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I MISTERI – SEDICESIMA PARTE

PRIMA PARTEIntroduzione
SECONDA PARTE – Le confraternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso
QUINTA PARTE – Una arrancata fino ai giorni nostri
SESTA PARTE – Carchet
SETTIMA PARTE – Maestri trapanesi dell’arte della colla e tela
OTTAVA PARTE – Multimedia: dalla Spartenza all’Incoronazione di Spine
NONA PARTE – Multimedia: da Ecce Homo all’Addolorata
DECIMA PARTE – A vella
UNDICESIMA PARTE – Il mistero più grande
DODICESIMA PARTE – Il lessico dei misteri
TREDICESIMA PARTE – Il mistero dell’ultima cena
QUATTORDICESIMA PARTE – Di chi sono i misteri?
QUINDICESIMA PARTE – La madre Pietà dei Massari e la madre Pietà del Popolo

L’Archimede dei cavalletti

Cavalletti: supporti in legno che sostengono la vara e rendono più sicuro e agevole il trasporto. Ma chi li ha inventati?

Salvatore Amantia, detto zu Lilliu

Facciamo un piccolo passo indietro. Come sappiamo fino alla seconda guerra mondiale durante le fermate i misteri venivano poggiati su delle forcelle, non molto affidabili e causa nella storia di molte e talvolta rovinose cadute.

E’ il 1948 e non si riesce a raggiungere l’accordo sul compenso da pagare ai massari per il trasporto della Madre pietà del Popolo. Di conseguenza il caporale della squadra dei portatori, Salvatore Amantia detto u zu Lillìu, disimpegna la ciurma dei portatori.

Per far uscire in processione la Madre Pietà del Popolo il capo console dei fruttivendoli, Gaetano Manfrè, si rivolge allora al Comando della Marina Militare per chiedere alcuni uomini per sostituire i massari e consentire il regolare svolgimento della processione. Il Comando militare mette a disposizione un picchietto di marinai e tutto sembra risolto.

I marinai non sono però molto pratici e, a un certo punto, nel bel mezzo della processione, stanchi, si rifiutano di proseguire. Il capo Console Gaetano Manfrè non potendo certo lasciare la Madonna per strada manda subito a chiamare u zu Lillìu Amantia, ma questi non riesce a radunare la ciurma. Ha tuttavia una idea geniale e allo stesso tempo semplice: adagiare la Madonna del Popolo su due cavalletti che si trovano nella Chiesa del Carmine.

Le forcelle sono usate ancora oggi nei misteri di Erice

E così la vara, legata ai cavalletti portata a spalla dai militari, riprende la processione. L’unico problema adesso è quello di nascondere alla vista gli antiestetici cavalletti. Salvatore Amantia risolve il problema chiedendo al sagrista della chiesa un drappo lungo abbastanza da coprirli. E tutto si svolge per il meglio.

Quando i portatori sanno della novità, vogliono utilizzare i cavalletti anche per la processione del venerdì santo. Il primo gruppo a utilizzarli è Ecce Homo e poi tutti gli altri gruppi. E quella semplice tenda diventa nel corso degli anni di velluto nero col ricamo del nome del ceto di appartenenza.

E’ così che i cavalletti sono entrati nella storia dei misteri…

L’aneddoto è tratto dal libro di Gino Lipari PASSIO DREPANI CUM ARS HORTOLANORUM edito da Ignazio Grimaldi Editore nel 2008. In esso Salvatore Amantia è chiamato l’Archimede dei cavalletti.

E così siamo arrivati alla fine di questo viaggio che è stato leggermente più lungo del previsto. Continuate a seguirci. Dopo una piccola pausa, ritorneremo con nuove avvincenti avventure.

E anche pi stanno ni vittimu i misteri…

I MISTERI – SESTA PARTE

PARTE PRIMA – Introduzione
PARTE SECONDA – Le Confraternite
PARTE TERZA – Dalle Casazze ai Misteri
PARTE QUARTA – Piccoli incidenti di percorso
PARTE QUINTA – Una arrancata fino ai giorni nostri

Carchet

Sin dall’origine i misteri devono rispondere a esigenze pratiche oltre che estetiche. Innanzitutto la leggerezza nel trasporto e poi i materiali dovevano essere “poveri” e facilmente reperibili.

