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CICIREDDU

CiciredduIl cicireddu è un comunissimo pesce del Mediterraneo, protagonista della cucina trapanese. Piace soprattutto ai pigri perché le spine sono così piccole che si mangiano senza problemi.

Tuttavia oggi non parliamo di ricette, ma di teatro perché il cicireddu è anche il protagonista di un aneddoto nato in una viuzza del centro storico dove si svolgeva il teatro dei pupi.

I pupari, padre e figlio, erano nel pieno della battaglia tra saraceni e cristiani. A un certo punto si avvertì una abbanniata provenire dall’esterno: “Cicireddu frittu, cicireddu di tramontana!

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Sorpreso, il figlio si rivolse al padre: “Papà, sta passando quello del cicireddu“.

Tra gli spettatori si diffonde un’atmosfera di incertezza. Che c’entrava il cicireddu con l’accanita lotta che era in corso?

Ma il padre, da vecchio volpone e con grande prontezza, continuando a muovere i fili dei pupi, rispose con voce stentorea: “Comprane un chilo” e dopo una breve pausa  aggiunse:”Stasera lo faremo arrostito sotto le mura di Parigi!”

Fu un successo. Gli spettatori apprezzarono l’improvvisazione perfettamente amalgamata col resto della storia e applaudirono fragorosamente, facendo entrare il cicireddu nella storia dell’opera dei pupi. 

Nota: L’aneddoto è raccontato da Giuseppe di Marzo negli Echi dialettali della vecchia Trapani con la differenza che a dare origine alla serie di battute fu il figlio e non il padre. Noi abbiamo scelto di raccontare una versione che ci sembra più verosimile.
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STORIA DI UN RIVOLUZIONARIO TRAPANESE – OTTAVA PARTE

Un viaggio in Europa

PRIMA PARTE – LA COMUNE DI PARIGI
SECONDA PARTE – L’INTERNAZIONALE SOCIALISTA SBARCA A TRAPANI
TERZA PARTE – DA TRAPANI A SYDNEY
QUARTA PARTE – LA NAVE DEI DISPERATI
QUINTA PARTE – L’ITALO-AUSTRALIANO
SESTA PARTE – L’ESILIO DI ORANGE
SETTIMA PARTE – L’AUSTRALIAN SOCIALIST LEAGUE

Abbiamo lasciato Sceusa nel giugno 1893 sul molo di Sydney assieme alla moglie Louisa. Stanno per salire sul piroscafo Polynesien diretto a Marsiglia. Qualche anno prima a Parigi si era inaugurata la Seconda Internazionale, l’organizzazione che riunisce tutti i partiti socialisti del mondo e i lavori dell’Internazionale, proseguiti a Bruxelles, adesso si stanno spostando a Zurigo.

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Filippo Turati, padre del socialismo italiano

Sceusa è il delegato dell’Australian Socialist League, ma attenzione non solo di Sydney, bensì di tutta l’Australia. I compagni della lega socialista si offrono di pagargli il biglietto, ma Sceusa signorilmente rifiuta. Da Marsiglia, anziché dirigersi subito a Zurigo, va a Milano, dove incontra Filippo Turati e Camillo Prampolini, che l’anno precedente avevano fondato il partito socialista italiano. E’ il periodo dell’infuocato conflitto tra anarchici e socialisti e in questo contesto sono interessanti le confidenze che Sceusa fa a Prampolini. “In Italia” dice “io sarei ancora anarchico. Ma come potrei esserlo in Australia? Contro chi e perché dovrei predicare l’uso dei mezzi violenti in un paese dove noi, come tutti, possiamo riunirci quando vogliamo, tenere conferenze nelle piazze e nelle vie, fare quante associazioni ci aggrada, stampare tutto ciò che ci piace? Là, mi sono accorto che il nemico vero, il grande ostacolo, che occorre superare per l’attuazione dei nostri ideali non è il Governo tiranno, non è neppure la volontà dei capitalisti, ma è soprattutto il popolo, che non ci intende e non ci segue.”

