vuole che il primo mistere sia il più grande. Dopodiché l’altezza dei misteri deve decrescere di pochi millimetri alla volta, diciamo mediamente un centimetro a mistere, per far sembrare gli ultimi misteri più lontani di quanto effettivamente non siano e quindi l’intera processione ancora più lunga e imponente.
La sollevazione della croce, quindicesimo mistere, rompeva questa regola e anche se doveva essere soltanto una decina di centimetri più alto del precedente, in processione dovette sembrare gigantesco agli occhi dei trapanesi. Ed ecco spiegato perché non piacque e a Li Muli fu imposto di rifarlo da zero. 
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La seconda ricostruzione della sollevazione della croce

Il maestro probabilmente non fu contento, ma si rimise velocemente all’opera. Si dice che prese i calzoni e il camice da lavoro, li mise indosso al giudeo e avvolse tutto con una buona mano di colla. Soluzione geniale, ma che dimostra allo stesso tempo quanto poco entusiasmo mise nel lavoro.

Il nuovo mistero, che aveva i personaggi con vestiti simili allo stile spagnolo, più consoni al gusto popolare, e delle figure più semplici, piacque ed entrò a far parte della processione nel 1956. 
E il vecchio mistere? Nessuno sembrò prestagli attenzione.  Fu abbandonato per anni nella già abbandonata Chiesa del Collegio, e poi riportato alla luce ed esposto in tempi più recenti a Palazzo Riccio di Morana in Via Garibaldi. Adesso ha trovato la sistemazione definitiva nella Galleria d’Arte dell’ex carcere della Vicaria, intitolata dal 2002, guarda caso, a Li Muli, minimo riconoscimento alla genialità dell’artista.

I MISTERI – SETTIMA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione
SECONDA PARTE – Le Confraternite
TERZA PARTE – Dalle Casazze ai Misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso
QUINTA PARTE – Una arrancata fino ai giorni nostri
SESTA PARTE – Carchet

Maestri trapanesi nell’arte della colla e tela

Le notizie che abbiamo su i principali maestri di colla e tela che nel corso dei secoli hanno lavorato sui misteri sono spesso scarse, ma cerchiamo di farne conoscere qualcuno un po’ meglio ai nostri affezionati lettori. Ci scusiamo preventivamente con gli illustri maestri perché per motivi di spazio non dedichiamo loro tutta l’attenzione che meriterebbero, e a maggior ragione ci scusiamo con gli artisti assenti da questo conciso post.

Della vita di Giuseppe Milanti, attivo a Trapani tra il XVII e il XVIII secolo, non sappiamo molto. Appartenente a una dinastia di artisti di origine marsalese, ebbe una scuola di scultura a Londra. Diede alle sue figure naturalezza e morbidezza; sono opere sue la più forte immagine del dolore, lAddolorata, ed Ecce Homo. Fu sepolto nella Chiesa di San Michele, a dimostrazione della grande riconoscenza che la Confraternita nutriva nei suoi confronti.

Giacomo Tartaglia: La statua di San Francesco di Paola nell’omonima chiesa

Giacomo Tartaglia (1678-1751) era un maestro nella scultura del corallo e della “pietra incarnata”, l’alabastro di Valderice. Aveva una bottega in Via dei Corallari ed è l’autore di una fra le più belle teste dei misteri, la Maddalena piangente, piena di vita e di armonia che domina il gruppo del Trasporto al SepolcroTartaglia è anche l’autore della statua probabilmente più venerata a Trapani: quella di San Francesco di Paola.

Baldassare Písciotta (1715-1792) aveva anche lui la bottega in Via dei Corallari. Lavorò anche a Palermo e a Roma, ma questo non bastò a dargli la tranquillità economica al punto da venire incarcerato per debiti nel Castello di Terra. Veloce nell’abbozzare e lento nel finire, ha scolpito diversi misteri: Gesù nell’orto, La negazione e Gesù da Erode. Gli piaceva soffermarsi sui dettagli, sulle vesti e sull’espressività dei personaggi. E’ suo il gruppo più bello dei misteri. Di fronte a Pietro che lo rinnega riesce a far esprimere a Gesù compatimento, perdono, dolcezza e accettazione della volontà divina, espressioni che provocano in Pietro, provato e sofferente, le lacrime agli occhi. La drammaticità della scena è esaltata dalla feroce crudeltà del soldato romano. Chapeau!

