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UN S.O.S. MISTERIOSO DAL CANALE DI SICILIA

Trapani_Nuova_12_11_1968“Un drammatico S.O.S intercettato dalla stazione costiera di Mazara del Vallo, ha messo in allarme nella notte tra lunedì e martedì, parecchie unità pescherecce e alcune navi passeggeri che si trovavano in prossimità del punto in cui era stato lanciato il tragico grido di soccorso.

“Un drammatico S.O.S intercettato dalla stazione costiera di Mazara del Vallo, ha messo in allarme nella notte tra lunedì e martedì, parecchie unità pescherecce e alcune navi passeggeri che si trovavano in prossimità del punto in cui era stato lanciato il tragico grido di soccorso. Al momento in cui scriviamo però non è stato ancora possibile rintracciare quanto meno il relitto.
Ed ecco come si sono svolti i fatti.”

E’ l’inizio di un articolo in prima pagina di Trapani Nuova del 12 novembre 1968. Lasciamo che sia il giornale a parlare.

“Alle ore 23.30 la stazione costiera di Mazara del Vallo intercettava l’S.O.S. della motonave Marie Messe battente i colori della Sierra Leone con 12 uomini di equipaggio. Il comandante di quest’ultima dichiarava inoltre di trovarsi in difficoltà perché la barca imbarcava acqua e le pompe di bordo non riuscivano a buttar fuori tutto quanto si riversava sullo scafo.”

Il racconto drammatico prosegue…

“Immediatamente la radio costiera dava l’allarme e numerose unità navali e pescherecce affluivano sul luogo indicato. Ma mentre queste si dirigevano in quella direzione un altro ancora più drammatico S.O.S. della stessa Marie Messe comunicava di trovarsi a 34 miglia a sud-ovest di Pantelleria mentre nel precedente collegamento il comandante aveva detto di trovarsi a 13 miglia a sud-est di Pantelleria.”

Avete capito bene. I soccorsi si dirigono velocemente verso lo scafo in difficoltà e all’improvviso questo cambia posizione… Nessuna nave avrebbe potuto muoversi così velocemente, tanto meno una nave in avaria. I soccorritori devono aver pensato che la prima comunicazione non era stata capita bene e si dirigono verso l’ultima posizione comunicata.

“Le navi di soccorso comunque prendevano per buona la seconda segnalazione e si dirigevano colà a tutta forza. Giunte sul posto però avevano la sgradita sorpresa di non trovare niente. Rotta a sud-est, allora, per controllare la prima segnalazione avuta.”

Niente. Anche questa volta i soccorsi fanno, è proprio il caso di dirlo, un buco nell’acqua e riprendono a cercare la nave scomparsa.

“Nel frattempo albeggiava e due aerei, uno inglese partito da Malta e uno italiano, collaboravano nelle ricerche e in breve avvistavano alcuni relitti che, si presume, appartenessero alla Marie Messe. Dello equipaggio nessuna traccia. Intanto le condizioni del mare cominciavano a farsi pessime per cui tutte le unità dovevano riparare nel porto di Pantelleria.”

Brutta storia. Tredici persone disperse nel mare in tempesta. Il loro destino è segnato. O meglio, lo sarebbe se fosse una storia normale. Invece siamo nel Triangolo delle Bermuda e allora un’altra sorpresa è in agguato.

“Della Marie Messe non si sa però niente. Sembra una nave fantasma con un nome posticcio: non risulta iscritta infatti in nessun registro navale.

Delle indagini sulla nave scomparsa sono state incaricate anche autorità straniere ma, come abbiamo già detto al momento in cui scriviamo non si ha ancora alcun utile indizio.”

Così finisce l’articolo. Della Marie Messe non se ne saprà più nulla.

Subito l’ipotesi più accreditata è stata quella della nave “fantasma”, che trasportava armi, droga, scorie radioattive o chissà quale altro carico illegale. E forse una esplosione a bordo ne ha causato l’affondamento. Oppure la nave dopo aver risolto l’avaria si è allontanata. Qualcuno le considera teorie verosimili, qualcun altro troppo fantasiose. Il fatto è che non ci sono elementi oggettivi a sostegno di una o dell’altra.