L’anarchico è diventato socialista. E a Zurigo vota con la maggioranza l’espulsione degli anarchici. Il congresso è importante perché vengono istituiti il primo maggio, la giornata lavorativa di otto ore e altre cose che si trovano nei libri di storia. Sceusa anche lì non si stanca di lodare la terra adottiva arrivando a profetizzare che l’Australia sarebbe diventata “la prima nazione al mondo a conseguire l’emancipazione delle classi lavoratrici”.

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La nave passeggeri Armand Behic con la quale Sceusa e la moglie tornano a Sydney

Alla fine dei lavori Sceusa ne approfitta per andare a Trapani, da dove manca da sedici anni e dove viene ricevuto “con grandi manifestazioni di affetto“, degne di un grande leader di un paese lontano. Alcuni giornali riferiscono di diecimila persone e di un’orchestra di sessanta mandolini che lo accoglie, e della preoccupazione di Louisa Swan, non abituata alla “gioia pazza del popolo“. Non abbiamo modo di verificare l’autenticità del racconto, ma sicuramente Sceusa non è più il giovane clandestino che a Trapani sognava la Prima Internazionale.

A Trapani e in tutta la Sicilia in generale è il periodo dei Fasci Siciliani e Sceusa ovviamente invita i compagni a resistere alla repressione. Si ferma a Trapani qualche giorno e poi rientra a Sydney, sempre via Marsiglia, dove arriva il 7 novembre 1893.

(CONTINUA…)

NONA PARTE – FAREWELL TO SYDNEY
DECIMA PARTE – SCEUSA CONTRO NASI
UNDICESIMA PARTE – GLI ULTIMI ANNI
ADDENDUM – LOUISA SWAN

STORIA DI UN RIVOLUZIONARIO TRAPANESE – SECONDA PARTE

L’Internazionale Socialista sbarca a Trapani

PRIMA PARTE – LA COMUNE DI PARIGI

Il giovane trapanese era nato nel 1851 da Giuseppe Sceusa, droghiere, e da Concetta Cavasina, si chiamava Francesco, e fino all’incontro con Malot, non aveva fatto niente di diverso dai suoi coetanei.

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“…aveva un bell’aspetto, una figura sobria con i baffi e capelli neri e dritti. Anche se mite era suscettibile ed eccitabile…!

Da Palermo, Francesco si trasferisce a Napoli per continuare a studiare, ma ormai è stato conquistato dal verbo socialista e più che sui libri, passa il tempo negli ambienti socialisti diventando un rivoluzionario di professione.

Nel 1875 torna a Trapani e diffonde le idee socialiste scrivendo nel giornale “Il nomade” e successivamente nel “Lo scarafaggio” da lui stesso fondato.

A lui si deve l’istituzione a Trapani di un casino di compagnia, ovvero un dopolavoro per gli operai, e della sezione trapanese dell’Internazionale Socialista dei lavoratori, in contatto, secondo Sceusa, con la sede centrale di Londra e con tutti i rivoluzionari europei. Ne fanno parte, oltre a Sceusa, Vincenzo Curatolo, suo collaboratore allo Scarafaggio, Alberto Giannitrapani, Saverio Guardino e altri.

“Il 18 marzo 1876 con Sceusa ed altri moltissimi compagni lavoratori solennizzammo la Comune di Parigi che in quel giorno ne ricorreva l’anniversario, e ad iniziativa dello Sceusa s’improvvisò un albero, a cui fu posto un berretto rosso e nero. Intorno a quell’albero, simbolo evidente di libertà, non mancarono, ricordo bene, i discorsi dello Sceusa e di tutti inneggianti alla Rivoluzione Sociale e al Comunismo.”
Alberto Giannitrapani

Non sappiamo quanti aderenti ebbe l’Internazionale a Trapani. Sceusa stesso dirà poi che ne facevano parte mille contadini. La stima ci sembra un po’ esagerata, ma sta di fatto che le autorità cominciano a preoccuparsi e a prendere provvedimenti. Lo Scarafaggio viene chiuso, siamo nel settembre del 1876, e l’anno successivo il prefetto Domenico Bardari intima a Sceusa “di non dare ulteriormente motivo a sospetti di sé per la propria condotta pubblica alle autorità di pubblica sicurezza” e gli ordina di non girare armato, di non turbare l’ordine pubblico tramite discorsi o scritti, di non eccitare l’odio sociale e di non aderire o promuovere qualsivoglia assembramento.