Imbottitura in paglia di una scultura

Ecco allora che alcune parti sono di legno scolpito, di solito cipresso, ad esempio le braccia, la testa e i piedi. Sempre di legno è la parte interna che ha una funzione strutturale, collega le diverse parti ed è incastrata sulla base anch’essa di legno, la varatramite l’antica tecnica di mortasa e tenone. Il grosso del volume del mistere è invece fatto di sughero o di paglia.

Il vestiario si ottiene avvolgendo tutto con delle grosse tele imbevute di colla, su cui viene steso a caldo uno strato di gesso e colla animale, che, una volta asciutto, verrà lisciato e dipinto. Le mani di colore sono due: la prima a tempera, di solito ocra, e la seconda a olio. 

Questo misto di legno, colla, tela, sughero, gesso e colori in una parola si chiama carchet, ma non chiedeteci da dove deriva. Non ne abbiamo idea…

E dal punto di vista artistico? I misteri non dovevano essere solo belli, ma dovevano anche suscitare nel popolo lo stato d’animo adatto alla via crucis. Per questo le espressioni dei personaggi rappresentati sono accurate e facilmente identificabili. Maria è l’immagine del dolore, Gesù è quasi sempre sereno, i soldati feroci, i giudei perfidi. Inoltre grande attenzione è data alla scenografia. La Separazione per esempio è strutturata per attirare l’attenzione non su Gesù, ma sulla Madonna, che è la più alta dei due. Il resto è affidato alla musica, che dopo ventiquattro ore di ascolto si trasforma da evocativa in ipnotica.

Setticarrini

Gli autori dei misteri erano tenuti a rispettare scrupolosamente il capitolato dei lavori, ma avevano anche molta libertà. Gli abiti del periodo romano hanno uno stile spagnoleggiante, secondo la moda del periodo, e talvolta in questo o in quel personaggio si può riconoscere una persona realmente esistita. Ad esempio il giudeo che mentre spoglia Gesù viene spogliato per un prodigio divino, è l’aiutante boia dell’epoca, conosciuto con l’ingiuria di Setticarrini, sette carlini, che era il compenso che prendeva per ogni esecuzione.

E’ interessante notare che questo particolare non è presente in nessuno dei testi sacri. Lo stesso si può dire del guanto di ferro del soldato romano nel gruppo Gesù dinanzi ad Hanna o del gesto della fico nell’Incoronazione di spine di cui abbiamo parlato tempo addietro (link). Addirittura interi gruppi, la Separazione e la Caduta al Cedron, si basano su episodi assenti nel vangelo, ma in questo caso crediamo che non c’entri la libera interpretazione dell’artista, e sia dovuto a una precisa richiesta del ceto, basata su credenze popolari non scritte.

Ma chi erano questi artisti senza i quali non saremmo qui a parlare di misteri?

SETTIMA PARTE – Maestri trapanesi dell’arte della colla e tela
OTTAVA PARTE – Multimedia: dalla Spartenza all’Incoronazione di Spine
NONA PARTE – Multimedia: da Ecce Homo all’Addolorata
DECIMA PARTE – A vella
UNDICESIMA PARTE – Il mistero più grande
DODICESIMA PARTE – Il lessico dei misteri
TREDICESIMA PARTE – Il mistero dell’ultima cena
QUATTORDICESIMA PARTE – Di chi sono i misteri?
QUINDICESIMA PARTE – La madre Pietà dei Massari e la madre Pietà del Popolo
SEDICESIMA PARTE – L’Archimede dei cavalletti

I MISTERI – QUINTA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione
SECONDA PARTE – Le confraternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso

Una arrancata fino ai giorni nostri

Nell’800 i misteri si modernizzano e diventano simili a come li conosciamo noi adesso. Le maestranze subentrano alla Confraternita nell’organizzazione della processione e delle scinnute, le bande musicali sostituiscono i cantori, e i gruppi statuari, inizialmente portati in spalla dai componenti dei ceti, vengono sostituiti da professionisti regolarmente retribuiti, i massari. Sembra però che la qualità del trasporto non sia migliorata dato che di tanto in tanto si ha notizia di rovinose cadute, come ad esempio quella della Flagellazione nel 1891.

