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MINCHIA DI RE

Minchia di re è un romanzo dello scrittore e giornalista trapanese Giacomo Pilati, che prende il nome dalla viola, conosciuta anche col nome di minchia di re, pesce ermafrodita che nasce femmina, e dopo aver deposto le uova, diventa maschio. La protagonista del libro, ambientato in una isola della Sicilia al tempo dello sbarco di Garibaldi, è Pina, figlia del sovrintendente della cava di tufo dell’isola. Così come la viola è diversa dagli altri pesci, anche l’identità sessuale di Pina non è la stessa delle sue coetanee. Pina è una donna, ma si innamora, ricambiata, di un’altra donna, cosa assolutamente inconcepibile agli occhi del violento e tirannico padre. E nulla può la madre, succube e combattuta tra l’amore per la figlia e l’onore della famiglia.

Non vi diciamo come va a finire, ma vi consigliamo di leggerlo. A noi è piaciuto il personaggio di Pina, il suo carattere e la sua condizione senza speranza. Il linguaggio, un po’ troppo pesante ed articolato richiede un notevole sforzo per sospendere l’incredulità, ma rende il libro adatto al grande pubblico.

Anche se Pilati fa di tutto per evitare riferimenti evidenti, l’isola si identifica facilmente con Favignana, dove la voce di popolo sostiene che Pina sia esistita veramente. E’ proprio da questa voce che Pilati ha preso spunto. Non esiste però nessuna conferma al riguardo.

Al libro sono ispirati anche il film Viola di mare, dove la protagonista è interpretata da Valeria Solarino, e lo spettacolo teatrale portato in scena da Isabella Carloni, di cui consigliamo la visione.

USANZA DI MARE

E che ti pari, che i cristiani cu li danari sono megghiu di li turchi?

Usanza_di_mareCarissimi lettori, ad agosto vi abbiamo lasciato in pace con le storie di schiavi e corsari, ma adesso ritorniamo alle vecchie abitudini. Ricordate Diego Martinez (link), il virtuoso trapanese che in Barbaria ha sofferto le pene dell’inferno? Ebbene, Antonino Rallo, nel suo Usanza di mare, racconta una versione della storia leggermente diversa.

Diego, artigliere in servizio all’Isola Formica, viene catturato dai corsari e portato a Tunisi assieme a due compagni di sventura, Diego il pacecoto e il taurino Peppe Masso, pacecoto anche lui. Sulla nave incontrano una vecchia conoscenza, l’ambiguo dottor Sala, ebreo trapanese fuggito a Tunisi, dove  è diventato il factotum di un ricco mercante, il pio Sitbarbalì, che ne aveva sposato la sensuale cugina Rachele. Con un abile stratagemma il dottor Sala riesce a far finire i tre nella casa di Sitbarbalì.

Fra i tre, quello che se la passa meglio è senza dubbio Diego il pacecoto, che diventa suonatore di mandolino e riesce a mettere su un’orchestrina e che, approfittando delle frequenti assenze del padrone, diventa l’amante di Rachele. Se si convertisse all’islamismo potrebbe riacquistare la libertà, ma lui non sembra curarsene troppo. In fondo quella vita non gli dispiace.

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L’affascinante ambientazione del romanzo

Peppe Masso, dopo un umiliante periodo iniziale in cui è costretto ad accoppiarsi senza sosta con donne africane per procreare nuovi schiavi, aiuta Diego Martinez a lavorare il corallo. Non sarebbe un cattivo impiego, ma i due sono costretti a rubare la materia prima da lavorare, cosa che rende il lavoro molto rischioso per i motivi che si possono facilmente immaginare.

Di riscatto dalla Sicilia non era il caso nemmeno di parlare. Da Trapani le maestranze dei corallari, con cui Diego aveva avuto vecchie ruggini, gli fanno sapere che non avrebbero pagato. Quanto ai due pacecoti, sono appunto pacecoti, e alle spalle non hanno organizzazioni in grado di riscattarli. Significa che i tre devono mettere da parte i soldi del riscatto da soli, e Diego Martinez e Peppe Masso ci riescono grazie ai proventi di una tonnara costruita a Sidi Daoud. I due però non vogliono lasciare la Tunisia senza due amici irlandesi, schiavi cristiani come loro. E poi Peppe Masso vorrebbe portare con sè l’amata Kahina, una schiava mulatta dagli occhi blu.

In questa situazione, dopo una notte d’amore con Rachele, sopravviene la morte di Diego il pacecoto. Questo episodio dà al romanzo la svolta attesa da lungo tempo, ma per non rovinarvi il piacere della lettura, non raccontiamo come va a finire. Vi diciamo solo che non c’è traccia del virtuoso Diego di cui ci parla il Di Ferro, la cui storia alla fine è meno verosimile di quest’opera di fantasia. Il libro è molto piacevole e si legge tutto d’un fiato, un po’ come i libri di Giuseppe Romano.

La Tonnara dell'Isola Formica ai giorni nostri - Credit: Panoramio

La Tonnara dell’Isola Formica ai giorni nostri – Credit: Panoramio

Dimenticavo, volete sapere in che lingua comunicano trapanesi, irlandesi, maltesi, berberi, africani, turchi e tutti gli altri personaggi del libro? Non avete che da comprarlo, scoprirete anche qual è l’usanza del mare che dà il titolo al romanzo…

MAUMETTUMILIA – VIII

Scoperto in Vaticano un codice arabo scritto in ebraico nella Trapani del 1200

E’ sempre così. Si parte per fare tre articoli, al massimo quattro, e si finisce per scoprire delle cose che mai si sarebbero immaginate. E allora eccoci qua a decifrare un manoscritto arabo scritto in ebraico nella Trapani del ‘200. A dire la verità tutto il lavoro è stato già fatto dallo storico Giuseppe Mandalà, noi lo riassumiamo solamente.

