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I MISTERI – QUATTORDICESIMA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione
SECONDA PARTE – Le confraternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso
QUINTA PARTE – Una arrancata fino ai giorni nostri
SESTA PARTE – Carchet
SETTIMA PARTE – Maestri trapanesi dell’arte della colla e tela
OTTAVA PARTE – Multimedia: dalla Spartenza all’Incoronazione di Spine
NONA PARTE – Multimedia: da Ecce Homo all’Addolorata
DECIMA PARTE – A vella
UNDICESIMA PARTE – Il mistero più grande
DODICESIMA PARTE – Il lessico dei misteri
TREDICESIMA PARTE – Il mistero dell’ultima cena

Di chi sono i misteri?

L’atto ricostitutivo della Confraternita di San Michele

La domanda, apparentemente banale, forse non è così banale. In passato, come sappiamo, la Confraternita di San Michele Arcangelo e del Preziosissimo Sangue ha concesso la gestione dei misteri alle categorie artigiane.

Nel corso dei secoli la partecipazione della Confraternita all’organizzazione dei misteri è diminuita sempre di più, fino a scomparire del tutto. Con lo scopo di tornare agli antichi splendori, la Confraternita viene rifondata nel 1974, cosa che ovviamente non poteva piacere all’Unione delle Maestranze, erede dei ceti artigiani. Siccome i tentativi di conciliazione non hanno successo, nel 1982 la ricostituita Confraternita cita l’Unione della Maestranze davanti al Tribunale Diocesano di Trapani.

La Confraternita ha dalla sua parte buone ragioni, confermate anche da una nota del Comune di Trapani, risalente al 1905e firmata da Giulio D’Alì Staiti,  dove si affermava che: “ … la processione dei Misteri si compone di 20 gruppi, che sono di proprietà della Compagnia di S. Michele Arcangelo, e ciascun gruppo è ceduto in uso ed affidato ad un’arte o maestranza, che ne osserva l’uscita e la spesa relativa.”

Andrea Cassone, presidente del Tribunale Ecclesiastico di Reggio Calabria nel 1989

Il tribunale trapanese però se ne lava le mani, rimettendo la causa alla Magistratura di Roma, la quale assegna il caso al Tribunale Apostolico di Palermo che alla fine sentenzia che non può emettere nessuna sentenza perché l’Unione delle Maestranze non è un ente riconosciuto dall’autorità ecclesiastica in quanto “non dotata di personalità giuridica canonica e della capacità di stare in giudizio davanti ad un Tribunale ecclesiastico”.

La Confraternita non gradisce e ricorre in giudizio. Il caso riesaminato dal Tribunale Metropolitano Ecclesiastico di Reggio Calabria arriva alla conclusione il 13 maggio 1989. In sostanza l’Unione delle Maestranze è una unione privata di fedeli non riconosciuta dalla Chiesa, che su di essa non ha nessuna autorità. La sentenza del tribunale palermitano è quindi confermata.

Così la domanda: a chi appartengono i misteri? rimane senza risposta. O forse la risposta è più semplice di quello che pensiamo: i misteri sono della città di Trapani.

ABBIRIRI CHI MI VEGNU E DICU ASCHI

tri_triEcco un gioco di società da sempre passatempo dei bambini trapanesi. Il numero di partecipanti non è importante. Da quattro in poi va bene. Si formano due squadre, ciascuna con un capitano. A pari e ziparo si decide la squadra che va sutta e quella che va ‘ncapu.

A questo punto i componenti della squadra sutta si piegano uno dietro l’altro come a formare un ponte. Il capitano può mettersi spalle a muro oppure partecipare come gli altri alla formazione del ponte.

A uno a uno, ciascun giocatore della squadra avversaria, presa la rincorsa durante la quale grida “abbìriri-chi-mi-ni- vegnu-e-ricu-àschi“, salta appoggiandosi con le mani sul primo avversario piegato e cerca di ricadere sulle spalle degli avversari nel punto più lontano possibile. Attenzione però a non esagerare con lo slancio perché se si cade o se si tocca terra con i piedi, o se si fa cadere un compagno già sul ponte, il gioco riprende con l’inversione dei ruoli, la squadra che prima era sutta va ‘ncapu e viceversa. Se invece si rompe il ponte, il gioco ricomincia con le squadre negli stessi ruoli.

acchiana-u-patreSe invece il ponte regge e nessuno cade, il gioco prosegue fino al salto del capitano della squadra ‘ncapu, che sul ponte dice velocemente: “Quattru-e-quattru-ottu-scarica-lu-bottu-aceddru-cu-li-pinni-scàrica-e-vattìnni-aschi-aschi-aschi” A questo punto il gioco è finito. I capitani delle due squadre si congratulano a vicenda e i ruoli si invertono oppure si decide di nuovo a sorte chi sta sutta e chi ‘ncapu.

