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I MISTERI – QUINDICESIMA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione
SECONDA PARTE – Le confraternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso
QUINTA PARTE – Una arrancata fino ai giorni nostri
SESTA PARTE – Carchet
SETTIMA PARTE – Maestri trapanesi dell’arte della colla e tela
OTTAVA PARTE – Multimedia: dalla Spartenza all’Incoronazione di Spine
NONA PARTE – Multimedia: da Ecce Homo all’Addolorata
DECIMA PARTE – A vella
UNDICESIMA PARTE – Il mistero più grande
DODICESIMA PARTE – Il lessico dei misteri
TREDICESIMA PARTE – Il mistero dell’ultima cena
QUATTORDICESIMA PARTE – Di chi sono i misteri?

La madre Pietà dei Massari e la madre Pietà del Popolo

Madre Pietà dei Massari

Domanda trabocchetto. Quante maestranze ci sono nell’Unione delle Maestranze? Dato che i misteri sono venti, la risposta dovrebbe essere…

No! Se la risposta è stata venti avete sbagliato, ma siccome vi avevamo messi in guardia siamo sicuri che non ci siete cascati… In realtà le maestranze sono ventidue. E non stiamo tornando a parlare di presunti misteri scomparsi. Le due maestranze in più sono quelle che organizzano le altre due processioni della settimana santa trapanese: la processione della Madre Pietà dei Massari e quella della Madre Pietà del Popolo.

A portare i misteri, lo abbiamo già detto, dall’800 non sono più gli appartenenti alle categorie artigiane, bensì dei professionisti pagati per il lavoro svolto, i massari. Siccome devono lavorare il venerdì santo, fanno la loro processione il martedì, e cosí facendo aprono i riti della settimana santa.

Madre Pietà del Popolo

Dal martedì pomeriggio, dicevamo, si alternano per portare la loro madonna dalla Chiesa del Purgatorio fino a piazza Lucatelli dove, in una cappella improvvisata, viene vegliata dalle donne dei massari fino al giorno successivo. Non si conosce con certezza l’autore del dipinto. Alcuni credono di averlo individuato in Narciso Guidone, altri in Giuseppe Arnino, entrambi vissuti nel ‘600.

In passato, al termine della processione, un massaro estratto a sorte si portava il quadro a casa e lo teneva fino all’anno successivo. Dal 1934 invece la madonna viene custodita in una chiesa,. Attualmente questa funzione è affidata alla Chiesa del Purgatorio.

L’indomani, il mercoledì, è il turno dell’altra processione, leggermente più antica dato che risale all’inizio del ‘700. La Madre Pietà del popolo, detta A maronna ‘ri putiara, perché gestita dal ceto dei fruttivendoli, esce dalla Chiesa dell’Addolorata e attraversa le strade della Trapani vecchia fino ad arrivare anch’essa a piazza Lucatelli.

Il momento dello scambio dei ceri

Qui le due madonne si incontrano. E’ il momento clou e i rappresentanti delle due processioni si scambiano un cero, in ricordo della pace suggellata nel 1885 tra i facchini di Piano San Rocco, ovvero i massari, e la Compagnia di Sant’Anna, scomparsa alla fine dell’800, ma che allora era l’organizzatrice della processione della Pietà del Popolo. I contrasti derivavano dal primato che entrambe le processioni volevano avere. Nel 1855 la Compagnia di Sant’Anna si rivolse addirittura al vescovo Ciccolo Rinaldi per impedire lo svolgersi della manifestazione rivale, ma a quanto pare il vescovo aveva cose più importanti a cui pensare.

Il quadro della Madre Pietà del Popolo, che probabilmente faceva parte di una tela più grande, è quasi uguale a quello dei massari, ma forse più pregiato, ed è probabilmente opera del pittore trapanese Giovan Battista De Vita, vissuto all’inizio del ‘600.

Anticamente le due processioni avvenivano un giorno più tardi, ma questo accavallarsi di impegni durante la settimana santa, spinse nel 1956 il vescovo Mingo ad anticiparle di un giorno.