Per questo si è fatta strada anche la teoria dello scherzo. Tutta la storia sarebbe una burla creata da qualcuno per spezzare la monotonia di una fredda notte d’inverno. Possibile? A noi non convince molto. Abbiamo piuttosto la sensazione che ci sia qualcosa che ci sfugge. Qualcosa che ha a che fare col Triangolo delle Bermuda trapanese…

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UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – SECONDA PARTE

(UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – PRIMA PARTE)

Cari lettori, la settimana scorsa abbiamo lasciato Nicolò Corrao vicino la Chiesa di Sant’Orsola. E’ in compagnia di Grazia, una schiava a cui era concesso allontanarsi da casa senza tanti problemi. Se seguite questo blog conoscete gli articoli che al riguardo abbiamo già scritto (ad esempio questo).

Corrao e Grazia entrano nel cimitero della chiesa per un colloquio riservato che si conclude con la perdita della verginità della giovane.

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La chiesa di Sant’Orsola a Erice

Fosse stata una semplice fanciulla forse non avremmo mai saputo dell’episodio, ma per sfortuna di Corrao, la padrona Antonina Castelli, sentendosi defraudata dei suoi diritti su Grazia, lo denuncia al tribunale vescovile.

Corrao ne ha già combinate molte e, come misura precauzionale, prima che il tribunale si pronunci, è messo al bando, cioè viene bandito, dall’autorità ecclesiastica ericina, che diffida chiunque voglia dargli aiuto o ospitalità. Le cose si mettono male e al povero, si fa per dire, sacerdote non rimane altro che andare dal vescovo. Ricordiamo ai lettori che allora non esisteva un vescovato a Trapani, che ricadeva sotto la giurisdizione di Mazara, Su questo torneremo un’altra volta, ora continuiamo a seguire le vicende di Corrao.

In quel momento il vescovo era Giacomo Lomellino del Campo. Secondo altre fonti si chiamava del Canto. Noi lo chiameremo semplicemente Giacomo Lomellino per non sbagliarci. Non sappiamo che tipo fosse. Sappiamo solo che mantenne il vescovato di Mazara per un decennio circa prima di diventare vescovo di Palermo nel 1571.

Il Corrao arriva da Giacomo Lomellino, oberato da una serie di accuse pesanti: debiti non pagati, minacce, mancata consegna di documenti della curia da lui tenuti anche dopo il licenziamento, mancata obbedienza all’ordine e tanto, ma veramente tanto, altro. Lo storico Antonino Amico, quasi coevo di Corrao, dice che tutto ciò era sufficiente per definirlo un soggetto degenerato.

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Papa Pio IV. Il 17 aprile 1562 nomina Giacomo Lomellino vescovo di Mazara

Corrao teme il peggio e davanti al vescovo invoca la tesi del complotto. Le accuse erano tutta una montatura di soggetti malevoli che volevano la sua rovina materiale e spirituale. La linea difensiva è rischiosa, ma convincente al punto che il vescovo scrive al giudice di prima istanza di Monte San Giuliano di sospendere immediatamente qualsiasi azione a carico di Corrao, avallandone quindi la tesi difensiva. Tutto finito quindi? Non ancora. Il suo nome torna nelle cronache giudiziarie nel 1574 quando una donna denuncia il Corrao “como diabolico spiritu ducto insultao ad ipsa accusatrichi in la strata publica per volirici levari lu honuri et di sfessarla”.

Scommettiamo che a questo punto volete sapere come va a finire? Lo vorremmo sapere pure noi, ma le cronache dell’epoca si interrompono di colpo. Su cosa successe dopo si possono fare solo delle ipotesi. Corrao venne incarcerato e non fu più lasciato uscire? Mmmh, ne dubitiamo. Le cronache non riportano nessuna testimonianza al riguardo. Forse ebbe veramente paura di finire in prigione, ma se la cavò ancora una volta. Lo spavento fu tale però che una volta scampato il pericolo decise di rigare dritto. Anche questa ipotesi non ci convince appieno. Cu nasci tunnu un pò moriri quatratu, diceva Natale di Mery per sempre. Più probabilmente, per sfuggire alla giustizia o per un implicito patto con essa, Corrao abbandonò il Monte San Giuliano facendo perdere le tracce ai memorialisti dell’epoca. Non escludiamo neanche una morte improvvisa che mise fine a tutti i processi in corso. Tuttavia sono solo puri esercizi di immaginazione, quale sia stato veramente il destino di Nicolò Corrao non è dato sapere…