Il gioco, semplice e divertente, è conosciutissimo in tutta Italia e in tutto il mondo coi nomi più disparati. A Palermo lo chiamano Acchiana u patri cu tutti i so figghi, oppure Scarrica canali, che causa una variazione della filastrocca, da “aceddu-cu-li-pinni-scarica-e-vattinni” a “aceddu-cu-l’ali-scarica-canali”

scarrica-canali

IL MERCATO DEGLI SCHIAVI A TRAPANI

Assidui lettori, fino ad ora abbiamo sempre parlato dei trapanesi schiavi in Nordafrica. Ma cosa succedeva ai turchi catturati dai trapanesi? Il loro destino non era meno triste di quello dei cristiani schiavi in terra di Maometto, ma di sicuro è meno conosciuto e quindi oggi cercheremo di colmare questa lacuna della nostra pubblicistica.

cosimo iii

Cosimo III de’ Medici, Gran Maestro dell’Ordine di Santo Stefano, ordine cavalleresco corsaro

Prima di tutto ricordiamo ancora una volta che ad andare per mare il rischio di essere attaccati era alto per tutti e a quei tempi non si distingueva tra pirati e corsari era come facciamo noi oggi. Poteva succedere quindi che cristiani attaccassero altri cristiani, o musulmani altri musulmani. Specialmente in tempo di carestia non si stava a guardare certo la religione… Famosi e temibili corsari erano i Cavalieri di Malta e i Cavalieri di Santo Stefano. Ma neanche i trapanesi scherzavano. Salamone Marino ricorda gli «audaci marinai di Trapani, che coi loro minuscoli liutelli e la primitiva arma dei ciottoli, non solamente sanno vincere e predare le fuste e le galeotte dei corsari barbareschi, ma tengono rispettate le spiagge trapanesi e paventati e indisturbati esercitano la pesca fin nei lidi africani»

Mercati dove si vendevano e compravano gli schiavi sorgevano nelle principali città costiere. Ce n’erano un po’ dappertutto. A Livorno, Pisa, Napoli, Messina, Palermo e Trapani, alla Valletta, a Siviglia, Palma di Maiorca, Almeria e Valencia, a Segna, Fiume, Valona e Durazzo in Adriatico, a Tripoli, Tunisi, Biserta, Algeri, Tétuan nella sposta mediterranea del Maghreb e a Larache e Salé sull’Oceano Atlantico.

Galioto

La vita a bordo delle galee era durissima. Ciononostante, i galioti erano spesso affiancati dai bonavoglia, che ne condividevano volontariamente il triste destino

Non stiamo parlando di fiction. A Trapani a quei tempi si poteva davvero andare al mercato a comprare uno schiavo, più o meno come oggi si compra la verdura. Il mercato si teneva nel rione Casalicchio, l’odierno San Pietro, di fronte al porto. Nella toponomastica cittadina quel luogo si chiama ancora oggi la Via dei Saraceni. Successivamente venne spostato nella Rua Grande, il Corso Vittorio Emanuele.

Il destino più duro era riservato ai giovani robusti che finivano al remo a bordo delle galee, da cui difficilmente uscivano vivi. I più fortunati erano invece quelli che potevano essere scambiati con altri schiavi in Nordafrica. Come succedeva anche ai cristiani, chi si convertiva aveva qualche possibilità di ottenere la libertà, ma la decisione finale spettava al padrone che nel caso avrebbe perso i soldi dell’acquisto.

Ma uno che se ne faceva di uno schiavo? Giuseppe Bonomo racconta che a Trapani tra il 1590 e il 1610 molti personaggi possedevano o avevano in affitto schiavi e schiave addetti ai lavori casalinghi. Ma non sempre l’acquirente li impiegava direttamente: per alcuni mercanti erano semplicemente un investimento e li davano in affitto, individualmente o a gruppi, per impiegarli nei campi, nelle masserie, nelle cave, nella costruzione di case, strade o altro.

Una conseguenza della conquista di Tripoli nel 1511 da parte di Ferdinando il Cattolico, fu l'arrivo in Sicilia di un gran numero di schiavi, che causò l'abbassamento del prezzo di mercato

1510. Dopo la conquista di Tripoli da parte di Ferdinando il Cattolico, arrivò in Sicilia un gran numero di schiavi. Una conseguenza fu l’ulteriore abbassamento del prezzo di mercato

I proprietari di schiavi erano tenuti a registrali. Era il rivelo, una sorta di redditometro dell’epoca, che serviva a pagare la corrispondente “gabella degli schiavi e bestie erranti”.

