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MINCHIA DI RE

Minchia di re è un romanzo dello scrittore e giornalista trapanese Giacomo Pilati, che prende il nome dalla viola, conosciuta anche col nome di minchia di re, pesce ermafrodita che nasce femmina, e dopo aver deposto le uova, diventa maschio. La protagonista del libro, ambientato in una isola della Sicilia al tempo dello sbarco di Garibaldi, è Pina, figlia del sovrintendente della cava di tufo dell’isola. Così come la viola è diversa dagli altri pesci, anche l’identità sessuale di Pina non è la stessa delle sue coetanee. Pina è una donna, ma si innamora, ricambiata, di un’altra donna, cosa assolutamente inconcepibile agli occhi del violento e tirannico padre. E nulla può la madre, succube e combattuta tra l’amore per la figlia e l’onore della famiglia.

Non vi diciamo come va a finire, ma vi consigliamo di leggerlo. A noi è piaciuto il personaggio di Pina, il suo carattere e la sua condizione senza speranza. Il linguaggio, un po’ troppo pesante ed articolato richiede un notevole sforzo per sospendere l’incredulità, ma rende il libro adatto al grande pubblico.

Anche se Pilati fa di tutto per evitare riferimenti evidenti, l’isola si identifica facilmente con Favignana, dove la voce di popolo sostiene che Pina sia esistita veramente. E’ proprio da questa voce che Pilati ha preso spunto. Non esiste però nessuna conferma al riguardo.

Al libro sono ispirati anche il film Viola di mare, dove la protagonista è interpretata da Valeria Solarino, e lo spettacolo teatrale portato in scena da Isabella Carloni, di cui consigliamo la visione.

LEGGENDARI SPADACCINI TRAPANESI – TURILLO DI SAN MALATO

Toulouse- Lautrec e le atmosfere seducenti e decadenti della Parigi di fine '800

Toulouse- Lautrec e le atmosfere seducenti e decadenti della Parigi di fine ‘800

Parigi, fine ‘800. E’ in questo periodo che si diffondono comodità fino ad allora sconosciute: la radio, l’automobile, l’illuminazione elettrica. Le condizioni di vita migliorano, molte malattie vengono debellate e i parigini scoprono il piacere di una vita spensierata. Il volto della città cambia per sempre. Viene costruita la Tour Eiffel, la gente riempie i teatri, i cinema e i café-chantants. Scompaiono busti e colletti alti. Le donne vanno in giro in tailleur, che ne esaltano il vitino da vespa, e indossano coloratissimi cappelli piumati. E’ la Belle Époque, e nonostante la vita gaudente, o forse proprio per questo, non mancano i duelli e i romantici spadaccini. Volete sapere che ci fa un trapanese in tutto questo?

Partiamo dall’inizio quando nell’aprile 1838 da una famiglia dell’alta borghesia trapanese nasce Salvatore Malato. Il padre Sebastiano è viceconsole, ovvero cura infatti gli interessi svedesi e norvegesi in Sicilia, lo zio Francesco, ricchissimo, quelli della Francia, l’omonimo nonno, oltre ad essere il principale esportatore di corallo, quelli della Nazione Britannica. Il piccolo, che trascorre gli anni dell’infanzia senza preoccupazioni economiche, ne combina di tutti i colori tanto che lo chiamano Turillo, il Castigo di Dio. Crescendo non mette la testa a posto, è irrequieto, ha un carattere sanguigno, attaccabrighe diremmo oggi, e sviluppa presto una vera e propria passione per le armi bianche.

A quei tempi l’offesa ed il mancato rispetto finiscono quasi inevitabilmente con un duello all’arma bianca. Il luogo di queste partite d’onore è la zona delle saline lontano da occhi indiscreti e la polizia borbonica ha il suo da fare per tenere a bada questo “riprorevolissimo imbecille giovinastro”. Finisce pure in carcere per uno scandalo legato alla vicenda amorosa con la cantante Adalgisa Molinari. L’eco dello scandalo arriva anche a Napoli, anzi, nella circostanza, è proprio Turillo a scrivere al sovrano Ferdinando II, ma questa è un’altra storia e per i dettagli rimandiamo il lettore curioso agli studi di Salvatore Accardi.