I MISTERI – QUARTA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione
SECONDA PARTE – Le confreternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri

Piccoli incidenti di percorso

Decisione molto importante è ogni anno la scelta del percorso. Nella foto l’itinerario del 1761

Impossibile riassumere in un blog i quattrocento anni di storia dei misteri. Al massimo ci limitiamo a ricordare i fatti principali come sicuramente fu l’eclatante blitz a mano armata dei pescatori del Rione Casalicchio, odierno San Pietro, arrabbiati contro quelli del Rione Palazzo, odierno San Lorenzo. Nel 1648 i sanpietrari, chiamiamoli così, fecero rientrare il mistero della Lavanda dei piedi nella loro Chiesa di Santa Maria della Grazia anziché in quella di Santo Spirito come previsto. Se fosse passata la linea che durante l’anno ogni mistero poteva stare nella sede della propria maestranza separato dagli altri, sarebbe stata la fine dei misteri. Per fortuna alla fine tutto si risolse per il meglio e il mistero tornò nella Chiesa di Santo Spirito, dove tutti i gruppi sono stati custoditi fino al 1712, anno in cui, assieme alla Confraternita, si trasferirono nella Chiesa di San Michele, e dove resteranno fino al 1943.

Accadeva talvolta che i ceti si dimenticassero degli obblighi contratti, al punto da disertare la processione, cosa che ovviamente non piaceva al Senato di Trapani che nel 1727 emise un bando per obbligare le maestranze a prendervi parte, con tanto di sanzioni previste per i trasgressori, che, a quanto ne sappiamo, non vennero mai messe in pratica. Sembra tuttavia che il richiamo funzionò e negli anni successivi non solo si registrò il pienone, ma si verificarono anche alcune intemperanze che causarono non pochi grattacapi alle autorità che dovevano far rispettare l’ordine pubblico. Si arrivò al punto che i disordini del 1758 furono così gravi che nei due anni seguenti i misteri vennero vietati. Il vescovo di Mazara, Girolamo Palermo, accettò di ripristinare la manifestazione nel 1761, ma solo a patto che fossero presenti ingenti misure di sicurezza. Ma cosa era successo di tanto grave nel 1758?

Giovanni Fogliani, viceré di Sicilia dal 1755 al 1773, si occupò anche dell’ordine pubblico durante i misteri

La risposta va ricercata nell’usanza della diablata, il ballo dei diavoli, arrivato dalla Spagna tempo prima. Era un ballo allegorico, con San Michele che sconfiggeva i demoni, ma che in pratica dovette sfuggire al controllo trasformandosi in una processione di diavoli, col proprio vessillo, che si abbandonavano ad ogni sorta di violenze. Scrive il viceré di Sicilia, il marchese Giovanni Fogliani, al vicario Antonino Fardella in un dispaccio dal titolo eloquente: L’abolizione et abbuso della Maschera del Lucifero e Processione che si fa nel Venerdì Santo e Pasqua di Resurrezione

“…rimane ancora (…) un altro Costume, che pur mi s’è fatto considerare per abominevole, e sono le due figure (…) della Morte e di Lucifero, che si fan ogn’anno accompagnare a quello di San Michele Arcangelo, che esce alla festa delle processioni del venerdì santo e della domenica di resurrezione, che sogliono salire dalla compagnia di detto santo, giacche le tante smorfie, movimenti, cadute, e altre cose simili (…) resultano piuttosto di schernimento…”

Come detto, i Misteri ripresero nel 1761 e di diavoli in processione non abbiamo più notizia.