Processione d’altri tempi in un quadro di Francesco Renzo Garitta

Dal 1856, per decisione del vescovo Ciccolo Rinaldi alla processione non prendono più parte i vattenti. Un’altra innovazione dello stesso vescovo è la sostituzione dei frati che precedono la statua dell’Addolorata con le ragazze dell’orfanotrofio. Purtroppo quest’ultima novità non dura molto a causa dell’improntitudine e degli apprezzamenti di certi giovinastri, per cui dopo qualche anno le ragazze sono state sostituite con gli alunni del seminario. 

I misteri non hanno risentito dell’unità d’Italia e delle leggi eversive che poco dopo seguirono. Nel 1890 viene proibita la visita alle chiese, motivo di invidie e di infiniti ritardi, che sono costrette a restare chiuse durante la processione. L’obbligo di chiusura è stato tolto dopo dieci anni, ma solo per le tre chiese parrocchiali, San Lorenzo, San Nicola e San Pietro.

Siamo così arrivati al ‘900. Negli anni ’30 fa la comparsa un personaggio singolare: un uomo a cavallo, accompagnato da due tamburini, con un monotono squillo di tromba annuncia l’apertura della processione. Il cavaliere è rimasto nella memoria collettiva con il nome onomatopeico di Taratatiu e attirava sia i bambini, incuriositi dalla tromba, che gli adulti che lo aiutavano a rimettersi in sella dopo le, a quanto pare frequenti, cadute causate dell’alcool. 

La Chiesa di San Michele dopo il bombardamento del 1943

La storia dei misteri è indissolubilmente legata a quella della Chiesa di San Michele, dove sono stati custoditi i misteri fino al 1943. Qui la loro storia si incrocia con la storia della guerra. Il 6 aprile 1943 infatti una pioggia di bombe si abbatte su Trapani. Vengono sganciate da una pattuglia di B-17, le fortezze volanti, e, assieme al porto, che costituiva l’obiettivo militare, colpiscono anche parte della Chiesa di San Michele. Tra le vittime e i feriti della guerra vanno conteggiati gran parte dei misteri, la cui sorte però sta a cuore ai trapanesi più che la stessa chiesa. Infatti la chiesa verrà demolita, e i misteri ricostruiti. Ospitati nella Chiesa di Badia Grande nel 1946 e nella fatiscente Chiesa del Collegio dal 1947 al 1957, successivamente sono quasi di continuo nella Chiesa del Purgatorio dove si trovano ancora oggi.

Il dopoguerra porta anche altri due cambiamenti: il primo è che scompare il pittoresco Taratatiu. Dal 1948 è il gonfalone comunale ad aprire la processione. Il secondo, ben più importante, è l’introduzione dei cavalletti, che hanno aumentato la sicurezza e reso più agevole il trasporto dei gruppi.

1974: si costituisce l’Unione delle Maestranze

Per un breve periodo, dal 1959 fino al 1965, alcuni militari in costumi del ‘700 hanno partecipato alla processione suonando trombe e tamburi. Vita breve hanno avuto anche i premi istituiti nel 1949. Medaglie d’oro, d’argento e targhe commemorative, andavano ai gruppi più meritevoli. Anch’essi però sono stati causa di ulteriori polemiche e sono stati aboliti dopo qualche anno.

Dal 1974 i misteri sono organizzati dall’Unione delle Maestranze e non più dalle singole categorie singolarmente. Quasi contemporaneamente, il 26 dicembre 1974, viene rifondata la Confraternita di San Michele, di fatto scomparsa. Il resto è praticamente storia di oggi. Tra le ultime novità di rilievo segnaliamo la scomparsa degli incappucciati, vietati dal vescovo Francesco Micciché nel 2000, con la motivazione che nell’aspetto rimandano a sette e società segrete, e la presenza femminile sempre più frequente tra i portatori.

Un segno dei tempi: le donne non sono più solo spettatrici dei misteri

SESTA PARTE – Carchet
SETTIMA PARTE – Maestri trapanesi dell’arte della colla e tela
OTTAVA PARTE – Multimedia: dalla Spartenza all’Incoronazione di Spine
NONA PARTE – Multimedia: da Ecce Homo all’Addolorata
DECIMA PARTE – A vella
UNDICESIMA PARTE – Il mistero più grande
DODICESIMA PARTE – Il lessico dei misteri
TREDICESIMA PARTE – Il mistero dell’ultima cena
QUATTORDICESIMA PARTE – Di chi sono i misteri?
QUINDICESIMA PARTE – La madre Pietà dei Massari e la madre Pietà del Popolo
SEDICESIMA PARTE – L’Archimede dei cavalletti

L’ARTE DI ARRANGIARSI

Mater artium necessitas

Brevissimo post. Trapani, anni ’60. Sta arrivando l’era della motorizzazione di massa. Purtroppo però non tutti hanno la possibilità di comprare una macchina o un motorino. L’alternativa è andare a piedi o in bicicletta, ma c’è chi, come Antonio Figlioli, non ha le gambe. Niente panico, laddove il fisico penalizza, supplisce la mirudda. Non è forse questo che chiamiamo progresso?