Ma l’avvertimento non serve a molto. Sceusa persevera e nel febbraio 1877 riceve un’altra ammonizione “quale mafioso per la costante abitudine coll’intimidazione e occorrendo anche colla violenza onde raggiungere utilità o preponderanza a danno degli altri.”

Giovanni Nicotera, ministro dell’Interno nel primo governo Depretis e nel primo governo di Rudinì

Sceusa non è il tipo da subire in silenzio e reagisce pubblicando il libello “Mafia ufficiale” in cui denuncia come mafioso il tentativo di bollarlo come mafioso.

Con un’abile mossa dedica il volumetto al deputato repubblicano Giovanni Bovio, che porta il caso addirittura alla Camera dei deputati. All’interrogazione parlamentare del 17 aprile 1877, il ministro dell’Interno Giovanni Nicotera replica sbrigativamente che Sceusa era “un mafioso ammantato con la veste di uomo politico” e che non c’era da meravigliarsi dato che “i socialisti sono mafiosi in Sicilia, camorristi a Napoli, accoltellatori nelle Romagne”

Nicotera però non si limita a parlare. Il giorno successivo, il 18 aprile, ordina lo scioglimento di tutte le federazioni, sezioni, circoli, nuclei e gruppi dell’Internazionale esistenti nel Regno. Due giorni dopo, è il 20 aprile, la federazione di Trapani viene sciolta e le sue carte sequestrate. Anche l’abitazione di Sceusa venne perquisita, ma lui non c’è. Ha già preso il largo…

(CONTINUA…)

TERZA PARTE – DA TRAPANI A SIDNEY
QUARTA PARTE – LA NAVE DEI DISPERATI
QUINTA PARTE – L’ITALO-AUSTRALIANO
SESTA PARTE – L’ESILIO DI ORANGE
SETTIMA PARTE – L’AUSTRALIAN SOCIALIST LEAGUE
OTTAVA PARTE – UN VIAGGIO IN EUROPA
NONA PARTE – FAREWELL TO SYDNEY
DECIMA PARTE – SCEUSA CONTRO NASI
UNDICESIMA PARTE – GLI ULTIMI ANNI
ADDENDUM – LOUISA SWAN

STORIA DI UN RIVOLUZIONARIO TRAPANESE – PRIMA PARTE

Indefessi lettori, cominciamo il 2018 con una, speriamo, interessantissima storia. Buona lettura!

La Comune di Parigi

“L’intransigenza che ci distingue è una necessità in noi. Non potremmo ammettere nel nostro seno degli elementi estranei né amalgamarci con essi, senza perdere il nostro carattere socialista”

Non sono parole di Lenin, anche se potrebbero esserlo. Anzi, quando Lenin era era ancora un nuddrico, per le strade di Trapani c’era già qualcuno che predicava la rivoluzione. E non diciamo tanto per dire. Però, come al solito, facciamo un passo indietro nel tempo e andiamo fino al 1870, quando Lenin era veramente in fasce e dall’altra parte d’Europa, tra il Reno e la Mosella, i due eserciti più potenti di allora, quello francese e quello prussiano si affrontavano presso la città di Saarbrucken.