QUINTA PARTE – Una arrancata fino ai giorni nostri
SESTA PARTE – Carchet
SETTIMA PARTE – Maestri trapanesi dell’arte della colla e tela
OTTAVA PARTE – Multimedia: dalla Spartenza all’Incoronazione di Spine
NONA PARTE – Multimedia: da Ecce Homo all’Addolorata
DECIMA PARTE – A vella
UNDICESIMA PARTE – Il mistero più grande
DODICESIMA PARTE – Il lessico dei misteri
TREDICESIMA PARTE – Il mistero dell’ultima cena
QUATTORDICESIMA PARTE – Di chi sono i misteri?
QUINDICESIMA PARTE – La madre Pietà dei Massari e la madre Pietà del Popolo
SEDICESIMA PARTE – L’Archimede dei cavalletti

CONTURRANA

La storia racconta che il villaggio di San Vito nasce verso il ‘700. Nel ‘300 viene costruita una piccola cappella dedicata al santo, San Vito appunto, che nei secoli successivi diventa meta di pellegrinaggi sempre più frequenti. I pellegrini, che inizialmente dormono all’aperto, vengono successivamente ospitati in alcune case costruite attorno alla cappella. Questo ovviamente attira l’interesse dei corsari barbareschi, e come conseguenza la cappella si trasforma pian piano in una chiesa-fortezza. Attorno a questo nucleo originario si sviluppa poi il paese di San Vito Lo Capo.

Il santuario-fortezza

Il santuario-fortezza

La voce popolare racconta però che c’è molto di più. C’è una storia che si mischia con la leggenda e che va indietro nel tempo fino ai tempi dell’imperatore Diocleziano. Siamo nel III secolo dopo Cristo quasi al crepuscolo dell’impero e un funzionario romano viene mandato dall’imperatore in Sicilia, precisamente a Mazara. Costui aveva un figlio di nome Vito a cui vengono assegnati un educatore, Modesto, e una nutrice, Crescenzia, entrambi cristiani, che lo convertono al cristianesimo. Scoperti, i tre fuggono in nave, ma dopo alcuni giorni di navigazione una tempesta li sbatte sulla terraferma, proprio dalle parti dove adesso c’è San Vito. Anche se da quelle parti non doveva esserci niente, si dice che lì sorgesse un’altra cittadina, Conturrana.

I tre cristiani stabilitisi a Conturrana continuano la loro opera evangelica, ma con scarso successo e anche qui sono costretti a fuggire. Gli abitanti dell’antica città non hanno però fatto i conti con la collera divina, e per punizione una terribile frana seppellisce il villaggio. La zona si chiama ancora oggi contrada Valanga.

La cappella di Santa Crescenzia

La cappella di Santa Crescenzia

Come la moglie di Lot durante la distruzione di Sodoma, anche Crescenzia si gira a guardare la città, rimanendo di pietra. L’edicola all’entrata del paese sorge nel luogo dove avvenne la pietrificazione. Il resto della storia non è chiarissimo. Mentre di Modesto non si hanno più tracce, di Vito si raccontano diversi miracoli fino alla sua morte avvenuta durante l’ultima grande persecuzione di Diocleziano  contro i cristiani.

Ma quanto c’è di vero nella storia del villaggio di Conturrana?

L’enciclopedia dei santi effettivamente riporta la voce di popolo per cui San Vito fosse siciliano, di Mazara per la precisione, e che visse e morì ai tempi di Diocleziano. Il culto di Modesto e Crescenzia è invece molto più tardo e non ci sono fonti storiche al riguardo.

Solo fantasia quindi?

Il De Rebus Siculis dello storico gesuita Tommaso Fazello

Il De Rebus Siculis dello storico gesuita Tommaso Fazello

Forse. Nel ‘500 lo storico Tommaso Fazello nel De rebus siculis parla dell’esistenza a cinquecento passi dalla riva di una rupe immensa, staccatasi misteriosamente dalla montagna e chiamata Conturrana. C’è da dire però che egli non crede all’esistenza del villaggio, di cui aveva sentito parlare.