Antonio-Figlioli

ZUM

Jim Carrey imita Zum

Jim Carrey imita Zum

Cosa hanno in comune Robert Pattinson, tenebroso protagonista di Twilight, e il feroce dittatore nordcoreano Kim Jong-Un?

Torniamo un attimo agli anni ’50 quando un barbiere del centro storico di Trapani, Zum, diede origine al modo di dire un po’ dispregiativo “Ma-chi-ti-tagghiasti-i-capiddri-ni-zum?” che si spiega col fatto che costui aveva l’abitudine di mettere una tazza sulla testa del cliente e poi zac!, una sforbiciata a girare e i capelli erano belli e pronti a tempo di record.

Probabilmente era solo una diceria e Zummo, questo il suo nome completo, era un bravo barbiere e il suo taglio “a tazza” era un taglio a caschetto un po’ più creativo del solito e quindi troppo avveniristico per l’epoca. Il tempo invece lo ha rivalutato, e oggi molti personaggi famosi portano il taglio “alla Zum”.

Kim Jong-un

Kim Jong-Un

Robert Pattinson

Robert Pattinson

LA VERA STORIA DI MARRA MIMI’

Cane con selvaggina. Forse attribuibile a Marra Mimì

Cane con selvaggina. Forse attribuibile a Marramimì?

Abbiamo già raccontato un aneddoto su Marramimì (link). Ebbene, dobbiamo ammettere che forse abbiamo sbagliato e che le cose non stanno così come le abbiamo raccontate.

La nuova versione ci arriva direttamente da un lettore trapanese che ha ascoltato la vera storia da suo padre, cliente abituale di due negozi di materiale per edilizia che si trovavano entrambi in via Orti, uno di fronte all’altro. Il padre del nostro lettore era anche amico di uno di essi e racconta che tra i due commercianti non correva buon sangue: scaramucce e piccoli dispetti erano all’ordine del giorno.

Una volta Marramimì, famoso pittore murale cittadino, passò da quelle parti e il proprietario di uno dei negozi gli commissionò un dipinto raffigurante un grosso cane con un grosso osso in bocca e legato alla cuccia da una grossa catena. Sotto il dipinto le parole “crepa infamia, chi d’invidia campa disperato muore” dirette ovviamente al rivale in affari. Marramimì eseguì il dipinto, fu pagato 10 lire e se ne andò soddisfatto.

Ovviamente il proprietario della bottega antistante capì subito che il cane che mordeva l’osso rappresentava lui rosicante d’invidia. Pensò allora di ripagare il dirimpettaio con la stessa moneta. Mandò a chiamare Marramimì e gli commissionò lo stesso dipinto, ma siccome 10 lire gli sembravano troppe, disse al pittore che non gli avrebbe dato più di 5 lire. Il pittore accettò, ma specificando: “Allora lo dipingo senza catena al collo”. “Va bene” gli rispose lo spilorcio. Il resto della storia è facile da immaginare. Il murales fu dipinto ad acquarello e non coi colori ad olio, la notte un violento acquazzone rovinò il dipinto e l’avaro commerciante restò con un palmo di naso…

E’ questa la versione definitiva o ci sarà un’altra errata corrige?

IL MARE DI JOE. DALLA SICILIA ALL’ALASKA

Pietro Guerra: Prima Joe era come un animale pi travagghiare, a puppa era un animale pi travagghiare, un cinnera come a iddru pi travagghiare.

Il mare di Joe è un film documentario di Enzo Incontro, direttore dell’Area Marina Protetta del Plemmirio, e del regista Marco Mensa, dedicato alla vita del pescatore marettimano Joe Bonanno.