Le barricate furono il simbolo della Comune di Parigi. Ne furono erette un po’ dappertutto. Nella foto quella del Faubourg Saint Antoine

Era la guerra franco-prussiana, scoppiata perché l’Europa era diventata troppo piccola per due galli come Napoleone III e Bismarck. Non seguiremo tutte le vicende della guerra, quello che ci interessa è la conclusione, ovvero la capitolazione francese con annessa cattura dello stesso imperatore a Sedan. La Francia dice addio all’Impero che viene sostituito dalla Repubblica, la terza, di orientamento molto conservatore. Nella “rivoluzionaria” Parigi non la prendono bene, disconoscono il governo centrale e ne formano uno socialista che passerà alla storia come La Comune di Parigi che viene definita entusiasticamente da Carlo Marx il primo governo operaio della storia. Essa però divide i due padri della patria italiana: Garibaldi, che in quel momento si annoiava a Caprera, corre subito a Parigi per sostenere i rivoltosi; Mazzini, più disincantato, invece è contrarissimo.

Benoît Malon, uno dei protagonisti della Comune di Parigi

L’esperienza della Comune finisce nel sangue, e molti suoi sostenitori, i cosiddetti “comunardi“, scappano da Parigi. Uno di questi, Benoit Malon, va prima in Svizzera, e poi in Italia.

Interessante, ma, direte voi, che c’entra tutto questo con la nostra storia? C’entra perché dopo essere stato in nord Italia, Malon si sposta in Sicilia, precisamente a Palermo. Nel 1873 lo troviamo che lavora come redattore presso Il povero, uno dei primissimi giornali socialisti italiani. E’ qui che incontra un giovane geometra arrivato da poco da Trapani.

I due non potevano essere più diversi. Tra loro c’era una differenza di età di una decina di anni, ma uno era stato deputato all’Assemblea Nazionale francese e aveva girato mezzo mondo, l’altro ignorava cosa ci fosse al di fuori della sua città natale, dalla quale non era quasi mai uscito.

E’ allora che il giovane sente parlare per la prima volta di Marx, Proudhon, Bakunin e delle eroiche gesta della Comune di Parigi. Ne resta inebriato e decide di diventare un rivoluzionario…

(CONTINUA…)

SECONDA PARTE – L’INTERNAZIONALE SOCIALISTA SBARCA A TRAPANI
TERZA PARTE – DA TRAPANI A SIDNEY
QUARTA PARTE – LA NAVE DEI DISPERATI
QUINTA PARTE – L’ITALO-AUSTRALIANO
SESTA PARTE – L’ESILIO DI ORANGE
SETTIMA PARTE – L’AUSTRALIAN SOCIALIST LEAGUE
OTTAVA PARTE – UN VIAGGIO IN EUROPA
NONA PARTE – FAREWELL TO SYDNEY
DECIMA PARTE – SCEUSA CONTRO NASI
UNDICESIMA PARTE – GLI ULTIMI ANNI
ADDENDUM – LOUISA SWAN

LEGGENDARI SPADACCINI TRAPANESI – ATHOS DI SAN MALATO

“…mi è capitato un caso strano: nessuno degli schermidori classici volle più accettarmi come avversario. Io facevo della scherma diversa dalla loro, ero un ribelle delle dottrine classiche, rinnegavo le nobili e pure tradizioni…” Athos di  San Malato

Cari lettori, la scorsa settimana abbiamo parlato di Turillo di San Malato (link). Oggi parliamo di suo figlio Athos, e, potete immaginare, con un nome così, non poteva che essere un predestinato.

athos-di-san-malato-staitiAthos nasce nel 1868 quando Turillo e Maria Staiti non sono ancora sposati. Siamo sicuri che sin dalla culla il padre gli abbia raccontato dell’omonimo eroe del romanzo di Dumas e gli abbia insegnato a usare la spada prima della penna, così come Athos, quello del libro, non aveva potuto fare col proprio figlio Raoul.

Athos, il nostro Athos, segue il padre a Parigi dove ha modo di dimostrare che le lezioni di scherma non sono state inutili. L’interesse attorno a lui non si ferma alla Francia. Dall’Australia al Brasile molti giornali ne parlano.

La sua è una scherma più tecnica di quella del padre. Inventa il concetto di cono di protezione, lui lo chiama di impenetrabilità, alla base della scherma moderna. In pratica la perfezione della linea spalla-gomito-polso-spada dà garanzia assoluta di non essere colpito. Noi lasciamo che siano gli addetti ai lavori a giudicare l’efficacia di questa teoria.