Garibaldi ad Aspromonte - Giovanni Fattori 1862

Garibaldi ad Aspromonte – Giovanni Fattori 1862

Noi proseguiamo perché Turillo è il tipo attorno a cui fioccano le leggende, e se di molti episodi non conosciamo l’autenticità, uno ha un testimone, anzi un protagonista, d’eccezione. Turillo è infatti un veemente garibaldino, a Trapani ha fondato anche il giornale risorgimentale “Caprera” e nel 1862 si trova in Aspromonte quando Garibaldi viene ferito. Ricordate “Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba…” ? In quella circostanza a sorreggerlo è proprio lui. A parte i tanti testimoni oculari, è lo stesso Eroe dei due Mondi che in una lettera a Turillo scrive:

Voi non siete mai uscito dalla mia memoria, né dal mio affetto… I fratelli vostri vi stimano come uno dei prodi, su cui l’Italia nutre le sue speranze… Sarei infelice di mancare dei miei fidi, dove contate nelle prime file… Ricordo che in Aspromonte, quando fui ferito, voi foste il primo sul quale mi appoggiai…

turillo

Turillo di San Malato in pedana

Pur non rinunciando mai al duello di strada, col tempo l’attenzione di Turillo si sposta verso la pedana. In città dà vita alla prima scuola di scherma, presto frequentata dai rampolli della Trapani bene, primo tra tutti suo figlio, avuto da Francesca Staiti, e chiamato, chissà per quale motivo, Athos. La sala d’armi è in un appartamento di Piazza del Teatro, ora Piazza Scarlatti. Poi viene spostata in via San Francesco d’Assisi e successivamente in via Cortina, l’attuale via Nunzio Nasi.

La sua scherma non si inquadra in nessuno stile fino ad allora conosciuto. Lo stile di Turillo di San Malato unisce aggressività e irruenza a un grande rispetto per l’avversario e alla massima correttezza in pedana. Noi non siamo in grado di esprimere un parere tecnico. Jacopo Gelli, forse il più grande storico italiano della scherma, fa piazza pulita di alcuni sommari giudizi che descrivono Turillo al pari di un saltimbanco della pedana.

A un certo punto siccome i duelli trapanesi non gli bastano più si trasferisce a Parigi, dove ci sono nuovi avversari da sconfiggere e  nuove dame da conquistare. Il suo amore per la città è ricambiato e i giornali dell’epoca si affezionano all’esuberante schermidore.

Turillo di San Malato. Un giornale del 1881 lo descrive cosí: C’est un homme d’une quarantaine d’années. Figure sympathique. Taille ordinaire. Moustaches longues. Un tempérament de fer et des muscles d’acier

Turillo di San Malato. Un giornale del 1881 lo descrive cosí: C’est un homme d’une quarantaine d’années. Figure sympathique. Taille ordinaire. Moustaches longues. Un tempérament de fer et des muscles d’acier

Tra i duelli parigini raccontiamo uno dei più famosi, col celebre maestro d’armi Charles Pons. Il francese vuole sfidarlo perché è infastidito dalle urla in pedana che seguivano ad ogni assalto del trapanese. La sfida tra le due principali scuole schermistiche dell’epoca, quella francese e quella italiana, ha quasi del surreale con Turillo che si inginocchia e rimane fermo in quella posizione ad attendere l’attacco dell’avversario per ben due minuti, pronto al contrattacco, chiamato, come lui, il castigo di Dio. Il prudente Pons però non cade nella trappola e alla fine ferisce leggermente Turillo ad una mano. Quest’ultimo, per dimostrare al pubblico che l’avversario gli aveva fatto solo un graffietto, il giorno successivo vuole tirare di nuovo di scherma. Il deputato Paul de Cassagnac, padrino di Pons e direttore del Pays, gli scrive per farlo desistere:

Je savais que vous étiez un homme de coer. Je vous ai admiré sur le terrain. Je n’ai jamais vu une épée plus intrépide et une tète plus vaillante et j’en ai vu pas mal dans ma vie. Laissez passer quelques jours avant de tirer en public; c’est une question de convenance vis-à-vis de l’opinion. Il n’y a aucune fìerté à sembler moins blessé qu’on l’a dit et qu’on l’a été.

