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UN MENU PER LA CASA NUOVA

Faremo allegria tra noi, qua tutti quanti! Voglio incignar la casa nuova! Tu, Tararà, corri va da Mosca e compra vino, pane, pesce fritto e peperoni salati: faremo un gran festino!
La giara – Luigi Pirandello

Pesce_frittoQuando andate ad abitare in una nuova casa, dovete inaugurarla cucinando pesci fritti. Perché? Ovvio, per ingraziarsi li patruneddra ri casa. Sono gli spiriti che la abitano e che potranno servirsi da soli se lasciate la tavola apparecchiata anche dopo che finite di mangiare. Non fate mancare pane e vino, verdura cotta per una vita felice, il miele, sinonimo di buona sorte, e il sale o l’olio, immancabili in ogni rito scaramantico che si rispetti.

Anziché lasciare le cose in tavola, è ancora meglio se girate tutti i locali della casa offrendo voi stessi il pesce appena cucinato.

Le formule che si pronunciano in queste occasioni “Pisci, pisci, tuttu l’annu crisci”, oppure “Patruneddra ri casa rati saluti, fortuna e pruvirenza a la famigghia chi veni a stari ‘nta sta casa.” sono l’augurio di prosperità e benessere per i nuovi abitanti.

Li patrunedda ricambieranno proteggendovi. Se però ve ne infischiate pensando che tutte queste superstizioni siano, appunto, solo superstizioni medievali, potreste scoprire sulla vostra pelle che li patruneddra possono pure arrabbiarsi e diventare dispettosissimi. In questi casi sono conosciuti come fatuzzi, di cui abbiamo già parlato qui.

E disinteressatamente vi consigliamo di non farli arrabbiare!

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LA PIGGHIATA D’OCCHIO (2)

Il sale grosso, prezioso alleato contro il malocchio

Il sale grosso, prezioso alleato contro il malocchio

Nell’articolo precedente (link) abbiamo raccontato come si toglie il malocchio, ma come si può evitare di prenderlo?

La prevenzione, come in tutte le cose, è fondamentale. Quindi evitiamo di frequentare le persone che “a pelle” non ci piacciono. E poi preserviamo la nostra casa facendola benedire e lavando i pavimenti con acqua e sale. Una ulteriore protezione è data un sacchettino di sale grosso da tenere in tasca o appeso al collo. Anche l’alimentazione è importante:  un abbondante piatto di pasta con l’aglio tiene lontano tutte le cattive influenze. C’è anche chi consiglia di bollire le mutande in acqua e sale. E se questo non bastasse, allontanate il malocchio col gesto delle corna, o ancora meglio, con quello della fico (link) e toccatevi spesso i genitali.

Ma se per qualche vostro motivo siete invidiosi e rancorosi e volete pigghiare d’occhio qualcuno che vi sta antipatico, come si fa?

Anche una dea potente come Inanna nulla ha potuto contro la pigghiata d'occhio

Anche una dea potente come Inanna è rimasta vittima della pigghiata d’occhio

Senza incrociare braccia, gambe o altro, raccogliete tutto il vostro odio, tutta la vostra rabbia, tutta la vostra frustrazione, tutto il rancore che serbate nei confronti di una persona. Concentratevi sul centro della fronte, il terzo occhio, perchè è questo il più potente canale energetico e liberate tutto, concentrando lo sguardo sul vostro obiettivo. Ovviamente esercitatevi prima, ma mai davanti allo specchio, rischiate di maledirvi da soli. Al massimo se avete un amico, e se è un vero amico, fategli fare da cavia, tanto sapete come si toglie.

Poi quando vi sentite abbastanza sicuri, incontrate il vostro obiettivo e fissatelo per almeno 5 lunghissimi secondi in silenzio. E se la persona se ne accorge, tanto meglio, ricambierà lo sguardo permettendovi di arrivare direttamente in fondo all’anima… Quando siete abbastanza bravi potete pigghiare d’occhio le persone mentre parlate, anzi mentre elogiate la persona che volete colpire. E anzi, più sperticati saranno gli elogi, meglio è… “Come ti trovo beeene, quanto sei cresciutooo, mi sembri ringiovanitaaa”

Attenzione però al malocchio di ritorno, che si può verificare se la vittima ricambia il vostro sguardo. Si dice che una protezione sia l’amuleto chiamato i pentacoli di Marte, il dio della guerra. E infatti vi aiuta a sconfiggere i nemici.