Mario Ciotta: la statua di San Pietro nell’omonima chiesa

Allievo di Pietro Orlando, Mario Ciotta visse tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800. Veniva da una famiglia di artisti che lavoravano il corallo e l’avorio. Lui preferì dedicarsi all’arte della colla e tela e condivise la bottega in Via dei Corallari con Baldassare Pisciotta. Doveva esserci una grande concentrazione di artisti in quella via… Almeno tre misteri sono con certezza attribuibili a lui: La Separazione, La lavanda dei piedi e La ferita al costato. In quest’ultimo, l’unico che ci è giunto senza grandissime modifiche nel corso dei secoli, riesce a imprimere dolcezza e dolore nei volti.

I Nolfo erano una famiglia di artisti e, se li mettiamo tutti assieme, sono gli autori della maggior parte dei misteri. Non è sempre facilissimo attribuire una scultura a un Nolfo piuttosto che all’altro. Si presume che siano opere di Antonio (1696-1784) l’Incoronazione di spineLa deposizione e forse anche Gesù nel sepolcro. Il figlio Domenico (1730-inizio ‘800) fu tra le altre cose il maestro del famoso pittore Giuseppe Errante e scolpì La sentenza, La spogliazione e La crocifissione. L’altro figlio Francesco (1741-1809) era probabilmente il più bravo della famiglia. Nella Caduta al Cedron, il suo unico mistere, è notevole il contrasto tra la serenità di Gesù e la ferocia dei suoi aguzzini.
I misteri dei Nolfo si riconoscono per una vigorosa modellazione dell’anatomia. Tuttavia gli esperti dicono che sono tra i meno pregiati dal punto di vista artistico, con l’eccezione forse di Francesco.

Domenico Li Muli (1902-2003), di famiglia palermitana, anche se nato a Trapani, nel 1929 si trasferì a Trapani nel 1938 dove aveva ottenuto una cattedra di disegno. Oltre ad insegnare, a Trapani esegue opere importanti, tra cui il complesso bronzeo della fontana del Tritone, considerato il suo capolavoro, e il rifacimento del mistere della Sollevazione della croce, che i trapanesi però, notoriamente esperti di arte, non gradirono, e che vollero rifatto da zero. Di lui parleremo ancora.

Vi siete accorti che finora abbiamo parlato dei misteri senza mostrarne praticamente neanche uno? E’ giunta l’ora di rimediare…

(CONTINUA…)

I MISTERI – QUINTA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione
SECONDA PARTE – Le confraternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso

Una arrancata fino ai giorni nostri

Nell’800 i misteri si modernizzano e diventano simili a come li conosciamo noi adesso. Le maestranze subentrano alla Confraternita nell’organizzazione della processione e delle scinnute, le bande musicali sostituiscono i cantori, e i gruppi statuari, inizialmente portati in spalla dai componenti dei ceti, vengono sostituiti da professionisti regolarmente retribuiti, i massari. Sembra però che la qualità del trasporto non sia migliorata dato che di tanto in tanto si ha notizia di rovinose cadute, come ad esempio quella della Flagellazione nel 1891.

Processione d’altri tempi in un quadro di Francesco Renzo Garitta

Dal 1856, per decisione del vescovo Ciccolo Rinaldi alla processione non prendono più parte i vattenti. Un’altra innovazione dello stesso vescovo è la sostituzione dei frati che precedono la statua dell’Addolorata con le ragazze dell’orfanotrofio. Purtroppo quest’ultima novità non dura molto a causa dell’improntitudine e degli apprezzamenti di certi giovinastri, per cui dopo qualche anno le ragazze sono state sostituite con gli alunni del seminario. 

I misteri non hanno risentito dell’unità d’Italia e delle leggi eversive che poco dopo seguirono. Nel 1890 viene proibita la visita alle chiese, motivo di invidie e di infiniti ritardi, che sono costrette a restare chiuse durante la processione. L’obbligo di chiusura è stato tolto dopo dieci anni, ma solo per le tre chiese parrocchiali, San Lorenzo, San Nicola e San Pietro.

Siamo così arrivati al ‘900. Negli anni ’30 fa la comparsa un personaggio singolare: un uomo a cavallo, accompagnato da due tamburini, con un monotono squillo di tromba annuncia l’apertura della processione. Il cavaliere è rimasto nella memoria collettiva con il nome onomatopeico di Taratatiu e attirava sia i bambini, incuriositi dalla tromba, che gli adulti che lo aiutavano a rimettersi in sella dopo le, a quanto pare frequenti, cadute causate dell’alcool. 