Scusateci se abbiamo lasciato i dialoghi in francese. E’ la lingua della scherma e poi non dimentichiamo che siamo in piena Belle Époque. Non sappiamo se condividere il giudizio di Martino Cafiero, “E’ il più bel tipo che sia mai uscito dalla inesauribile e portentosa Sicilia”. Di sicuro Turillo di San Malato è stato un personaggio d’eccezione, ma altrettanto sicuramente possiamo dire che non è stato il più grande schermidore che la città di Trapani abbia mai avuto…

PIANTO ROMANO

pianto_romanoSe passate dalla strada statale SS113 dalle parti di Segesta potete visitare il sacrario di Pianto Romano. E’ stato costruito per celebrare il ricordo di quanti hanno dato la vita nell’eroica battaglia di Calatafimi del 15 maggio 1860, poco più di una scaramuccia ingaggiata dalle truppe garibaldine, supportate da bande di picciotti reclutati dai “notabili” locali, contro l’esercito borbonico (ne abbiamo già parlato qui). I borbonici all’inizio sembravano avere la meglio, ma alla fine vennero battuti e qualcuno spiega l’avvenimento con generose elagizioni di mazzette da un campo all’altro di battaglia. Ad ogni modo, nel 1885 per commemorare quella vittoria venne eretto il sacrario di Pianto Romano, progettato dal famoso architetto Ernesto Basile, che tutti gli studenti universitari di Palermo ben conoscono.

Ma perchè questo nome? Forse gli antichi romani hanno perso qualche guerra da queste parti? Una guerra così importante che fece scoppiare tutti in lacrime?

Niente di tutto questo. La spiegazione è semplice. Su questa collinetta c’era un vigneto di proprietà di uno che faceva Romano di cognome. Quindi il posto era conosciuto come “piante di romano” ovvero “chianti i rumano”, poi italianizzato in Pianto Romano.

Elemetare Watson…

NUNZIO NASI – PARTE IX

 <== PARTE OTTAVA  PARTE DECIMA ==>

Per la gloria del G.A.D.U.

Squadra e Compasso

Nunzio Nasi entra ufficialmente nella massoneria all’etá di 43 anni. E’ molto probabile che anche prima abbia avuto contatti con essa e se ne sia servito nella sua scalata al potere, dato che entra direttamente col grado di maestro e non di semplice apprendista come avviene di solito. I primi anni comunque non si interessa più di tanto alle questioni massoniche. La svolta avviene nel 1897 grazie all’incontro col grande maestro venerabile Ernesto Nathan. Non sta a me scrivere la storia della massoneria trapanese, né tantomeno di quella italiana o mondiale, forse lo faremo assieme un giorno, ma non adesso. Per adesso basta dire che l’anno prima dell’incontro con Nasi, nel 1896, Nathan é diventato Gran Maestro, il massimo grado, ovvero grande capo, del Grande Oriente d’Italia, che pochi anni prima aveva riunito tutte le logge italiane.

Goffredo Mameli

Goffredo Mameli

Essere massoni a quel tempo non é cosa rara. Erano massoni tanti personaggi che abbiamo incontrato in questa storia: Deprestis, Crispi, Zanardelli, Vittorio Emanuele Orlando, Filippo Turati, Francesco Saverio Nitti e tanti altri (ma non Giolitti). Ma non solo politici, in massoneria ci sono illustri letterati come De Amicis, Carducci, Pascoli, D’Annunzio, musicisti come Puccini, scultori come Ettore Ferrari, e sono stati massoni anche quasi tutti i padri della patria, Giuseppe Garibaldi per primo, ma anche Nino Bixio, e perfino Goffredo Mameli. Non tutti sanno che i “fratelli d’italia” a cui si rivolge nel suo inno non sono altro che i fratelli massoni….

