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SERAFINO CULCASI, POETA SATIRICO PACECOTO

Peggiu di l’armali

Un liuni pinzau na matina,
Lassari la foresta e la so tana,
Avennu fami di la carni umana.
Versu lu paisi s’avvicina,
Pinzannu di mangiari nquantità,
Facennu straggi di l’umanità.

Ci dissi la vulpi ntelligenti:
Liuni votatitnni, dunni vai?
Cu sta mudirnità tu non lo sai
Chiddu chi succeri tra la genti.
C’è cchiù serietà nta la furesta
Chi l’omini, li donni e picciriddi
Cu st’epuca si mangianu tra iddi.

Lu turista

Lu turista chhi gira pi lu munnu
Nni cunta nta li Nazioni chiddu chi fannu:
In Germania pi la meccanica nun c’è funnu,
In Svizzera pi l’ossigenu chi hannu,

In Somalia pi li banani chi ci sunnu,
In Russia c’è la nivi tuttu l’annu,
In Italia ch’è un luogo di sapienti,
Unu travagghia e deci fannu nenti.

Munnu scilliratu

Poviru nicu misiru ed afflittu
’Nta stu munnu chi nasci a fari,
Manci picca, tintu, malirittu,

Nuddu chi ti veni a cunzulari,
T’affanni la to vita, ti cunzumi
Comu lu pappagghiuni ‘nta lu lumi.

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LE TRE REGOLE BASE DELLA PASTA CON L’AGLIO

Protagonista di oggi è il piatto trapanese più conosciuto al mondo, la pasta con l’aglio, conosciuta dai forestieri come pesto alla trapanese, e chiamata talvolta agghiata dai locali.

Questo non è un post per puristi, vuole solo dare alcuni consigli su come prepararla, soprattutto ai non trapanesi.

pesto_alla_trapanese

Gli ingredienti consigliati per 3 persone, sono:

500 gr. di pasta, meglio se busiate

4-5 pomodori

80 gr. di mandorle sgusciate

1 mazzetto di basilico

Olio d’oliva

Poco sale

Aglio

Regola numero 1: le dosi. La quantità di aglio dipende dalle preferenze personali, ma evitate l’errore di non metterne abbastanza. Potete usare questa tabella come riferimento:

Light
uno spicchio a testa più 1 per il mortaio
Medium
una testa per 4 persone

Strong

una testa per 3 persone

Extreme

una testa d’aglio per una persona

Mettere nel mortaio l’aglio, le mandorle, il basilico, il sale ed eventualmente un filo d’olio, e con un movimento rotatorio del pestello, schiacciate il contenuto contro le pareti del mortaio. Ricordate, non state impugnando un martello!

Continuate fino a raggiungere una poltiglia cremosa e abbastanza omogenea. Al posto delle mandorle si possono usare le noci o altra frutta secca della medesima consistenza.

Regola numero 2: importantissimo è non usare mai il frullatore. L’aglio va pestato nel mortaio, meglio se di pietra, per permettere l’estrazione dell’allicina, una sostanza che, dicono gli scienziati, non è presente nell’aglio intero e si crea soltanto quando viene schiacciato. Quasi una magia che nessun frullatore o robot da cucina può eguagliare.

A questo punto è il momento dei pomodori. Se avete tempo e voglia aggiungeteli nel mortaio e pestate pure quelli. Se invece vi volete sbrigare metteteli, questi si, nel frullatore. La differenza, a detta di chi scrive è minima, e siccome nessuno ha tempo da perdere, ve lo consigliamo, soprattutto se state cucinando per molte persone.

Ricordiamo che il risultato che si ottiene è migliore coi pomodori spellati, ma se siete pigri o andate di fretta, anche con la buccia può andare.

Regola numero 3: non usate i pomodori pelati in barattoli, ma quelli freschi che assorbono il tono pungente dell’aglio lasciando solo il sapore. Con quelli in barattolo il risultato è diverso. Provare per credere.

A questo punto unite il tutto, aggiungete l’olio extravergine d’oliva. E qui per non incorrere nell’ira dei lettori ci limitiamo a dire che un’olio di bassa qualità può compromettere tutto, quindi attenzione.