La Chiesa di San Michele dopo il bombardamento del 1943

La storia dei misteri è indissolubilmente legata a quella della Chiesa di San Michele, dove sono stati custoditi i misteri fino al 1943. Qui la loro storia si incrocia con la storia della guerra. Il 6 aprile 1943 infatti una pioggia di bombe si abbatte su Trapani. Vengono sganciate da una pattuglia di B-17, le fortezze volanti, e, assieme al porto, che costituiva l’obiettivo militare, colpiscono anche parte della Chiesa di San Michele. Tra le vittime e i feriti della guerra vanno conteggiati gran parte dei misteri, la cui sorte però sta a cuore ai trapanesi più che la stessa chiesa. Infatti la chiesa verrà demolita, e i misteri ricostruiti. Ospitati nella Chiesa di Badia Grande nel 1946 e nella fatiscente Chiesa del Collegio dal 1947 al 1957, successivamente sono quasi di continuo nella Chiesa del Purgatorio dove si trovano ancora oggi.

Il dopoguerra porta anche altri due cambiamenti: il primo è che scompare il pittoresco Taratatiu. Dal 1948 è il gonfalone comunale ad aprire la processione. Il secondo, ben più importante, è l’introduzione dei cavalletti, che hanno aumentato la sicurezza e reso più agevole il trasporto dei gruppi.

1974: si costituisce l’Unione delle Maestranze

Per un breve periodo, dal 1959 fino al 1965, alcuni militari in costumi del ‘700 hanno partecipato alla processione suonando trombe e tamburi. Vita breve hanno avuto anche i premi istituiti nel 1949. Medaglie d’oro, d’argento e targhe commemorative, andavano ai gruppi più meritevoli. Anch’essi però sono stati causa di ulteriori polemiche e sono stati aboliti dopo qualche anno.

Dal 1974 i misteri sono organizzati dall’Unione delle Maestranze e non più dalle singole categorie singolarmente. Quasi contemporaneamente, il 26 dicembre 1974, viene rifondata la Confraternita di San Michele, di fatto scomparsa. Il resto è praticamente storia di oggi. Tra le ultime novità di rilievo segnaliamo la scomparsa degli incappucciati, vietati dal vescovo Francesco Micciché nel 2000, con la motivazione che nell’aspetto rimandano a sette e società segrete, e la presenza femminile sempre più frequente tra i portatori.

Un segno dei tempi: le donne non sono più solo spettatrici dei misteri

(CONTINUA…)

I MISTERI – QUARTA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione
SECONDA PARTE – Le confreternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri

Piccoli incidenti di percorso

Decisione molto importante è ogni anno la scelta del percorso. Nella foto l’itinerario del 1761

Impossibile riassumere in un blog i quattrocento anni di storia dei misteri. Al massimo ci limitiamo a ricordare i fatti principali come sicuramente fu l’eclatante blitz a mano armata dei pescatori del Rione Casalicchio, odierno San Pietro, arrabbiati contro quelli del Rione Palazzo, odierno San Lorenzo. Nel 1648 i sanpietrari, chiamiamoli così, fecero rientrare il mistero della Lavanda dei piedi nella loro Chiesa di Santa Maria della Grazia anziché in quella di Santo Spirito come previsto. Se fosse passata la linea che durante l’anno ogni mistero poteva stare nella sede della propria maestranza separato dagli altri, sarebbe stata la fine dei misteri. Per fortuna alla fine tutto si risolse per il meglio e il mistero tornò nella Chiesa di Santo Spirito, dove tutti i gruppi sono stati custoditi fino al 1712, anno in cui, assieme alla Confraternita, si trasferirono nella Chiesa di San Michele, e dove resteranno fino al 1943.

Accadeva talvolta che i ceti si dimenticassero degli obblighi contratti, al punto da disertare la processione, cosa che ovviamente non piaceva al Senato di Trapani che nel 1727 emise un bando per obbligare le maestranze a prendervi parte, con tanto di sanzioni previste per i trasgressori, che, a quanto ne sappiamo, non vennero mai messe in pratica. Sembra tuttavia che il richiamo funzionò e negli anni successivi non solo si registrò il pienone, ma si verificarono anche alcune intemperanze che causarono non pochi grattacapi alle autorità che dovevano far rispettare l’ordine pubblico. Si arrivò al punto che i disordini del 1758 furono così gravi che nei due anni seguenti i misteri vennero vietati. Il vescovo di Mazara, Girolamo Palermo, accettò di ripristinare la manifestazione nel 1761, ma solo a patto che fossero presenti ingenti misure di sicurezza. Ma cosa era successo di tanto grave nel 1758?