Vale la pena ricordare che alle due processioni è anche legata l’invenzione dei cavalletti, ma su questo ritorneremo un’altra volta…

SEDICESIMA PARTE – L’Archimede dei cavalletti

I MISTERI – QUINTA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione
SECONDA PARTE – Le confraternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso

Una arrancata fino ai giorni nostri

Nell’800 i misteri si modernizzano e diventano simili a come li conosciamo noi adesso. Le maestranze subentrano alla Confraternita nell’organizzazione della processione e delle scinnute, le bande musicali sostituiscono i cantori, e i gruppi statuari, inizialmente portati in spalla dai componenti dei ceti, vengono sostituiti da professionisti regolarmente retribuiti, i massari. Sembra però che la qualità del trasporto non sia migliorata dato che di tanto in tanto si ha notizia di rovinose cadute, come ad esempio quella della Flagellazione nel 1891.

Processione d’altri tempi in un quadro di Francesco Renzo Garitta

Dal 1856, per decisione del vescovo Ciccolo Rinaldi alla processione non prendono più parte i vattenti. Un’altra innovazione dello stesso vescovo è la sostituzione dei frati che precedono la statua dell’Addolorata con le ragazze dell’orfanotrofio. Purtroppo quest’ultima novità non dura molto a causa dell’improntitudine e degli apprezzamenti di certi giovinastri, per cui dopo qualche anno le ragazze sono state sostituite con gli alunni del seminario. 

I misteri non hanno risentito dell’unità d’Italia e delle leggi eversive che poco dopo seguirono. Nel 1890 viene proibita la visita alle chiese, motivo di invidie e di infiniti ritardi, che sono costrette a restare chiuse durante la processione. L’obbligo di chiusura è stato tolto dopo dieci anni, ma solo per le tre chiese parrocchiali, San Lorenzo, San Nicola e San Pietro.

Siamo così arrivati al ‘900. Negli anni ’30 fa la comparsa un personaggio singolare: un uomo a cavallo, accompagnato da due tamburini, con un monotono squillo di tromba annuncia l’apertura della processione. Il cavaliere è rimasto nella memoria collettiva con il nome onomatopeico di Taratatiu e attirava sia i bambini, incuriositi dalla tromba, che gli adulti che lo aiutavano a rimettersi in sella dopo le, a quanto pare frequenti, cadute causate dell’alcool. 

La Chiesa di San Michele dopo il bombardamento del 1943

La storia dei misteri è indissolubilmente legata a quella della Chiesa di San Michele, dove sono stati custoditi i misteri fino al 1943. Qui la loro storia si incrocia con la storia della guerra. Il 6 aprile 1943 infatti una pioggia di bombe si abbatte su Trapani. Vengono sganciate da una pattuglia di B-17, le fortezze volanti, e, assieme al porto, che costituiva l’obiettivo militare, colpiscono anche parte della Chiesa di San Michele. Tra le vittime e i feriti della guerra vanno conteggiati gran parte dei misteri, la cui sorte però sta a cuore ai trapanesi più che la stessa chiesa. Infatti la chiesa verrà demolita, e i misteri ricostruiti. Ospitati nella Chiesa di Badia Grande nel 1946 e nella fatiscente Chiesa del Collegio dal 1947 al 1957, successivamente sono quasi di continuo nella Chiesa del Purgatorio dove si trovano ancora oggi.

Il dopoguerra porta anche altri due cambiamenti: il primo è che scompare il pittoresco Taratatiu. Dal 1948 è il gonfalone comunale ad aprire la processione. Il secondo, ben più importante, è l’introduzione dei cavalletti, che hanno aumentato la sicurezza e reso più agevole il trasporto dei gruppi.

1974: si costituisce l’Unione delle Maestranze

Per un breve periodo, dal 1959 fino al 1965, alcuni militari in costumi del ‘700 hanno partecipato alla processione suonando trombe e tamburi. Vita breve hanno avuto anche i premi istituiti nel 1949. Medaglie d’oro, d’argento e targhe commemorative, andavano ai gruppi più meritevoli. Anch’essi però sono stati causa di ulteriori polemiche e sono stati aboliti dopo qualche anno.