Tutto qui. Il pesto è pronto e non va assolutamente riscaldato, anzi, a parte pochissime eccezioni, ricordiamo che l’aglio si mangia crudo. A che ci siamo prima di chiudere due parole sull’aglio: è meglio che sia locale. Di Nubia, Paceco, o Locogrande non importa, purché non vi allontaniate troppo dalla zona. Però siccome molti lettori ci leggono da oltre confine e siccome nella vita talvolta bisogna sapersi adattare, potete utilizzare l’aglio che trovate sul posto, avendo l’accortezza di utilizzare una volta e mezza le dosi originarie. Per esempio se in base alla tabella di sopra volete usare 4 spicchi d’aglio trapanese, ma avete a disposizione solo aglio, mettiamo caso, francese, abbiate l’accortezza di usare 6 spicchi. In questo modo otterrete all’incirca la stessa quantità di allicina, anche se il sapore e la digeribilità non saranno gli stessi. Non è il massimo, ma se l’alternativa è rinunciare alla pasta con l’aglio allora siete perdonati.

Calare e scolare la pasta, condire e mangiare. Per quanto riguarda il tipo di pasta, consigliamo le busiate, ma a nostro avviso non ne esiste uno che ci stia male. Ah, quasi dimenticavamo, accompagnate tutto con le melanzane fritte, avendo cura di fare scolare l’olio in eccesso su carta di giornale. Buon appetito!

Post scriptum: oggi non parliamo degli innumerevoli effetti benefici dell’aglio. Forse in futuro dedicheremo all’argomento lo spazio che merita, per oggi andiamo a cucinare.

I MISTERI – NONA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione
SECONDA PARTE – Le confraternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso
QUINTA PARTE – Una arrancata fino ai giorni nostri
SESTA PARTE – Carchet
SETTIMA PARTE – Maestri trapanesi dell’arte della colla e tela
OTTAVA PARTE – Multimedia: dalla Spartenza all’Incoronazione di Spine

Le immagini – da Ecce Homo all’Addolorata

Continuiamo da dove eravamo rimasti. Anche queste fotografie sono prese dal libro I percorsi del sacro di Giacoma Pilato e Paolo Tenorio – Edizioni Guida 1993. La musica è Solenne ricordo 28 ottobre di Giovanni Pensabene eseguita dalla banda musicale Città di Paceco.

Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!» (Giovanni 19, 5)

XI – Ecce Homo

CETO: CALZOLAI
AUTORE: GIUSEPPE MILANTI

Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli».
Allora egli liberò loro Barabba; e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. (Matteo 27, 24-26)

XII – La sentenza

CETO: MACELLAI
AUTORE: DOMENICO E FRANCESCO NOLFO

 Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio (Giovanni 19,17)

XIII – L’ascesa al Calvario

CETO: POPOLO
AUTORE: IGNOTO, RESTAURO DI ANTONIO GIUFFRIDA

…Si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere (Marco 15, 24)

XIV – La spogliazione

CETO: TESSILI E ABBIGLIAMENTO
AUTORE: DOMENICO E FRANCESCO NOLFO, RESTAURO DI ANTONIO GIUFFRIDA

Condussero Gesù al luogo del Golgota dove lo crocifissero (Marco 15, 22)

XV – La crocifissione

CETO: FALEGNAMI, CARPENTIERI E MOBILIERI
AUTORE: SCUOLA DI CIOTTA, RICOSTRUZIONE DI DOMENICO LI MULI

Venuti però da Gesù e vedendo che era gia morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua (Giovanni 19, 33-34)

XVI – La ferita al costato

CETO: PITTORI E DECORATORI
AUTORE: DOMENICO E FRANCESCO NOLFO, RICOSTRUZIONE DI GIUSEPPE CAFIERO

C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta… era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. (Luca 23, 50-53)

XVII – La deposizione

CETO: SARTI E TAPPEZZIERI
AUTORE: IGNOTO, PRIMO RIFACIMENTO DI ANTONIO NOLFO, SECONDO RIFACIMENTO DI ALBERTO FODALE E LEOPOLDO MESSINA