Giovanni Fogliani, viceré di Sicilia dal 1755 al 1773, si occupò anche dell’ordine pubblico durante i misteri

La risposta va ricercata nell’usanza della diablata, il ballo dei diavoli, arrivato dalla Spagna tempo prima. Era un ballo allegorico, con San Michele che sconfiggeva i demoni, ma che in pratica dovette sfuggire al controllo trasformandosi in una processione di diavoli, col proprio vessillo, che si abbandonavano ad ogni sorta di violenze. Scrive il viceré di Sicilia, il marchese Giovanni Fogliani, al vicario Antonino Fardella in un dispaccio dal titolo eloquente: L’abolizione et abbuso della Maschera del Lucifero e Processione che si fa nel Venerdì Santo e Pasqua di Resurrezione

“…rimane ancora (…) un altro Costume, che pur mi s’è fatto considerare per abominevole, e sono le due figure (…) della Morte e di Lucifero, che si fan ogn’anno accompagnare a quello di San Michele Arcangelo, che esce alla festa delle processioni del venerdì santo e della domenica di resurrezione, che sogliono salire dalla compagnia di detto santo, giacche le tante smorfie, movimenti, cadute, e altre cose simili (…) resultano piuttosto di schernimento…”

Come detto, i Misteri ripresero nel 1761 e di diavoli in processione non abbiamo più notizia.

(CONTINUA…)

QUINTA PARTE – Una arrancata fino ai giorni nostri 

I MISTERI – SECONDA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione

Le confraternite

Non conosciamo l’anno della prima rappresentazione dei Misteri a Trapani. Fu all’inizio del ‘600 e contrariamente a quanto la gente pensa, non fu ad opera della Confraternita di San Michele Arcangelo, bensì di quella del Preziosissimo Sangue.

Quest’ultima, conosciuta anche col nome di Battenti o Battitori per l’usanza dei confratelli di autoflagellarsi, fu fondata a Trapani nel 1603 dai sacerdoti Nicola Galluzzo e Giovanni Marquez (in altre fonti: Manriquez). Il riferimento ai misteri si trova già nel nome: Societas Pretiosissimi Sanguinis Christi et Misterium.

La confraternita aveva sede nella Chiesa di San Bartolomeo, poi nella Chiesa di Santo Spirito, conosciuta quest’ultima anche col nome di San Giacomo minore, e infine nel 1622 nella Chiesa di San Michele Arcangelo. Al giorno d’oggi nessuna di queste chiese esiste più.

Le chiese non più esistenti citate nell’articolo

Dicevamo che non conosciamo l’anno esatto della prima processione dei misteri. Essa dovette cadere tra il 1594 e il 1614 perché in un documento di quell’anno si legge: “Ogni venerdi santo, dopo mangiari, si fa la cercha con 180 battenti in circa et portandosi in processione tutti li misterii della S.S. Passione di Jesu X.to nostro et il X.to nel monumento con grandissima devotione et pietà et sua musica“. La cercha era la stessa processione, che si chiamava così probabilmente perché andava in “cerca” di Gesù.

Nel 1646 la Confraternita del Preziosissimo Sangue si fuse con quella di San Michele Arcangelo, che aveva alle spalle una storia leggermente più lunga. Fondata tre secoli prima nella piccola cappella di via San Pietro, si era poi spostata nella cappella di via San Michele, che i confratelli trasformarono in una vera e propria chiesa. Purtroppo nel 1582 vennero sfrattati per far posto a una compagnia fondata meno di cinquanta anni prima in Spagna e appena arrivata a Trapani, la Compagnia di Gesù. La confraternita quindi si spostò nella Chiesa di Santo Spirito, che, dopo la fusione col Preziosissimo Sangue, fu la sede anche della nuova Confraternita di San Michele Arcangelo e del Preziosissimo Sangue, che si spostò nella Chiesa di San Michele solo nel 1712 dopo che i gesuiti completarono la costruzione del loro Collegio.

Incappucciati in processione

Lo stendardo della Confraternita era rosso, colore del Preziosissimo Sangue, con al centro la sigla S.P.Q.R. e la scritta “Quis ut deus”, parole attribuite all’arcangelo Michele quando si scagliò contro Lucifero. La “divisa d’ordinanza” era sacco e scarpe rosse anch’esse, e una visiera bianca, colore prediletto da San Michele.