Brevetta anche una impugnatura rivoluzionaria che permette una presa sulla spada più naturale, ovvero un’impugnatura non liscia, ma anatomica. E infatti si chiama proprio impugnatura anatomica, gli americani la chiamano pistol grip, e, sebbene sia stata ideata per il terreno, oggi è la più usata in pedana. Su Wikipedia l’inventore risulta il vercellese Francesco Visconti, ma noi sposiamo la tesi di Adalberto Tassinari che sostiene che San Malato abbia usato l’impugnatura anatomica ben prima del Visconti. Quest’ultimo, a quanto ne sappiamo, non ha mai depositato un brevetto al riguardo, cosa che invece fece Athos di San Malato… Chi lo sa, forse un giorno verrà chiamata impugnatura alla San Malato? Ai posteri l’ardua sentenza…

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Di San Malato si ricorda anche l’impegno per la legalizzazione del duello in Italia. Da una conferenza tenuta a Napoli viene tratto il libro “La Partita d’onore e le sue leggi” dove descrive gli aspetti tecnici, giuridici e morali del duello. Forse è una fortuna che non sia riuscito nell’intento, altrimenti oggi vedremmo la gente sfidarsi ad ogni angolo di strada.

Tra i suoi avversari ricordiamo il campione italiano Filippo Salvati, il celebre spagnolo Felix Lyon, il capitano argentino Rodriguez e il famoso maestro francese Marie Louis Damotte. Noi però scegliamo di raccontare il duello contro il terribile Eugenio Pini, detto il diavolo nero, anzi le diable noir, dato che siamo a Parigi nel febbraio del 1904. Il duello, nato non si sa bene per quale controversia, ha delle condizioni durissime: punta nuda, lama affilata, torso nudo per entrambi e nessuna tutela per il braccio.

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Il Nouveau-Théâtre di Parigi, cornice al duello San Malato-Pini

Athos di San Malato arriva con un mantello che lascia cadere, come il tenore di una grande opera, osserva qualcuno dei presenti. Sotto, la camicia con lo stemma del casato.

Tutto è pronto, Eugenio Pini si attorciglia i baffi, Athos di San Malato incrocia le braccia. Allez, messieurs! Si parte…

San Malato è una furia e va all’attacco. Pini si difende facilmente grazie alla sua ottima tecnica e cerca di passare al contrattacco. La folla è il delirio, batte le mani, urla, butta in aria i cappelli… Pini combatte in silenzio, San Malato ad ogni movimento emette dei grugniti. Più che un essere umano sembra una bestia, tanto che ad un certo punto l’arbitro lo richiama.

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Il duello del secolo, secondo la Tribuna Illustrata

Si va avanti così per cinque lunghi round. Al sesto, Pini viene ferito al braccio, ma può continuare a combattere. Nella stessa ripresa per pochissimo San Malato non viene trafitto. Un brivido corre lungo la schiena dei presenti, ma la tragedia è solo sfiorata. Si va avanti con San Malato che attacca e Pini che si difende, ma ad un certo punto le parti si invertono, Pini attacca e San Malato, stanco, sembra cedere, ma invece di indietreggiare va rabbiosamente avanti e ferisce l’avversario al sopracciglio destro. I testimoni di Pini vorrebbero fermare il duello, ma lui non si arrende, e quindi il combattimento prosegue. Siamo al diciottesimo round e dal sopracciglio di Pini continua a sgorgare sangue quando all’improvviso a causa di una distorsione il polso di San Malato comincia a gonfiarsi. Anche lui vorrebbe continuare, ma ora sono i testimoni ad insistere, e fermano il combattimento diventato troppo pericoloso.

Per due ore e mezza hanno provato a infilzarsi e ora, con impulsività tutta latina,  si abbracciano. Pini, si racconta, nonostante fosse più anziano, sembrava il meno stanco dei due.