Dal 1974 i misteri sono organizzati dall’Unione delle Maestranze e non più dalle singole categorie singolarmente. Quasi contemporaneamente, il 26 dicembre 1974, viene rifondata la Confraternita di San Michele, di fatto scomparsa. Il resto è praticamente storia di oggi. Tra le ultime novità di rilievo segnaliamo la scomparsa degli incappucciati, vietati dal vescovo Francesco Micciché nel 2000, con la motivazione che nell’aspetto rimandano a sette e società segrete, e la presenza femminile sempre più frequente tra i portatori.

Un segno dei tempi: le donne non sono più solo spettatrici dei misteri

SESTA PARTE – Carchet
SETTIMA PARTE – Maestri trapanesi dell’arte della colla e tela
OTTAVA PARTE – Multimedia: dalla Spartenza all’Incoronazione di Spine
NONA PARTE – Multimedia: da Ecce Homo all’Addolorata
DECIMA PARTE – A vella
UNDICESIMA PARTE – Il mistero più grande
DODICESIMA PARTE – Il lessico dei misteri
TREDICESIMA PARTE – Il mistero dell’ultima cena
QUATTORDICESIMA PARTE – Di chi sono i misteri?
QUINDICESIMA PARTE – La madre Pietà dei Massari e la madre Pietà del Popolo
SEDICESIMA PARTE – L’Archimede dei cavalletti

I MISTERI – SECONDA PARTE

PRIMA PARTE – Introduzione

Le confraternite

Non conosciamo l’anno della prima rappresentazione dei Misteri a Trapani. Fu all’inizio del ‘600 e contrariamente a quanto la gente pensa, non fu ad opera della Confraternita di San Michele Arcangelo, bensì di quella del Preziosissimo Sangue.

Quest’ultima, conosciuta anche col nome di Battenti o Battitori per l’usanza dei confratelli di autoflagellarsi, fu fondata a Trapani nel 1603 dai sacerdoti Nicola Galluzzo e Giovanni Marquez (in altre fonti: Manriquez). Il riferimento ai misteri si trova già nel nome: Societas Pretiosissimi Sanguinis Christi et Misterium.

La confraternita aveva sede nella Chiesa di San Bartolomeo, poi nella Chiesa di Santo Spirito, conosciuta quest’ultima anche col nome di San Giacomo minore, e infine nel 1622 nella Chiesa di San Michele Arcangelo. Al giorno d’oggi nessuna di queste chiese esiste più.

Le chiese non più esistenti citate nell’articolo

Dicevamo che non conosciamo l’anno esatto della prima processione dei misteri. Essa dovette cadere tra il 1594 e il 1614 perché in un documento di quell’anno si legge: “Ogni venerdi santo, dopo mangiari, si fa la cercha con 180 battenti in circa et portandosi in processione tutti li misterii della S.S. Passione di Jesu X.to nostro et il X.to nel monumento con grandissima devotione et pietà et sua musica“. La cercha era la stessa processione, che si chiamava così probabilmente perché andava in “cerca” di Gesù.

Nel 1646 la Confraternita del Preziosissimo Sangue si fuse con quella di San Michele Arcangelo, che aveva alle spalle una storia leggermente più lunga. Fondata tre secoli prima nella piccola cappella di via San Pietro, si era poi spostata nella cappella di via San Michele, che i confratelli trasformarono in una vera e propria chiesa. Purtroppo nel 1582 vennero sfrattati per far posto a una compagnia fondata meno di cinquanta anni prima in Spagna e appena arrivata a Trapani, la Compagnia di Gesù. La confraternita quindi si spostò nella Chiesa di Santo Spirito, che, dopo la fusione col Preziosissimo Sangue, fu la sede anche della nuova Confraternita di San Michele Arcangelo e del Preziosissimo Sangue, che si spostò nella Chiesa di San Michele solo nel 1712 dopo che i gesuiti completarono la costruzione del loro Collegio.