Se vi state chiedendo il perché del cappuccio, che rende i confratelli più simili agli adepti di una setta massonica che a un ordine religioso, la risposta va ricercata nel non facile rapporto che i movimenti flagellanti avevano con le gerarchie ecclesiastiche. Se ricordate, la Confraternita del Preziosissimo Sangue era conosciuta anche come I Vattenti perché avevano l’abitudine di  percuotersi la schiena con una frusta nodosa con delle punte di ferro taglienti all’estremità. Spesso venivano considerati alla stregua di veri e propri santi, e questo ovviamente non poteva fare piacere alla Chiesa, che vedeva in loro dei concorrenti, più che dei sodali. Le manifestazioni quindi cominciarono a essere vietate e di conseguenza i penitenti per non farsi riconoscere presero l’abitudine di indossare il cappuccio.

TERZA PARTE – Dalle Casazze ai Misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso
QUINTA PARTE – Una arrancata fino ai giorni nostri

FATUZZI, ANIMULÁRI, DRAUNÁRI E CALAMAREONTI

draunariLe Draunari sono femmine cattive e brutte, dalle labbra tumide, e lunghe quanto i capelli di una donna. Corrono per la terra e per il mare con tanta furia, da rovinare, rompere o portare via ogni cosa. Colei che voglia diventar tale, vada sulla montagna di Cofano, dove la notte si raduna il concilio delle draunari. Le troverà, prese per mano, a ruota, e una di loro, quella di mezzo, le dirà quello che occorre per diventare della loro schiera.

È credenza in Trapani, che nelle lunghe navigazioni s’incontrino qualche volta sette corpi ignudi, che diritti si vedono sulle acque dalla cintola in su. Sono sette fratelli chiamati i Calamareonti, i quali appariscono per annunziare che la procella non è lontana.

Le Animulari sono donne malvage, divenute streghe dando l’anima al diavolo. Fanno vita normale di giorno, ma la notte escono dalle case dal buco della chiave, dal camino, da qualunque pertugio. Vanno a radunarsi in luoghi solitari e paurosi, dove parlano delle loro male arti e progettano di far del male alle persone.
In genere sono donne sposate; se però diviene Animulara una ragazza, allora il suo bacio è mortale per chi lo riceve. Siccome sono spesso donne di marinai, le Animulari vanno talvolta a visitare i loro mariti che navigano in alto mare e per fare questo si trasformano in tempeste o uragani; vi andò anche la fidanzata d’un mozzo che navigava nell’oceano. Non resistendo al desiderio di baciarlo, l’Animulara lo fece morire.
Le Animulari ritornano dai loro viaggi notturni prima del canto dei galli e del suono delle campane: allora sono gelide e rattrappite e impiegano qualche tempo prima di riprendere colore e vita nel caldo del letto.

fatuzziI Fatuzzi sono degli spiritelli a volte buoni, a volte cattivi, puniti da Dio perché si vantavano di essere uguali a lui. San Michele, alzò la sua bandiera e li cacciò dal paradiso.
I fatuzzi sono bassini, bizzarri e astuti, e dietro le spalle portano un tesoro. Alcuni li hanno visti vestiti da turchi, oppure con una lunga veste bianca, gialli in volto con un abito monacale. Frequentano case di marinai, contadini e conventi.
Sono mattacchioni, prendono in giro le persone. A volte comunicano i numeri del lotto.
Qualcuno, attraverso loro (caso rarissimo), è diventato ricco ma poi è caduto in miseria.
Si racconta a Trapani che una volta, in un orfanotrofio, una ragazzina trovò uno spillone d’oro con un diamante. Lo fece vedere all’amica e lo spillone sparì.
Durante la notte la ragazzina sognò i fatuzzi che le dicevano che il giorno seguente sarebbe dovuta andare in cucina dove avrebbe trovato una pentola piena di denaro.
Il giorno successivo, appena sveglia, la ragazzina scese in cucina e vide una pentola e sul coperchio lo spillone d’oro con il diamante. Chiamò le compagne, spostarono il coperchio e videro che la pentola era stracolma di monete d’oro. Provarono a rimuoverla ma non ci riuscirono perchè la pentola iniziò a sprofondare ed il palazzo iniziò a tremare. I fatuzzi erano sotto la pentola e la trattenevano.
Un sacerdote che passeggiava per strada, vide dalla finestra quello che stava accadendo e lo raccontò alla superiora. La madre superiora sgridò le ragazzine, tutto ritornò al proprio posto e la pentola scomparve.

Per approfondire:
– Vittorio Di Giacomo: Leggende del diavolo
– Magia e streghe nella storia trapanese (http://www.larisaccamensiletrapanese.it/wp/?p=534)
– Articolo di Alessandra Cancaré: http://www.siciliafan.it/i-fatuzzi-di-trapani/