Nel 1981, quasi ai giorni nostri quindi, nei pressi della Tonnara del Secco, Gianfranco Purpura ha scoperto casualmente l’esistenza di un antico stabilimento per la lavorazione del pesce. Dal sottosuolo della tonnara il Purpura ha raccolto una quantità di cocci di anfore commerciali tale da consentire di avanzare un’ipotesi sul periodo di utilizzazione dell’impianto, attivo dalla fine del IV secolo a.C. fino all’arrivo degli arabi in Sicilia (827). Secondo lui “la scoperta a San Vito di un impianto per la lavorazione del pesce potrebbe indurre a vedere in esso una conferma diretta di antiche congetture formulate sull’ubicazione di Cetaria, cittadina menzionata nelle cronache romane, ma mai ritrovata”.

Forse su Conturrana, o Cetaria, la parola finale deve essere ancora scritta…

VITU LUCCHIU – 1

Fedelissimi e devotissimi lettori, nelle ultime settimane siamo stati assenti per causa di forza maggiore, ma grazie al vostro affetto, affezionatissimi lettori, possiamo riprendere a raccontare incredibili storie che forse non tutti sanno…

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La baia di San Teodoro

Non tutti sanno ad esempio che ci fu un tempo in cui i trapanesi che si avventuravano in mare rischiavano quotidianamente di essere assaliti, depredati, catturati e venduti come schiavi in Barberia. Anche Vitu Lucchiu, un pescatore di polpi, sapeva bene che il mare  era infestato dai pirati saraceni, ma per guadagnarsi da vivere non poteva restarsene sulla terraferma. E così un bel giorno stava pescando tranquillo nella baia di San Teodoro assieme al fratellino dodicenne quando furono attaccati. Vitu si difese e con la fiocina ne uccise uno, poi un altro, poi un altro ancora. Lottò come un leone, ma quelli erano troppi e alla fine ebbero la meglio. Entrambi furono fatti prigionieri e portati in Tunisia, dove furono venduti come schiavi. Vitu finì nella casa di un mercante, dove trovò altri schiavi trapanesi. 

Dopo qualche mese di schiavitù Vitu si rivolse ai compagni di sventura: “Volete venire con me? Se vi fidate di me, vi porterò fuori da qui!” “Siamo pronti” risposero quelli.

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Schiavo frustato dal padrone

E cosi fuggirono, ma furono catturati poco dopo e riportati dov’erano. Vitu Lucchiu però non si rassegnò e dopo una settimana richiese ai suoi compagni se erano pronti a scappare. Sette su otto risposero di si e così, imbavagliato e legato il compagno recalcitante, fuggirono verso il mare, dove trovarono una nave con dei turchi che dormivano, alcuni sulla nave, e altri sotto poco distante.

Vitu salì silenziosamente a bordo e fece salire a uno a uno tutti i suoi compagni. Ma un turco dal basso si svegliò. “Ehi, pi Maumettumilia!” esclamò, e sguainò la spada. Ma Vitu con la sua sciabola fu più veloce e lo uccise.

Il trambusto svegliò un altro turco. Ebbe soltanto il tempo di alzar appena la spada, che finì decapitato. Rimanevano cinque turchi che ancora dormivano in coperta. Vitu e i compagni decisero di levare l’ancora e salpare verso Trapani. Proprio in mezzo alla traversata la nave due turchi si svegliarono, ma Vitu li uccise subito. Poi fu il turno del padrone della barca. Egli aveva con sè una pistola, ma neanche questo fermò Vitu, che scansò le pallottole e accoppò anche lui. I turchi vivi ora erano solo due.

(c) Dulwich Picture Gallery; Supplied by The Public Catalogue Foundation

Lorenzo A. Castro – Una battaglia marina contro i barbareschi

Ma a complicare le cose ci si mise il re turco, avvertito della fuga degli schiavi. Ordinò a una goletta di inseguire e catturare i fuggitivi. E così i trapanesi si ritrovarono alle calcagna quella veloce nave. I trapanesi scappavano ma quella si avvicinava sempre di più. Quando avvistarono le coste siciliane, i due turchi superstiti si svegliarono e provarono a farla affondare, forse sperando di essere recuperati dall’equipaggio della nave amica. Ma anche questa volta Vitu riuscì a impedirlo e riprese la folle corsa verso casa. La golletta era sempre più vicina, sembravano spacciati ma dopo un insegumento mozzafiato arrivarono a Mazara.