LEGGENDARI SPADACCINI TRAPANESI – TURILLO DI SAN MALATO

Toulouse- Lautrec e le atmosfere seducenti e decadenti della Parigi di fine '800

Toulouse- Lautrec e le atmosfere seducenti e decadenti della Parigi di fine ‘800

Parigi, fine ‘800. E’ in questo periodo che si diffondono comodità fino ad allora sconosciute: la radio, l’automobile, l’illuminazione elettrica. Le condizioni di vita migliorano, molte malattie vengono debellate e i parigini scoprono il piacere di una vita spensierata. Il volto della città cambia per sempre. Viene costruita la Tour Eiffel, la gente riempie i teatri, i cinema e i café-chantants. Scompaiono busti e colletti alti. Le donne vanno in giro in tailleur, che ne esaltano il vitino da vespa, e indossano coloratissimi cappelli piumati. E’ la Belle Époque, e nonostante la vita gaudente, o forse proprio per questo, non mancano i duelli e i romantici spadaccini. Volete sapere che ci fa un trapanese in tutto questo?

Partiamo dall’inizio quando nell’aprile 1838 da una famiglia dell’alta borghesia trapanese nasce Salvatore Malato. Il padre Sebastiano è viceconsole, ovvero cura infatti gli interessi svedesi e norvegesi in Sicilia, lo zio Francesco, ricchissimo, quelli della Francia, l’omonimo nonno, oltre ad essere il principale esportatore di corallo, quelli della Nazione Britannica. Il piccolo, che trascorre gli anni dell’infanzia senza preoccupazioni economiche, ne combina di tutti i colori tanto che lo chiamano Turillo, il Castigo di Dio. Crescendo non mette la testa a posto, è irrequieto, ha un carattere sanguigno, attaccabrighe diremmo oggi, e sviluppa presto una vera e propria passione per le armi bianche.

A quei tempi l’offesa ed il mancato rispetto finiscono quasi inevitabilmente con un duello all’arma bianca. Il luogo di queste partite d’onore è la zona delle saline lontano da occhi indiscreti e la polizia borbonica ha il suo da fare per tenere a bada questo “riprorevolissimo imbecille giovinastro”. Finisce pure in carcere per uno scandalo legato alla vicenda amorosa con la cantante Adalgisa Molinari. L’eco dello scandalo arriva anche a Napoli, anzi, nella circostanza, è proprio Turillo a scrivere al sovrano Ferdinando II, ma questa è un’altra storia e per i dettagli rimandiamo il lettore curioso agli studi di Salvatore Accardi.

Garibaldi ad Aspromonte - Giovanni Fattori 1862

Garibaldi ad Aspromonte – Giovanni Fattori 1862

Noi proseguiamo perché Turillo è il tipo attorno a cui fioccano le leggende, e se di molti episodi non conosciamo l’autenticità, uno ha un testimone, anzi un protagonista, d’eccezione. Turillo è infatti un veemente garibaldino, a Trapani ha fondato anche il giornale risorgimentale “Caprera” e nel 1862 si trova in Aspromonte quando Garibaldi viene ferito. Ricordate “Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba…” ? In quella circostanza a sorreggerlo è proprio lui. A parte i tanti testimoni oculari, è lo stesso Eroe dei due Mondi che in una lettera a Turillo scrive:

Voi non siete mai uscito dalla mia memoria, né dal mio affetto… I fratelli vostri vi stimano come uno dei prodi, su cui l’Italia nutre le sue speranze… Sarei infelice di mancare dei miei fidi, dove contate nelle prime file… Ricordo che in Aspromonte, quando fui ferito, voi foste il primo sul quale mi appoggiai…

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Turillo di San Malato in pedana

Pur non rinunciando mai al duello di strada, col tempo l’attenzione di Turillo si sposta verso la pedana. In città dà vita alla prima scuola di scherma, presto frequentata dai rampolli della Trapani bene, primo tra tutti suo figlio, avuto da Francesca Staiti, e chiamato, chissà per quale motivo, Athos. La sala d’armi è in un appartamento di Piazza del Teatro, ora Piazza Scarlatti. Poi viene spostata in via San Francesco d’Assisi e successivamente in via Cortina, l’attuale via Nunzio Nasi.