Incappucciati in processione

Lo stendardo della Confraternita era rosso, colore del Preziosissimo Sangue, con al centro la sigla S.P.Q.R. e la scritta “Quis ut deus”, parole attribuite all’arcangelo Michele quando si scagliò contro Lucifero. La “divisa d’ordinanza” era sacco e scarpe rosse anch’esse, e una visiera bianca, colore prediletto da San Michele.

Se vi state chiedendo il perché del cappuccio, che rende i confratelli più simili agli adepti di una setta massonica che a un ordine religioso, la risposta va ricercata nel non facile rapporto che i movimenti flagellanti avevano con le gerarchie ecclesiastiche. Se ricordate, la Confraternita del Preziosissimo Sangue era conosciuta anche come I Vattenti perché avevano l’abitudine di  percuotersi la schiena con una frusta nodosa con delle punte di ferro taglienti all’estremità. Spesso venivano considerati alla stregua di veri e propri santi, e questo ovviamente non poteva fare piacere alla Chiesa, che vedeva in loro dei concorrenti, più che dei sodali. Le manifestazioni quindi cominciarono a essere vietate e di conseguenza i penitenti per non farsi riconoscere presero l’abitudine di indossare il cappuccio.

SECONDA PARTE – Le confraternite
TERZA PARTE – Dalle casazze ai misteri
QUARTA PARTE – Piccoli incidenti di percorso
QUINTA PARTE – Una arrancata fino ai giorni nostri
SESTA PARTE – Carchet
SETTIMA PARTE – Maestri trapanesi dell’arte della colla e tela
OTTAVA PARTE – Multimedia: dalla Spartenza all’Incoronazione di Spine
NONA PARTE – Multimedia: da Ecce Homo all’Addolorata
DECIMA PARTE – A vella
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DODICESIMA PARTE – Il lessico dei misteri
TREDICESIMA PARTE – Il mistero dell’ultima cena
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QUINDICESIMA PARTE – La madre Pietà dei Massari e la madre Pietà del Popolo
SEDICESIMA PARTE – L’Archimede dei cavalletti

CONTURRANA

La storia racconta che il villaggio di San Vito nasce verso il ‘700. Nel ‘300 viene costruita una piccola cappella dedicata al santo, San Vito appunto, che nei secoli successivi diventa meta di pellegrinaggi sempre più frequenti. I pellegrini, che inizialmente dormono all’aperto, vengono successivamente ospitati in alcune case costruite attorno alla cappella. Questo ovviamente attira l’interesse dei corsari barbareschi, e come conseguenza la cappella si trasforma pian piano in una chiesa-fortezza. Attorno a questo nucleo originario si sviluppa poi il paese di San Vito Lo Capo.

Il santuario-fortezza

Il santuario-fortezza

La voce popolare racconta però che c’è molto di più. C’è una storia che si mischia con la leggenda e che va indietro nel tempo fino ai tempi dell’imperatore Diocleziano. Siamo nel III secolo dopo Cristo quasi al crepuscolo dell’impero e un funzionario romano viene mandato dall’imperatore in Sicilia, precisamente a Mazara. Costui aveva un figlio di nome Vito a cui vengono assegnati un educatore, Modesto, e una nutrice, Crescenzia, entrambi cristiani, che lo convertono al cristianesimo. Scoperti, i tre fuggono in nave, ma dopo alcuni giorni di navigazione una tempesta li sbatte sulla terraferma, proprio dalle parti dove adesso c’è San Vito. Anche se da quelle parti non doveva esserci niente, si dice che lì sorgesse un’altra cittadina, Conturrana.

I tre cristiani stabilitisi a Conturrana continuano la loro opera evangelica, ma con scarso successo e anche qui sono costretti a fuggire. Gli abitanti dell’antica città non hanno però fatto i conti con la collera divina, e per punizione una terribile frana seppellisce il villaggio. La zona si chiama ancora oggi contrada Valanga.