Ora che sapete tutto sulla pigghiata d’occhio, usate con parsimonia i vostri poteri perché le conseguenze possono essere anche letali. La tradizione mesopotamica racconta che Inanna, o Ishtar, dea della fertilità venne uccisa proprio con lo sguardo. A quanto ne sappiamo è il primo caso di malocchio della storia. Lo ripetiamo: siate cauti…

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I rituali scaramantici non conoscono confini. Anche Lino Banfi ne sa qualcosa…

LA PIGGHIATA D’OCCHIO (1)

Cos’è la pigghiata d’occhio? Una preghiera, un rimedio utile o una superstizione? Un rito religioso? Oppure una ciarlataneria? Forse è solo un ottimo esempio di medicina stregonesca…

A tutti è capitato di avere un mal di testa improvviso, anche se fino a un minuto prima eravamo perfettamente in forma. Ebbene, potrebbe essere un sintomo della pigghiata d’occhio. Altri sintomi sono la sensazione di svogliatezza, frustrazione, insonnia, irrequietezza. Se il dottore non è riuscito ad aiutarvi, per accertarvene non avete che da fare la pigghiata d’occhio. Fatevela fare da chi ne ha già fatte altre, come le anziane ed espertissime donne siciliane. Chiameremo per comodità ‘za Marietta la donna che fa, ovvero toglie, la pigghiata d’occhio.

Il rituale della pigghiata d'occhio

Il rituale della pigghiata d’occhio

Una procedura standard è la seguente:

Posizione iniziale: il paziente è seduto su una sedia, senza né gambe né braccia né nient’altro incrociato. La ‘za Marietta tiene vicino a sè del sale e una tazzina con un po’ d’olio. Mette un pezzo di stoffa sulla testa del paziente, e sulla stoffa una bacinella piena d’acqua. Quindi comincia a recitare il Padre Nostro, l’Ave Maria o qualche altra razione, cioé una orazione o una invocazione, e, dopo aver bagnato un dito nell’olio, ne lascia cadere alcune gocce nella bacinella, senza farle sovrapporre. A questo punto se le gocce rimangono compatte significa che non si è stati pigghiati d’occhio e basta un Moment ® per risolvere il problema. Se invece le gocce si espandono e si dividono in altre più piccole, fino a dissolversi, significa che si ha il malocchio.

Per toglierlo la ‘za Marietta prende il sale e lo fa cadere in quattro punti del piatto, come a formare una croce, mentre pronuncia per tre volte “Padre Figlio e Spirito Santo”. Dopo mette un dito nell’olio, lo ricopre di sale, tocca ripetutemente le tempie del malato e ne “spreme” la testa prima con una mano sulla fronte e l’altra sulla nuca, poi con le due mani sulle tempie. Anche questo ripetendo diverse volte la formula:

Occhio malocchio pigghiata d’occhio
nesce u malocchio e trase u bonocchio
Sinni va pa so via
cu Gesù, Giuseppe e Maria

A questo punto si deve buttare l’acqua, ma non in casa, quindi niente lavandini o gabinetti, va buttata dal balcone, o comunque fuori dall’uscio, dicendo:

Acqua e sale pi li mari
acqua e sale pi cue ni vole male

E’ tutto. In altre varianti si può scoprire chi ha fatto il malocchio. In altre ancora si lava la testa del malato con il latte, o si cosparge il corpo con unguenti di erbe particolari, quella descritta è solo la versione base. Molte persone però sono pronte a giurare che funziona!!

(seconda parte qui)

BIRRITTA RUSSA

vicoli_di_ericeSi racconta che a Erice nel ‘600 tra i soldati spagnoli c’era anche “un omone lungo lungo, ma spolpato nelle mani e nel viso da parere uno scheletro, coronato da un berretto rosso, e nel restante della persona ardente di fuoco vivo“, che un giorno importunò la donna di un uomo ericino e con lei si appartò in un cortile. L’uomo, scoperta la tresca, gli intimò di non farsi più vedere, ma il soldato in preda a un raptus lo uccise. Arrestato e processato fu condannato a morte.

Un uggioso giorno di novembre, il condannato, impenitente e con ancora la sua berretta rossa sulla testa, venne quindi condotto sul patibolo e impiccato. A causa del violento strappo della corda, la berretta gli scivolò sull’orecchio destro facendo assumere al morto una posa spaventosa. Mentre gli spettatori dell’esecuzione stavano abbandonando la scena, il corpo del morto ebbe un sussulto ed emise un sibilo stridente. A quel punto un vento sinistro si alzò e portò via la berretta rossa dalla testa dell’impiccato. Tutti i presenti andarono via in fretta e fu dopo qualche giorno che gli anziani iniziarono a dire che Birritta Russa, così intanto avevano chiamato quel soldato spagnolo, era morto in maledizione per aver rifiutato i sacramenti, e che per questo la sua anima era condannata a vagare in un limbo eterno per quei luoghi. E anche ai giorni nostri, di notte, tra la foschia nei vicoli di Erice, soprattutto d’inverno, lo si può intravedere tra le raffiche di vento. 

IL FANTASMA DELLA BELLINA

La fitta nebbia che avvolge Erice ne fa lo scenario ideale per le storie di fantasmi. Molte e antiche sono infatti le leggende su di essi.