La sua scherma non si inquadra in nessuno stile fino ad allora conosciuto. Lo stile di Turillo di San Malato unisce aggressività e irruenza a un grande rispetto per l’avversario e alla massima correttezza in pedana. Noi non siamo in grado di esprimere un parere tecnico. Jacopo Gelli, forse il più grande storico italiano della scherma, fa piazza pulita di alcuni sommari giudizi che descrivono Turillo al pari di un saltimbanco della pedana.

A un certo punto siccome i duelli trapanesi non gli bastano più si trasferisce a Parigi, dove ci sono nuovi avversari da sconfiggere e  nuove dame da conquistare. Il suo amore per la città è ricambiato e i giornali dell’epoca si affezionano all’esuberante schermidore.

Turillo di San Malato. Un giornale del 1881 lo descrive cosí: C’est un homme d’une quarantaine d’années. Figure sympathique. Taille ordinaire. Moustaches longues. Un tempérament de fer et des muscles d’acier

Turillo di San Malato. Un giornale del 1881 lo descrive cosí: C’est un homme d’une quarantaine d’années. Figure sympathique. Taille ordinaire. Moustaches longues. Un tempérament de fer et des muscles d’acier

Tra i duelli parigini raccontiamo uno dei più famosi, col celebre maestro d’armi Charles Pons. Il francese vuole sfidarlo perché è infastidito dalle urla in pedana che seguivano ad ogni assalto del trapanese. La sfida tra le due principali scuole schermistiche dell’epoca, quella francese e quella italiana, ha quasi del surreale con Turillo che si inginocchia e rimane fermo in quella posizione ad attendere l’attacco dell’avversario per ben due minuti, pronto al contrattacco, chiamato, come lui, il castigo di Dio. Il prudente Pons però non cade nella trappola e alla fine ferisce leggermente Turillo ad una mano. Quest’ultimo, per dimostrare al pubblico che l’avversario gli aveva fatto solo un graffietto, il giorno successivo vuole tirare di nuovo di scherma. Il deputato Paul de Cassagnac, padrino di Pons e direttore del Pays, gli scrive per farlo desistere:

Je savais que vous étiez un homme de coer. Je vous ai admiré sur le terrain. Je n’ai jamais vu une épée plus intrépide et une tète plus vaillante et j’en ai vu pas mal dans ma vie. Laissez passer quelques jours avant de tirer en public; c’est une question de convenance vis-à-vis de l’opinion. Il n’y a aucune fìerté à sembler moins blessé qu’on l’a dit et qu’on l’a été.

Scusateci se abbiamo lasciato i dialoghi in francese. E’ la lingua della scherma e poi non dimentichiamo che siamo in piena Belle Époque. Non sappiamo se condividere il giudizio di Martino Cafiero, “E’ il più bel tipo che sia mai uscito dalla inesauribile e portentosa Sicilia”. Di sicuro Turillo di San Malato è stato un personaggio d’eccezione, ma altrettanto sicuramente possiamo dire che non è stato il più grande schermidore che la città di Trapani abbia mai avuto…

NUNZIO NASI – PARTE IV

<== PARTE TERZA  PARTE QUINTA ==>

Nel cuore del popolo amato non c’é spada che possa colpir!

Prima di vedere cosa succede a Nunzio Nasi di ritorno dall’esilio facciamo un salto indietro e torniamo a Trapani nel novembre del 1904. Ci sono le elezioni per il Parlamento italiano e Nunzio Nasi, deputato alla Camera ininterrottamente da 18 anni, si candida da Parigi.