La cappella di Santa Crescenzia

La cappella di Santa Crescenzia

Come la moglie di Lot durante la distruzione di Sodoma, anche Crescenzia si gira a guardare la città, rimanendo di pietra. L’edicola all’entrata del paese sorge nel luogo dove avvenne la pietrificazione. Il resto della storia non è chiarissimo. Mentre di Modesto non si hanno più tracce, di Vito si raccontano diversi miracoli fino alla sua morte avvenuta durante l’ultima grande persecuzione di Diocleziano  contro i cristiani.

Ma quanto c’è di vero nella storia del villaggio di Conturrana?

L’enciclopedia dei santi effettivamente riporta la voce di popolo per cui San Vito fosse siciliano, di Mazara per la precisione, e che visse e morì ai tempi di Diocleziano. Il culto di Modesto e Crescenzia è invece molto più tardo e non ci sono fonti storiche al riguardo.

Solo fantasia quindi?

Il De Rebus Siculis dello storico gesuita Tommaso Fazello

Il De Rebus Siculis dello storico gesuita Tommaso Fazello

Forse. Nel ‘500 lo storico Tommaso Fazello nel De rebus siculis parla dell’esistenza a cinquecento passi dalla riva di una rupe immensa, staccatasi misteriosamente dalla montagna e chiamata Conturrana. C’è da dire però che egli non crede all’esistenza del villaggio, di cui aveva sentito parlare.

Nel 1981, quasi ai giorni nostri quindi, nei pressi della Tonnara del Secco, Gianfranco Purpura ha scoperto casualmente l’esistenza di un antico stabilimento per la lavorazione del pesce. Dal sottosuolo della tonnara il Purpura ha raccolto una quantità di cocci di anfore commerciali tale da consentire di avanzare un’ipotesi sul periodo di utilizzazione dell’impianto, attivo dalla fine del IV secolo a.C. fino all’arrivo degli arabi in Sicilia (827). Secondo lui “la scoperta a San Vito di un impianto per la lavorazione del pesce potrebbe indurre a vedere in esso una conferma diretta di antiche congetture formulate sull’ubicazione di Cetaria, cittadina menzionata nelle cronache romane, ma mai ritrovata”.

Forse su Conturrana, o Cetaria, la parola finale deve essere ancora scritta…

IL GENIO DI LEONARDO – SECONDA PARTE

(QUI LA PRIMA PARTE)

Le Piramidi dell'Abetone furono erette per celebrare il completamento della strada regia che collegava Modena a Firenze

Le Piramidi dell’Abetone celebrano il completamento della strada regia che collega Modena a Firenze

Ximenes, ancora non lo abbiamo detto, è anche l’ingegnere di fiducia dei Lorena, per conto dei quali sovrintende a tutte le opere pubbliche del Granducato. Ad esempio è opera sua la strada regia che collega il Granducato di Toscana col Ducato di Modena. E non si tratta di una strada qualunque. Costata due milioni di lire dell’epoca, per la prima volta collega la Toscana ai possedimenti asburgici, quale anche Modena era nei fatti, senza passare dallo Stato Pontificio.

Per quanto riguarda l’idraulica, in quel periodo è molto d’attualità la questione del Reno, piccolo fiume emiliano, la cui storia è stata caratterizzata da rovinose esondazioni. Per risolvere il problema si deve decidere un nuovo percorso del letto del fiume, ma non tutti gli scienziati sono d’accordo su quale sia la soluzione migliore. Ximenes dedica alla spinosa questione ben quattro trattati che mettono tutti d’accordo e gli abitanti ancora oggi ringraziano.

Le Poste Italiane hanno ricordato i trecento anni dalla nascita di Ximenes con un francobollo. Sullo sfondo la Casa Rossa di Castiglione della Pescaia, costruita da Ximenes stesso

Le Poste Italiane hanno ricordato i trecento anni dalla nascita di Ximenes con un francobollo. Sullo sfondo la Casa Rossa di Castiglione della Pescaia