La locandina del film

La locandina del film

Il film inizia con Enzo incontro a cui dopo un’immersione a Marettimo viene offerto un panino al salmone. Enzo é spiazzato. Proprio un panino al salmone invece di una specialitá locale?

Ma, gli spiega l’interlocutore, questo non è salmone della grande distribuzione, questo è stato pescato in Alaska dai pescatori marettimani.

Enzo, incuriosito, vuole saperne di piú e ascolta il racconto del suo interlocutore che gli dice che da piú di 100 anni c’é un filo rosso che unisce l’America all’isola di Marettimo. Enzo ascolta dubbioso, ma la sua incredulitá crolla quando il suo interlocutore gli svela di essere lui stesso un pescatore di salmone che é stato diversi anni in Alaska. Enzo allora si fa raccontare tutto e man mano che il racconto procede, un personaggio attira la sua attenzione piú di altri, un certo Joe Bonanno, detto Linuccio, pescatore leggendario che vive a Monterey in California. Enzo allora si fa mettere in contatto con lui e decide di andarlo a trovare.

Joe e la moglie accolgono Enzo

Monterey, California – Joe e la moglie accolgono Enzo nella loro casa

Joe, come lo chiamano in America, o Linuccio, come é conosciuto a Marettimo,  é un sessantenne ospitale che vive in una villetta tipica del ceto medio americano. E’ sposato con Beatrice e ha diversi figli, che peró non hanno voluto seguire le orme paterne. Dice di sentirsi piú americano che italiano, ma i suoi racconti, il suo parlare degli amici isolani, la sua cucina, il suo cuscus, tutto insomma fa credere l’opposto.

A Monterey, Enzo scopre la comunitá marettimo-americana, legata da un senso di identitá ancora fortissimo. Solo per fare un esempio ogni mercoledí Joe prepara il cuscus per i suoi amici, solo uomini e solo siciliani, una quarantina che parlano in dialetto, cantano e lasciano le mogli a casa a badare ad altro.

Tra una visita alla pasticceria della figlia Katy e un incontro al bar dei pescatori, sempre accompagnati da aneddoti avventurosi raccontati in un misto di americano e siciliano antico, arriva il momento di partire per l’Alaska.

La preparazione del viaggio, soprattutto pane e olive scacciate, é affidata a Joe, come ogni anno da piú di 40 anni.

Il senso di comunitá a King Salmon, nella Bristol Bay, é, se possibile, ancora piú forte che a Monterey.

Joe prepara il cuscus. Alla sua sinistra Pietro Guerra; a destra Enzo Incontro

King Salmon, Alaska – Joe prepara il cuscus. Alla sua sinistra l’amico Pietro Guerra

Joe e i suoi amici, tra cui l’inseparabile Pietro Guerra, aspettando l’apertura della stagione di pesca, preparano le reti e si riuniscono per delle mangiate a base di cous-cous, arancine e altre specialitá siciliane, tutte ovviamente preparate da Joe. Non mancano i momenti strappalacrime come quando Pietro Guerra si commuove pensando al momento in cui Joe non ci sará piú o quando lo stesso Joe legge un diario dove sono annotate le uscite in mare di tutta la sua vita.

Ma dopo tanta attesa arriva il momento della partenza. Enzo peró ha la febbre e non puó documentare l’uscita dei pescatori leggendari e puó solo immaginare Joe e i suoi aiutanti mettere in mare le reti, l’attesa carica di tensione e la gioia del rientro. Ed é un peccato che il punto a cui tutto il film converge sia documentato velocemente e quasi di sfuggita.

Il film si conclude con una frase di Joe:

“Quando la barca e vecchia, comincia a fare acqua, e io comincio a fare acqua. Peró quando sono qua, anche se mi sento male, sento che questa é la mia seconda casa”

Consiglio la visione a tutti, soprattutto a chi soffre di pessimismo cronico. E’ un documentario che infonde speranza, fiducia in se stessi e buonumore, perché se uno come Joe é arrivato in Alaska partendo da Marettimo, allora al mondo non c’é niente di impossibile.

Ma alla fine qual é il mare di Joe? Il Mar Mediterraneo della sua Marettimo, la baia di Monterey o le fredde acque dell’Alaska? Joe non lo dice, ma fa capire che molto semplicemente che, canale di Sicilia o Stretto di Bering, il mare di Joe é quello dove Joe butta le reti.

Il rientro

King Salmon, Alaska – Il rientro