I fuggitivi finalmente avevano ritrovato la libertà, ma potevano gioire anche per il bottino dei due prigionieri turchi ancora vivi. A quei tempi infatti ci si poteva scambiare i prigionieri, col rapporto di due turchi per un cristiano.

E fu così che Vitu Lucchiu rimandò indietro i due turchi in cambio di suo fratello che era rimasto in Tunisia.

E questa è la storia del Raisi Vitu Lucchiu. emblema dell’eroismo dei popolani trapanesi, così come ce l’ha raccontata Nicasio Catanzaro, detto Baddazza. Il soprannome ci fa dubitare della veridicità dell’intera storia, ma di sicuro la parte dello scambio di prigionieri non è inventata. Infatti non tutti sanno…

MAUMETTUMILIA – VII

De Cuscusu

Questo articolo è il più inutile di tutto il blog, perchè se conoscete il cuscus vi sembrerà di grande banalità; se non lo conoscete, non sarà certo una veloce lettura a descrivere qualcosa di indescrivibile.

Il cous cous è il piatto nazionale marocchino

Cous cous marocchino

Ma proviamoci lo stesso. Non si può certo concludere la storia degli arabi senza un articolo sul cuscus.

Il cuscus è uno dei piatti più diffusi nei paesi del Maghreb. Consiste in una semola di grano duro lavorata con acqua e farina per ottenere granellini finissimi. La semola viene cucinata insieme a carne, pesce o verdure. Solitamente viene servito in un grande piatto e viene condiviso da tutti i commensali, che si siedono intorno ad esso e se ne servono utilizzando la mano destra, riservando le porzioni migliori agli eventuali ospiti. La bevanda più adatta per accompagnare questo piatto è il leben, un tipo di latte cagliato con proprietà rinfrescanti e digestive.

...che ci sarà sotto il plaid?

…a che serve il plaid?

La prima fonte storica che parla del cuscus è il Kitab al-Ṭabīḫ, trattato di cucina del XIII secolo. Gli storici raccontano che in quel periodo era un piatto diffuso nell’area che va dal Marocco alla Tripolitania, che a sua volta forse lo aveva importato dall’area subsahariana. Davvero difficile andare ancora più indietro nel tempo…

Non è molto credibile la bizzarra teoria di Pellegrino Artusi che lo ritiene un piatto della tradizione ebraica.

Sembrerebbe invece fuor di dubbio che dobbiamo la grande diffusione del cuscus in Sicilia alla conquista araba. Da sempre Trapani era un borgo di pescatori e allora il cuscus, una volta portato dagli arabi, non poteva che diventare di pesce. Eppure anche questo è obiettato da qualche trapanese che sostiene che al tempo della conquista araba il cuscus era già conosciuto, perchè c’era stato chi, di ritorno dal Nordafrica, aveva descritto il piatto, che venne quindi preparato dalle massaie locali con gli ingredienti a disposizione.

Quali pesci si usano per il cuscus? A quanto ne sappiamo più o meno tutti: gronchi, scorfani, cernie, ope, luvari, anguille, gamberi, scampi.

La delicatissima fase dell'incocciatura

…la delicatissima fase dell’incocciatura…

Proviamo lo stesso a raccontare come si prepara, con l’avvertenza che il cuscus è uno, ma i modi di prepararlo sono tantissimi e chi scrive non ne ha mai cucinato nessuno, essendo avvezzo solo a mangiarlo.

Innanzitutto nella mafaraddra, grossa ciotola di terracotta, si incoccia a poco a poco la semola con poca acqua salata, con un movimento rotatorio e continuo del palmo della mano, movimento lento e quasi mistico. Incocciare significare fare delle palline molto piccole, non troppo piccole altrimenti resta semolino, non troppe grosse da sembrare dei ceci. E’ il momento fondamentale. Se si sbaglia qui, potete buttare tutto, tanto che il famoso gastronauta Alberto Denti di Perajno disse che, oltre alla semola, per preparare il cuscus serve una donna “abilissima e sicura dell’arte sua”. La chiama proprio così, arte, perchè non c’è altro modo di definirla.