Altro grande interesse di Ximenes è la bonifica della paludosa Maremma. Anche questa questione è molto sentita. Si formano due scuole: i tecnici, capeggiati da Ximenes, che propongono grandi opere di ingegneria idraulica, atte a rimuovere le acque stagnanti, a cui si si oppongono i politici, scettici sul risultato di tali grandi opere, e favorevoli piuttosto a una riforma giuridica che incentivi un uso più corretto dei terreni agricoli. Il Granduca appoggia Ximenes, e non se ne pentirà. La maestosa opera idraulica per il drenaggio delle acque stagnanti è completata da numerosi interventi complementari: il piano regolatore di Castiglione della Pescaia per lo sviluppo del nuovo borgo sotto il castello, lo scalo commerciale della città di Grosseto, canali navigabili, strade, ponti, acquedotti, mulini disseminati sul territorio, il riordino dell’amministrazione della pesca, e altro. Tutto perché Ximenes considera il sistema idrico, il territorio, la popolazione i laghi e tutto il resto un solo ed indivisibile sistema.

Nel 1761 Emanuele Nay di Richecourt, che nel frattempo aveva sostituito Marc de Beauvau lo incarica di redigere la cartografia della Toscana. Ximenes diventa quindi Geografo di Sua Maestà Imperiale, titolo a cui aggiunge quello di  Matematico granducale quando il Granducato passa nelle mani di Pietro Leopoldo nel 1765. E’ ormai lo scienziato di spicco dei gesuiti, che gli affidano circa 75 delle 500 pagine della loro pubblicazione annuale, la Storia letteraria d’Italia, da dedicare alle tematiche scientifiche. Il taglio è giornalistico più che accademico e da vero scienziato nel giornale dà spazio solo alle argomentazioni scientifiche, anche quando a sostenerle sono cistercensi, francescani e laici anziché ortodossi gesuiti.

Veduta aerea dell'Osservatorio Ximeniano ai giorni nostri

Veduta aerea dell’Osservatorio Ximeniano

Un brutto colpo per Ximenes è però la soppressione nel 1773 della Compagnia di Gesù, a cui appartiene. Nella Chiesa di San Giovannino i padri Scolopi, che subentrano ai gesuiti, gli permettono di continuare a esercitare l’attività di scienziato. Per ringraziarli Ximenes lascerà loro gli strumenti con cui faceva le osservazioni e la biblioteca. Gli Scolopi manterranno in vita l’Osservatorio che da allora in poi si chiamerà Osservatorio Ximeniano.

Arriva il 1783, anno importante per l’aviazione. C’è il primo volo dei fratelli Montgolfier su quella che da loro avrebbe preso il nome di mongolfiera. La strada che attraverso i fratelli Wright e Juri Gagarin ci ha portato sulla luna comincia da lì. In Italia Ximenes, vecchiotto ma sempre vispo, viene informato da un membro dell’Accademia Reale di Parigi ed è entusiasta. Il suo pensiero è per un confratello vissuto una cinquantina di anni prima, Francesco Lana, ideatore della nave volante.

Continua a lavorare alacremente fino all’ultimo giorno quando il 4 maggio 1786 muore a causa di un colpo apoplettico.

Luigi Brenna, suo grande ammiratore, lo descrive “…in un continuo moto ed esercizio per operazioni proprie delle sue facoltà, ora in osservazioni, e calcolazioni d’eclissi, ed altri celesti fenomeni, ora in visite, progetti, esecuzioni, lavori di strade, di archi, di ponti, di acquedotti, di arginature, di cateratte, di porti. Quindi fa spavento il veder solamente la quantità de’ suoi manoscritti, essendo egli stato sempre d’una meravigliosa diligenza nel notare in carta i suoi pensamenti.”

Con buona pace di chi pensa che la vita di un gesuita del ‘700 doveva essere noiosa!

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A Leonardo Ximenes, non dimentichiamolo, è intitolato anche il Liceo Classico di Trapani, ma di questo parleremo un’altra volta…

IL GENIO DI LEONARDO – PRIMA PARTE

No, cari lettori, non stiamo parlando di quello da Vinci. Anche lui era un genio, ma noi oggi parliamo di un altro illustre scienziato, astronomo, ingegnere, geografo e tanto altro, Leonardo Ximenes.

ximenes_sommo_idraulicoA Trapani lo conoscono tutti per essere stato, come dice la targa commemorativa nel centro storico, un sommo idralico.