[Giuseppe d’Arimatèa e Nicodèmo] …presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei. (Giovanni 19, 40)

XVIII – Il trasporto al sepolcro

CETO: SALINAI
AUTORE: GIACOMO TARTAGLIA, RICOSTRUZIONE DI GIUSEPPE CAFIERO (1947)

Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù… (Giovanni 19, 41.42)

XIX – Gesù nel sepolcro

CETO: PASTAI
AUTORE: IGNOTO, FORSE ANTONIO NOLFO

E anche a te una spada trafiggerà l’anima (Luca 2, 35)

XX – L’Addolorata

CETO: CAMERIERI, AUTISTI, DOLCIERI, ALBERGATORI E BARISTI
AUTORE: GIUSEPPE MILANTI

DECIMA PARTE – A vella
UNDICESIMA PARTE – Il mistero più grande
DODICESIMA PARTE – Il lessico dei misteri
TREDICESIMA PARTE – Il mistero dell’ultima cena
QUATTORDICESIMA PARTE – Di chi sono i misteri?
QUINDICESIMA PARTE – La madre Pietà dei Massari e la madre Pietà del Popolo
SEDICESIMA PARTE – L’Archimede dei cavalletti

USANZA DI MARE

E che ti pari, che i cristiani cu li danari sono megghiu di li turchi?

Usanza_di_mareCarissimi lettori, ad agosto vi abbiamo lasciato in pace con le storie di schiavi e corsari, ma adesso ritorniamo alle vecchie abitudini. Ricordate Diego Martinez (link), il virtuoso trapanese che in Barbaria ha sofferto le pene dell’inferno? Ebbene, Antonino Rallo, nel suo Usanza di mare, racconta una versione della storia leggermente diversa.

Diego, artigliere in servizio all’Isola Formica, viene catturato dai corsari e portato a Tunisi assieme a due compagni di sventura, Diego il pacecoto e il taurino Peppe Masso, pacecoto anche lui. Sulla nave incontrano una vecchia conoscenza, l’ambiguo dottor Sala, ebreo trapanese fuggito a Tunisi, dove  è diventato il factotum di un ricco mercante, il pio Sitbarbalì, che ne aveva sposato la sensuale cugina Rachele. Con un abile stratagemma il dottor Sala riesce a far finire i tre nella casa di Sitbarbalì.

Fra i tre, quello che se la passa meglio è senza dubbio Diego il pacecoto, che diventa suonatore di mandolino e riesce a mettere su un’orchestrina e che, approfittando delle frequenti assenze del padrone, diventa l’amante di Rachele. Se si convertisse all’islamismo potrebbe riacquistare la libertà, ma lui non sembra curarsene troppo. In fondo quella vita non gli dispiace.

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L’affascinante ambientazione del romanzo

Peppe Masso, dopo un umiliante periodo iniziale in cui è costretto ad accoppiarsi senza sosta con donne africane per procreare nuovi schiavi, aiuta Diego Martinez a lavorare il corallo. Non sarebbe un cattivo impiego, ma i due sono costretti a rubare la materia prima da lavorare, cosa che rende il lavoro molto rischioso per i motivi che si possono facilmente immaginare.

Di riscatto dalla Sicilia non era il caso nemmeno di parlare. Da Trapani le maestranze dei corallari, con cui Diego aveva avuto vecchie ruggini, gli fanno sapere che non avrebbero pagato. Quanto ai due pacecoti, sono appunto pacecoti, e alle spalle non hanno organizzazioni in grado di riscattarli. Significa che i tre devono mettere da parte i soldi del riscatto da soli, e Diego Martinez e Peppe Masso ci riescono grazie ai proventi di una tonnara costruita a Sidi Daoud. I due però non vogliono lasciare la Tunisia senza due amici irlandesi, schiavi cristiani come loro. E poi Peppe Masso vorrebbe portare con sè l’amata Kahina, una schiava mulatta dagli occhi blu.