Salvador Dalì: Ragazza alla finestra - 1925

Salvador Dalì: Ragazza alla finestra – 1925

Una è quella di una fanciulla di nobile casato detta la Bellina. In realtà avrebbe dovuto chiamarsi la Bellissima, soprattutto per i lunghi capelli lisci e neri al cui fascino era impossibile resistere. Gli uomini si innamoravano di lei a prima vista, ma lei li rifiutava tutti restando affacciata alla finestra di casa a scrutare il mare e l’orizzonte in attesa del ritorno dell’unica persona che avesse mai amato, un soldato partito per una guerra da cui non fece ritorno, e che prima di partire le aveva regalato uno splendido anello come promessa di matrimonio.

Tra gli spasimanti della ragazza c’era anche un barone, che venne respinto come gli altri. Tuttavia non si rassegnò e, grazie all’aiuto di un mago, riuscì a entrare in possesso dell’anello della Bellina, promettendo di restituirglielo solo in cambio di un bacio, ma neanche questo fu sufficiente a convincerla. Allora per ripicca gettò l’anello in un cespuglio di rovi dove la Bellina, disperata, si mise a cercarlo. Dopo tanta fatica lo vide e allungò la mano per afferrarlo, ma nel fare questo si punse e il sangue che uscì dalla ferita scatenò l’incantesimo che la fece trasformare in una biscia. Da allora la Bellina si aggira tra rovi e case abbandonate, condannata a essere un serpente dopo essere stata l’oggetto del desiderio di tanti ericini.

I ´NNIMMI

Santu Giorgio cavalieri
vui a cavaddhru, iò a peri
pi la Vostra Santità
façitimi sapiri ‘a verità.

Chi non ha mai sofferto per la mancanza di notizie su una persona cara? Ormai la diffusione di telefoni e internet ha ridotto drasticamente il fenomeno, ma in passato non mancavano le occasioni di allontanarsi da casa lasciando nell’angoscia i propri cari.

Fino a una cinquantina di anni fa, ci racconta Giuseppe di Marzo in Echi dialettali della Vecchia Trapani, il rituale dei ‘nnimmi era diffuso e veniva praticato quando mancavano notizie di una persona che si temeva essere in grave pericolo di vita o addirittura deceduta.

Il rituale consisteva nell’andare di notte in giro per la cittá origliando discorsi e frasi pronunciate da occasionali passanti, che venivano interpretate come un oracolo. I piú pigri, o impossibilitati a muoversi, si limitavano semplicemente ad aprire le finestre di casa a mezzanotte, ed ascoltare. I professionisti dei ‘nnimmi erano bravissimi anche a dare il giusto significato al latrato di un cane, al pianto di un bambino e altri rumori.

Ecco come lo descrive Tore Mazzeo nel libro POESIE TRAPANESI – Baddhraronzuli 2, dopo l’invocazione a san Giorgio riportata all’inizio.

A mezzannotti quannu tuttu taçi
e ‘a genti curcata runfulìa
quarchi cristiana sula a taçi maçi
ascuta ‘i so’ nnimmi e ‘un pipitìa.

Da la finestra di la so’ casuzza
ntrèppita ‘u silenziu di li strati
l’aricchi e l’occhi boni si l’alluzza
pi sentiri ‘i frasi çiuçiuliati.

Ca menti pensa a soccu oli sapiri
(si tornanu ‘i figghi priçioneri)
aspetta queta e cu fiducia criri
a li nimmi chi su’ cusuzzi seri.

Eccu ch’avvista a dui (parlanu araçiu):
«Beddhru stu vinu, supraffinu veru.»
«E ‘i pizzi cu tuttu ddhru ran caçiu?»
«Accussì beddhri cchiù nun nni viremu.»

Ddhra puvireddhra pensa a li so’ figghi
«Accussì beddhri cchiù nun li viremu…»
Vucia, cci vennu puru li stinnigghi:
Ah, comu svegnu, ah, com’è chi tremu…»

‘U maritu chi dormi a sonnu chinu,
sintennu ssu fracassu ‘intra la chiana,
s’arruspigghia e scinni ru littinu
calannusi pi’ sutta la pacchiana.

Curri p’a casa cu li peri nuri
Viri so’ mogghi nterra stinnigghiata
Chi dici: «I me figghi, criaturi
Cchiù nun viremu cchiù nna’ ssa casata.»

«Picchì chi t’arrivau ‘u tilanfilu?»
«No, ma ‘u sacciu, iò ‘i nimmi fici;
iò moru cu ssa còllura nsuppìlu…»
«Figghia di ntrocchia a tia e a c’un t’u rici.»

Si curcanu tirànnusi ‘u cutruni,
‘U maritu chi ietta runfuliati
e ‘a mogghi c’a testa a pinnuluni
e chî rinocchia tutti arrimuddrhati.