Trapani non solo non lo tradisce, ma incredibilmente i voti per lui sono superiori alle elezioni precedenti. Un trionfo. L’elezione di Nasi significa la revoca del mandato d’arresto e la necessitá di una nuova autorizzazione a procedere. Una indubbia vittoria per l’ex ministro, ma la Giunta della Camera ne invalida l’elezione con la tesi che la fuga significa ribellione alla legge e conseguente perdita del diritto di essere eletto. Bisogna, solo nel collegio di Trapani, ripetere le elezioni. Siamo nel 1905 e Nasi ottiene un nuovo plebiscito superando addirittura il numero di voti ottenuti l’anno precedente. Ma anche questa volta la Giunta della Camera ci mette lo zampino e invalida anche quest’altro plebiscito.

A Trapani la situazione é tesa. In cittá non si parla d’altro, e l’insofferenza verso il governo centrale cresce ogni giorno di piú. Ma il caso Nasi appassiona e monopolizza ormai i dibattiti e le prime pagine dei giornali anche al di fuori delle mura cittadine. Cesare Lombroso lo difende e accusa il pubblico ministero di coprire la “criminalitá burocratica”. Guglielmo Ferrero da Parigi si rammarica che a Parigi il caso non ha suscitato la stessa attenzione dell’Affaire Dreyfus una decina d’anni prima.

In questo clima si arriva all’aprile 1906 e Trapani va al voto per la terza volta nel giro di due anni. Il risultato nelle parole del giornale La Patria:

Se la prima elezione di Nunzio Nasi, dopo l’accusa, fu entusiastica, se la seconda fu plebiscitaria, non troviamo acconcia qualifica per questa terza; perché, non entusiasmo, non plebiscito, bensí delirio ha invaso trapanesi e non trapanesi. E infatti quel che é avvenuto ed avviene in quella cittá é qualcosa di superiore a qualsiasi confronto

Un plebiscito insomma, superiore a tutti quelli precedenti, ma per la terza volta in tre anni la Giunta della Camera annulla le elezioni. E chissá quanto sarebbe durato ancora questo tira e molla se nel giugno 1906 la Cassazione non avesse deciso l’inammissibilitá di ogni ricorso contro l’annullmento dell’elezione di Nasi… Ma a Trapani non la prendono bene…

Dimostrazione a sostegno di Nunzio Nasi

L’annullamento di una elezione puó passare, ma l’inammissibilitá del ricorso ha l’effetto di una scintilla in una fabbrica di esplosivi. Il popolo si impadronisce improvvisamente della cittá e la tiene al buio in segno di lutto. Gli avvenimenti che si susseguono poi sono frenetici: tutti gli edifici pubblici vengono chiusi, la forza pubblica ritirata, tutti i segni della sovranitá italiana cancellati, il consiglio comunale si dimette in blocco, il popolo irrompe nell’aula consiliare, viene bruciato il ritratto del Re. Il busto di Nasi viene esposto dal balcone. Si respira aria di Vespri siciliani, o di rivoluzione francese dato che sul palazzo di cittá viene issato il tricolore francese.

La via dove é nato Nasi, la Rua Grande, dopo l’unitá d’Italia corso Vittorio Emanuele, viene ribattezzata via Nunzio Nasi. E ad ogni angolo delle strade si cantano canzoni rivoluzionarie. L’inno Nasi diventa la colonna sonora dell’insurrezione.

Inno Nasi 1

Ma la protesta non riguarda soltanto Trapani. Manifestazioni di sostegno a Nasi si svolgono in tutte le cittá siciliane, a cominciare a da Palermo, sebbene con toni leggermente piú moderati.

Quando una protesta diventa cosí calda o rientra o diventa rivoluzione, o forse addirittura secessione. A Trapani non accade niente di tutto questo. Trapani diventa invece uno stato nello stato. Uno stato di autogestione permanente il cui cuore era a Parigi. Cosí mentre si susseguono gli appelli al Re e la battaglia giudiziaria contiunua nei tribunali, si arriva alla sentenza della Cassazione del giugno 1907, con cui la magistratura ordinaria rimette il destino di Nasi nelle mani del Parlamento e che gli permette di affrontare il ritorno in Italia con la sicurezza di chi sa di essere sul punto di vincere la partita…

(CONTINUA…)

<== PARTE TERZA  PARTE QUINTA ==>