In questa situazione, dopo una notte d’amore con Rachele, sopravviene la morte di Diego il pacecoto. Questo episodio dà al romanzo la svolta attesa da lungo tempo, ma per non rovinarvi il piacere della lettura, non raccontiamo come va a finire. Vi diciamo solo che non c’è traccia del virtuoso Diego di cui ci parla il Di Ferro, la cui storia alla fine è meno verosimile di quest’opera di fantasia. Il libro è molto piacevole e si legge tutto d’un fiato, un po’ come i libri di Giuseppe Romano.

La Tonnara dell'Isola Formica ai giorni nostri - Credit: Panoramio

La Tonnara dell’Isola Formica ai giorni nostri – Credit: Panoramio

Dimenticavo, volete sapere in che lingua comunicano trapanesi, irlandesi, maltesi, berberi, africani, turchi e tutti gli altri personaggi del libro? Non avete che da comprarlo, scoprirete anche qual è l’usanza del mare che dà il titolo al romanzo…

IL PARADISO A PACECO

Purgatorio_CustonaciDove si trova il Purgatorio lo sappiamo tutti, ma dov’è il Paradiso?

Sergio Eutonnerino, un lettore del nostro blog, stava discutendo con una sua amica da poco diventata testimone di Geova e la discussione com è facile immaginare andò presto a finire sulla religione. Ad un certo punto l’amica gli chiese: “Dov’è il paradiso?” E al silenzio che ottenne in risposta continuò: “Dov’è il paradiso? Dimmelo. Dov’è?” Ma lui ancora non rispondeva e lei si infervorò ancor di più: “Dov’è il paradiso? Dove?” E siccome lei non accennava a placarsi, a un certo punto il nostro amico sbottò: “A Paceca. Il paradiso è a Paceca!! Va bene?”

E fu così che l’amica rimase senza parole e il fedele lettore del blog riuscì a uscire da quell’animata discussione…

LA LEGGENDA DELLA FONDAZIONE DI PACECO

Attraversata dalla strada statale 115 che porta a Marsala, Paceco é una normalissima cittadina rurale della provincia di Trapani, che i pacecoti chiamano la Piccola Parigi e che, a parte il melone giallo, non ha molto altro di particolare. 

La storia dice che nel 1607 Don Placido Fardella, nobile la cui famiglia era arrivata in Sicilia al seguito di Federico II di Svevia, si sposó con una certa Maria che era la nipote del viceré di Spagna Juan Fernandez Pacheco, marchese di Vigliena e duca d’Escalona. Fu un matrimonio fortunato per Don Placido anche perché la moglie gli portó in dote la “licenzia populandi” di un borgo feudale da far nascere attorno al suo castello e che chiamerá appunto Paceco in suo onore.

Placido Fardella

Placido Fardella

C’é peró un’altra leggenda che ci viene raccontata dallo scrittore Rocco Fodale, che l’ha sentita da bambino. E’ la storia di un popolo nomade, di cui non si trova traccia nei libri di storia, che vagava senza meta e una sera si accampó sulla falda del monte Erice che guarda le Egadi. Era estate ma cominció a spirare un vento fastidioso e freddo come solo dalle nostre parti sa spirare. E cosí la mattina successiva il popolo nomade deluso si rimise in cammino. E siccome la montagna non gli era stata propizia decisero di dirigersi verso la pianura, in quella che ora é Xitta. Si era giá verso la fine dell’inverno, le sere erano miti. Con la primavera cominciarono a lavorare i campi, il raccolto si preannunciava abbondante e tutto filava per il meglio. Con l’arrivo della prime piogge peró il vicino torrente Lenzi straripó e inondó tutta la valle.

Allora i poveruomini si spostarono ancora una volta e questa volta scelsero l’ampia collina rocciosa poco distante. La zona era pacifica, inverno mite, estate ventilata, mai nebbia, né umiditá. Finalmente il posto giusto. Soddisfatto il capo di quel popolo misterioso esclamó: “A paci cca si godi” ovvero “A Paceca si godi” E cosí rimase il nome di quel borgo, Paceca con la A finale, come ancora oggi i nativi discendenti da quel popolo errante chiamano la propia cittá.

La piazza principale di Paceco

La piazza principale di Paceco