Ufficialmente a Trapani all’inizio del ‘600 gli schiavi non arrivavano al centinaio, molti dei quali cristiani, su una città di circa 18000 abitanti. Ma, se i nostri antenati erano bravi a eludere il fisco come lo sono i contemporanei, il numero reale doveva essere molto più alto. A un certo punto, oltre al possesso, venne tassata anche la compravendita, in misura del 20 per cento del prezzo di vendita. Si chiamava quinta, ed era in pratica l’IVA sulla schiavitù. In questo business si distinguevano gli ecclesiastici. Moltissimi di questi, quasi tutti, possedevano schiavi. Sempre lo stesso Trasselli ritiene che a Trapani nel XVII secolo quasi metà degli esportatori di schiavi erano sacerdoti.

19 agosto 1806. L'era della schiavitù volge al termine, ma un certo Reabbo, probabilmente un mercante turco, chiede al capitano romeo notizie di suo fratello, probabilmente schiavo a Trapani

19 agosto 1806. L’era della schiavitù volge al termine, ma un certo Reabbo, mercante turco, chiede al capitano Romeo notizie del fratello, forse schiavo a Trapani

Il numero delle schiave superava dell’80 per cento quello degli schiavi. Le schiave venivano impiegate per lo più nei lavori di casa, ma non solo. Le ragazze più avvenenti costituivano un piccante diversivo alla noiosa routine domestica e, come ci racconta sempre il Trasselli, nelle case dove vivevano era frequente la presenza di figli naturali. Le altre invece erano avviate alla prostituzione per conto del padrone.

Gli schiavi si compravano a buon prezzo perché i musulmani raramente pagavano per riscattarli e quindi l’abbondanza dell’offerta manteneva basso il prezzoUno schiavo giovane e in buona salute costava 40-60 unze e non c’era grande differenza tra il prezzo di un uomo e di una donna. Per fare un confronto, dopo la terribile carestia del 1671, una salma di frumento, corrispondente a circa due quintali e mezzo, costava 4 unze e 8 tarì e un cantaro di olio, che era circa ottanta litri, 3 unze e 10 tarì. (qui, qui e qui trovate i dettagli sulle unità di misura siciliane)

Con questo articolo chiudiamo per il momento la lunga indagine su corsari e pirati. Ci ritorneremo, perché non è possibile farne a meno, non più in modo diretto, ma come sfondo di altre avventure… Alla prossima!

‘A CUCCIA

Attenzione, non ho detto a cùccia. Oggi non parliamo di cani, ma di cuccìa.

Susitivi che è tardu, va cucitimi a cuccìa, e si nu mminni rati a mia, a pignata vi scattìa!

Correva l’anno 1646 e nel porto di Palermo arriva una nave carica di grano che pone fine alla gravissima carestia che ha portato tutta la Sicilia allo stremo. Il grano non viene macinato, per poter essere consumato immediatamente, ma soltanto bollito.

La devozione popolare attribuisce a Santa Lucia il merito del prodigio e allora da quel momento si diffonde a Palermo e nel resto dell’isola l’usanza di rivivere l’evento il 13 dicembre, giorno dedicato alla santa, rinunciando a pane e pasta, ma non alle arancine, e mangiando la cuccia, piatto a base di grano bollito.

cuccia_cioccolato

Cuccia al cioccolato: secondo la tradizione popolare mangiare la cuccia tiene lontano le malattie agli occhi

Ingredienti per 4 persone:

  • 300 grammi di grano
  • 100 grammi di ceci
  • una foglia di alloro
  • vino cotto quanto basta
  • zucchero quanto basta
  • scorza arancia (facoltativa)
  • cannella (facoltativa)
  • cioccolato o ricotta (facoltativi)

Lavate con cura il grano e mettetelo a bagno per tre giorni cambiando spesso l’acqua. Per i ceci basta invece una notte sola. Scolate il grano e lessatelo in acqua con la foglia d’alloro e, se gradite, la scorza d’arancia. Dopo un paio d’ore aggiungete i ceci, lasciate bollire almeno un’altra ora e poi sgocciolate tutto. Lasciate raffreddare, aggiungete zucchero e vino cotto a piacere e, se volete, cannella, cioccolato o ricotta. Buon appetito!