La semola incocciata viene messa da parte e alla fine si rimette tutto nella mafaraddra assieme a qualche spicchio d’aglio, una cipolla, peperoncino per chi lo desidera.

...castello sopra castello...

…castello sopra castello…

Ora si mette tutto nella pignata cuscus, o cuscusiera, una specie scolapasta di terracotta, con qualche foglia di alloro sul fondo in modo che la semola non cada nei buchi.

La cuscusiera si mette sopra un’altra pentola riempita con un poco d’acqua. Lo spazio tra le due pentole viene sigillato con le coddura, impasto molle di farina e acqua. Attenzione a non fare cadere il tutto altrimenti “Castello sopra castello, tutto in terra e cicirello!”

Fate cuocere al vapore per un’ora, un’ora e mezza e poi mettete tutto nel lemmu. Mentre il cuscus cuoce, o anche prima se volete, preparate la ghiotta, la zuppa di pesce. La quantità di pesci dipende da voi. Giacomo Pilati e Alba Allotta, nel loro La cucina trapanese consigliano la proporzione 4:1, quattro chili di pesci per un chilo di semola.

La zuppa è una normalissima zuppa di pesce arricchita da un pesto di aglio, mandorle, prezzemolo e poco olio. I pesci più pregiati vengono tirati fuori quando sono cotti e vanno ad arricchire il cuscus, gli altri vanno lasciati fino a disfarsi per insaporire ancora di più il brodo.

...a ghiotta...

…a ghiotta…

Quando la zuppa è pronta si filtra per separare il brodo dai pesci. Parte del brodo serve ad abbeverare abbondantemente il cuscus quando la cottura al vapore è completa. Ricordiamoci che il cuscus beve moltissimo quindi abbeveriamo con generosità. Ultima cosa da aggiungere è il pesce, senza spine ovviamente. A questo punto bisogna fare arripusare il cuscus nel lemmu sotto una coperta di lana, di modo che possa gonfiarsi in tutta tranquillità. Quanto? Un’ora, anche due. Più riposa meglio è. E’ risaputo che il cuscus del giorno dopo è ancora più buono.

Se avete resistito alla tentazione di assaggiarlo prima del tempo, siete pronti per sedervi a tavola. Il cuscus si consuma tiepido, si riscalda solo il brodo che rimasto dalla precedente abbeverata, e lo si mette direttamente nel piatto. E chi è arrivato fin qua, può finalmente godere i frutti della lunga preparazione.

Certo si può verificare anche il caso che il risultato non sia all’altezza, e allora sono guai. Sapeste quanti matrimoni sono saltati a causa del cuscus?! Si, perchè dalla futura moglie non si pretendeva solo che sapesse ricamare, cucinare e fare il bucato, ma anche che sapesse districarsi tra cuscusiere, mafaraddre e pentolame vario per ottenere un risultato all’altezza di quello della propria madre, impresa quasi sempre impossibile… E se sfregando la semola bagnata venivano fuori delle palline troppo grosse si ottenevano le temutissime frascatole, anche se oggi sono rivalutate anch’esse, soprattutto nell’area di Mazara.

Cuscus di lumache

Cuscus di lumache

Oltre a questo si può trovare il cuscus di maiale e cavolfiori, il cuscus con le fave, con le lumache, con il castrato, e tutti ogni anno a settembre, durante il Cous Cous Fest a San Vito lo Capo, si danno duramente battaglia, sfidando anche gli altri paesi. Questo umile blog condivide l’opinione del già citato Alberto Denti, che, paragonando il cuscus del Nordafrica, dove ha vissuto, a quello trapanese non ha dubbi: “Quanto là era, ed è, cibo rozzo e triviale, quando il grasso di montone lo imbeve, diventa nel trapanese presentazione che esalta senza involgarire, dà sapore sottile e delicato alla semola senza trasformarla né in crema di semolino né in pastone ammazzafame.”

Un ultimo appunto, quel preparato precotto che si trova nei supermercati, buono quanto volete, non chiamiamolo cuscus per favore.

Abbiamo fatto del nostro meglio, ma chiediamo lo stesso scusa a tutte le massaie per le inevitabili imprecisioni contenute nell’articolo.