“Ma allura quannu mori u stagnataru di Via Cortina ci fannu puru a balata a muru?” esclamò una volta un ragazzo passandoci davanti. La leggenda vuole che un passante capitato da quelle parti per caso gli spiegò chi fosse realmente Ximenes e il ragazzo ne rimase impressionato al tal punto che poi diventò ingegnere. Ma torniamo alla storia…

Sono appena passati 300 anni da quel 27 dicembre 1716, quando, in quello che oggi è il Corso Vittorio Emanuele, nasce il piccolo Leonardo. Il cognome è una variante del più diffuso Jimenez, e, come tutti quelli di stirpe spagnola, Leonardo studia dai Gesuiti, il cui Collegio è vicinissimo alla sua casa natale. A venti anni, concluso il noviziato, chiede di essere trasferito a Firenze, dove avrebbe potuto dedicarsi meglio agli studi di letteratura.

Gian Gastone, ultimo dei Medici

Gian Gastone, ultimo dei Medici

In realtà a Firenze  i bei tempi del Rinascimento sono finiti da un pezzo. Adesso si respira una atmosfera carica di incertezza perché dopo tre secoli la dinastia dei Medici sta per estinguersi. Il granduca Gian Gastone infatti, vecchio e senza eredi, ha un piede nella fossa e molti sovrani di Europa, Borbone e Lorena in testa, hanno messo gli occhi sul granducato. E infatti, l’anno successivo all’arrivo di Ximenes in Toscana, Gian Gastone muore e il granducato passa a Francesco Stefano di Lorena. Il nuovo granduca però aveva sposato da poco Maria Teresa d’Austria che gli ha portato in dote l’Impero degli Asburgo. E’ comprensibile quindi che il nuovo granduca continui ad abitare a Vienna e che verrà raramente a Firenze, dove lascia a governare il fidato principe di Craon, Marc de Beauvau, suo ex precettore.

Intanto Leonardo alloggia nella chiesetta di San Giovannino degli Scolopi, nel centro di Firenze, dove rimarrà tutta la vita. Qui, all’ombra del Campanile di Giotto e della Cupola di Brunelleschi, mentre insegna lettere e matematica, approfondisce quella che era la sua vera vocazione, lo studio delle scienze: da un lato l’astronomia, che tramite l’osservazione dei cieli, avvicina l’uomo a Dio, e dall’altro l’idraulica e la meccanica, che, coi piedi ben piantati per terra, migliorano la vita terrena dell’uomo.

Come astronomo, restaura la meridiana di Toscanelli in Santa Maria del Fiore e nel 1756 fonda la Specola di San Giovannino, un osservatorio astronomico nell’omonima chiesetta, dove compie trentennali osservazioni che permettono di misurare la variazione dell’ obliquità dell’eclittica solare.

libro_ximenes_1Nel campo della meccanica sono importanti i suoi studi sulle forze d’attrito, Teoria e Pratica delle Resistenze dei Solidi ne’ loro Attriti, utilizzata per migliorare la costruzione di numerosi utensili.

Nel campo dell’idraulica si ingegna a costruire degli strumenti che gli permettano delle misurazioni più precise. E non si accontenta delle teorie fino ad allora in voga. Ximenes tenta di costruire una nuova ipotesi scientifica sulla legge del movimento delle acque, supportata da numerose misure con nuovi tachimetri idraulici, che inventa lui stesso.

Le Nuove sperienze idrauliche fatte ne’ canali e ne’ fiumi per verificare le principali leggi e fenomeni delle acque correnti (1780) riassume tutti i suoi risultati, ma è un peccato che non abbia elaborato una teoria globale dell’idraulica, dato che le capacità non gli mancavano. Se proprio vogliamo fargli una critica, questa è l’eccesso di pragmatismo, comune nel suo tempo.

Ma è come “sommo idraulico” che oggi lo ricordiamo. Lo fu davvero?

(CONTINUA…)