Avicenna, il suo Codice è stata la Bibbia per i medici dei secoli seguenti

Avicenna, il suo Codice è stata la Bibbia per i medici dei secoli seguenti

Andiamo con ordine. Nel medioevo l’arabo era la lingua scientifica dell’umanità, un po’ come lo è l’inglese ai giorni giorni. Era in arabo infatti che scrivevano scienziati persiani, siriani, copti, ebrei, indiani, berberi e chiunque altro volesse far conoscere le proprie idee. Tra i tanti campi in cui gli arabi eccellevano, la medicina non faceva eccezione. Tra i trattati scritti in arabo, tradotti poi in latino o ebraico, ne ricordiamo tre:

• il Kitab al-Mansouri fi al-Tibb, Il libro di medicina dedicato ad Al-Mansur, scritto da al-Razi all’inizio del X secolo;

• il celeberrimo Kitab al-Qanun fi al-Tibb, Il Canone, probabilmente il più famoso testo di medicina della storia, scritto da Avicenna;

Ma di recente, per merito di Mandalà, ne è stato scoperto un altro:

• il Kamil al-sana ‘a al-tibbiya, ovvero Il libro perfetto dell’arte medica, conosciuto anche come libro regale, di Ali ibn Abbas, detto al-Majusi, il mago, perchè discendeva da una antica famiglia zoroastriana. Il libro perfetto risale alla fine del X secolo ed è più sistematico e sintetico del libro di al-Razi e più pratico di quello di Avicenna, essendo diviso in due parti, una teorica e una pratica, di dieci libri ciascuna.

Ma quale è stata la scoperta di Mandalà? Ebbene, Mandalà ha trovato nella Biblioteca Apostolica Vaticana un manoscritto, il numero 358, scritto in semicorsivo sefardita risalente al XIII secolo. La particolarità di questo manoscritto è che si tratta della traduzione dei capitoli VI-X del libro perfetto dell’arte medica di al-Majusi.

Costantino l’Africano e Stefano di Antiochia ne hanno fatto delle traduzioni in latino. Quella di cui stiamo parlando è in ebraico. Ne esistono anche altre sempre in ebraico, ma posteriori al manoscritto 358.

L’inizio, il colophon in termine tecnico, colpisce dritto come un pugno in faccia.

E’ terminato il decimo capitolo de Il libro regale giovedì 26 del mese di adar dell’anno 5053 della creazione in Trapani situata sulla riva del mare, e lo ho traslato dall’arabo all’ebraico, grazie a Dio signore degli universi, ed esso [il codice] è di mano del proprietario della copia, e questa copia appartiene al medico Sabbat, figlio del medico Atiyyā, che Dio abbia misericordia di lui

Abbiamo letto bene! Il codice è stato tradotto a Trapani. Il 26 di adar del 5053 corrisponde al 13 marzo del 1293.

Il codice. Vat. ebr. 358, f. 202r (© 2011 Biblioteca Apostolica Vaticana)

Il codice. Vat. ebr. 358, f. 202r (© 2011 Biblioteca Apostolica Vaticana)

Non siamo esperti di arabo, nè di ebraico, ma Mandalà ci assicura che, nonostante i caratteri sefarditi, il lessico è fortemente islamico, tipico del X secolo. L’opera è proprio quella di al-Majusi!

“Il Vaticano ebr. 358 è uno straordinario testimone della circolazione del sapere medico arabo-islamico tra gli esponenti della comunità ebraica trapanese. Questa circolazione si inserisce nel quadro della più vasta eredità arabofona degli ebrei dell’isola, ma si giustifica anche in virtù della vocazione geopolitica di Trapani, aperta alla vicina costa africana e al mondo arabo-islamico in generale”

Il libro ha contribuito a diffondere la cultura medica  nel mondo antico, basti pensare alla Scuola Salernitana, e vi lasciamo il piacere di leggerlo. A noi il libro piace perchè, ancor più che di medicina, ci parla della Trapani del ‘200. Era una città dove passeggiando per il centro ci si poteva imbattere con facilità in Alberto degli Abate, il futuro santo, in medici ebrei e arabi, oltre che nei cavalieri templari di cui abbiamo già parlato (link).

Flavio Mitridate, grande umanista e traduttore di codici

Flavio Mitridate, grande umanista e traduttore di codici

Era un centro della cultura dell’epoca e la presenza ebraica in città era considerevole. E fa sorridere Eliyahu Ashtor che nel suo The Jews of Trapani in the later Middle Ages lamenta la scarsa cultura ebraica in città, tanto è vero che egli stesso trova negli scritti di notai dell’epoca molteplici riferimenti a codici ebraici, anche se di tali manoscritti ai giorni suoi, che sono più o meno anche i nostri, non c’è più traccia.

Altri manoscritti invece ci sono pervenuti. Essi furono tramandati dalle antiche famiglie ebraiche e si trovano oggi nella Biblioteca Vaticana, portati probabilmente dopo la cacciata degli ebrei dal Regno nel 1492. Tra questi il Vaticano 358…

Questo è veramente tutto. Ma alla fine, che vuol dire Maumettumilia? La risposta è a un click di distanza…

Fonti:
– Giuseppe Mandalà: Un codice arabo in caratteri ebraici dalla Trapani degli Abbate (Vat. ebr. 358)