MAUMETTUMILIA – III

Alla corte dell’emiro

Maumettumilia – I

Maumettuilia – II

I Valli di Sicilia

I Valli di Sicilia

Gli arabi divisero il territorio in tre parti, chiamate valli (da wālī, ‘governatorati’): il Val Demone a nord-est, corrispondente pressappoco all’attuale provincia di Messina e parte della provincia di Catania, il Val di Noto a sud-est, che comprendeva la rimanente parte della provincia di Catania e quelle di Siracusa, Ragusa, Enna e Caltanissetta, e il Vallo di Mazara, a ovest, il cui territorio si estendeva dalla Sicilia centrale fino a Trapani, e dove si trovava la capitale Balarm, cioé Palermo.

La residenza del governatore, e successivamente dell’emiro, era l’attuale Palazzo dei Normanni, fatto costruire all’interno della cittadella fortificata, al Qasr, da cui deriva il nome Cassero. Da lì comandava l’esercito, batteva moneta, e faceva tutte le cose che normalmente fa un capo di stato, oltre che presiedere le preghiere pubbliche e altre incombenze legate alla religione.

A Palermo si trovava la zecca di stato. Abbastanza curiosamente le monete con iscrizioni in arabo continuarono ad essere coniate anche sotto la dominazione normanna

A Palermo si trovava la zecca di stato. Le monete con iscrizioni in arabo continuarono ad essere coniate anche durante la dominazione normanna

I valli erano governati dagli alcaldi. I distretti più piccoli, chiamati iklim, erano amministrati dai giund, corpi militari formati da soldati che una volta finita la guerra diventavano agricoltori.

I cadì amministravano la giustizia nelle città maggiori, gli hakīm in quelle più piccole. L’emiro poteva convocare un tribunale straordinario, il maẓālim, presieduto da se stesso e composto da cadì, hakīm, giuristi, segretari, testimoni e guardie.

I mohtaseb erano incaricati del governo urbano, che comprendeva l’edilizia e ordine pubblico. La dīwān era l’ufficio che si occupava delle entrate fiscali e mai il fisco, anche se liberale, fu così efficiente!

Gli arabi regolarono il corso dei fiumi, costruirono serbatoi, abolirono la tassa sugli animali addetti a lavorare la terra e introdussero nuove colture come gli agrumi e la palma da datteri. L’agricoltura, che fino ad allora conosceva praticamente solo il grano, ne ebbe un immediato beneficio, in ossequio alla massima del Profeta: “Chi coltiva un albero sarà ricompensato”.

Saia

La saia per irrigare i campi, innovazione introdotta dagli arabi

Ma non solo l’agricoltura. Anche commercio, edilizia, attività scientifiche e letterarie furono incoraggiate e protette.

La Sicilia conobbe un periodo di tolleranza religiosa, come forse non ebbe mai più nella sua storia. Certo, i musulmani erano favoriti rispetto alle altre confessioni, perchè i dhimmi, così si chiamavano i sudditi non musulmani, dovevano pagare la jizya, una tassa per esercitare il culto, che era più onerosa della zakat, riservata ai musulmani. Ma certamente le condizioni dei dhimmi in Sicilia erano di gran lunga migliori di quelle dei non cristiani o dei cristiani eretici nel resto d’Europa. E infatti infatti la parte orientale dell’isola mantenne perlopiù la fede cristiana, mentre in quella occidentale le due comunità erano numericamente equivalenti.

I nomi di alcune località della nostra provincia, pardon, del nostro vallo, durante il periodo arabo furono:

Alcamo, Alqama cioé terra fertile

Calatafimi, Qal’at Fimi, da qal’at, ‘castello’, quindi Castello di Eufemio

Castellammare del Golfo, Al-Madarig cioé la scalinata

Erice, Gebel Al-Hamid, da gebel, ‘monte’, quindi monte di Allah

Favignana, Gazirat al Rahib cioé Isola del monaco

Levanzo, Gazirat al Yabisah cioé Isola arida

Marsala, Marsa Allāh, da marsa, ‘porto’, quindi Porto di Allah

Salemi, Salem, da salam, ‘pace’

E Trapani?

Maumettumilia – IV