Ernesto Nathan

Ernesto Nathan

Nunzio Nasi é in massoneria da diversi anni, ma é solo dopo l’incontro con Nathan che comnincia a mostrare un certo entusiasmo per le questioni massoniche. Il rapporto fra Nathan e Nasi é piú che fraterno. Il grande maestro, avendo intuito le eccezionali qualità di Nasi, lo incoraggia ad assumere le più alte cariche dell’istituzione massonica. Addirittura la casa romana di Nathan è piena di fotografie del suo pupillo. Nasi diventa così presidente del Rito Simbolico Italiano e il 23 dicembre 1900 fonda, con l’appoggio di Nathan, una loggia. La loggia é associata al Grande Oriente d’Italia ed é la prima loggia di rito simbolico italiano ad avere la sede nella capitale. Si chiama Roma e Nasi ne é ovviamente Grande Maestro. Sono in molti a pensare a Nasi come successore di Nathan.

Ironia della sorte, il discorso inaugurale di Nasi é un inno alla moralitá negli pubblici uffici.

“Sì, o Fratelli, compito nostro è di adoperarci con tutto il
fervore della nostra fede a combattere tutte le forme d’immoralità,
che infestano la vita pubblica.”

Vito Pappalardo

Busto di Vito Pappalardo alla Villa Margherita – Trapani

Nasi é un massone strano. Crede in Dio, lo chiama Grande Architetto dell’Universo, e la sua fede é fatta di una intimitá dalla quale la chiesa, qualsiasi chiesa, é esclusa. “Tra me e dio non esistono intermediari” dice. Combatte il clericalismo, ma é in ottimi rapporti con Vito Pappalardo, prete patriota e rivoluzionario, e si dedica al rinnovamento della massoneria e al superamento degli eterni conflitti con la Chiesa. In questa situazione irrompono come il classico fulmine a ciel sereno le accuse di Ciccotti a Nunzio Nasi con tutto quello che ne consegue. Nasi non ha mai fatto mistero della sua appartenenza alla massoneria e nel clima arroventato di allora é facile capire come le accuse contro Nasi si trasformino subito in accuse alla massoneria.

Ettore Ferrari

Ettore Ferrari

Il Grande Oriente d’Italia, alla cui guida lo scultore Ettore Ferrari ha nel frattempo sostituito Nathan, si trova a fare una difficile scelta: difendere Nasi a oltranza rischiando di venire travolto dallo scandalo oppure abbandonarlo al suo destino venendo meno ai suoi principi nel caso l’ex ministro si fosse rivelato innocente? Nasi subisce quindi un altro processo, non in Senato ma al Grande Oriente d’Italia. E’ qui che si decide veramente il suo destino. Nonostante la difesa degli ex Gran Maestri Nathan e Ballori e nonostante in passato in una situazione simile Crispi sia stato difeso dall’Ordine, e nonostante le accuse nei confronti di Nasi non siano ancora pubbliche, alla fine Nasi viene espulso dalla massoneria. E’ il 7 maggio 1904 e con un tempismo degno di un orologio svizzero, due giorni dopo il tribunale di Roma spicca il mandato di cattura contro Nasi. Ma come abbiamo visto, Nasi non si trova. Nathan e altri fratelli massoni lo proteggono, prima di farlo espatriare con tutta calma a Parigi.

Virgilio Nasi

Virgilio Nasi, figlio di Nunzio

La vicenda assume anche contorni grotteschi, con l’Osservatore Romano che nell’editoriale “La consegna é di russare” accusa la polizia di dormire. Il giornale La Sentinella pubblica addirittura il resoconto di un appostamento di polizia nei pressi di un appartamento dove si pensa si nasconda Nasi. Il proprietario dell’appartamento scende addirittura in strada invitando gli agenti a perquisire la casa. Gli agenti ovviamente non trovano il fuggiasco, che, racconta il giornale, è andato al piano di sopra poco prima.

Nasi adesso é solo. Anche la Massoneria lo ha abbandonato. In molti, e Nunzio Nasi e suo figlio Virgilio sono tra questi, pensano che dietro l’espulsione ci sia Giolitti. Uno dei principali accusatori al Grande Oriente é stato infatti l’onorevole Giovanni Camera, massone considerato “servo di Giolitti”.

Per fortuna di Nasi però, non lo abbandonano i suoi sostenitori. Il Giornale di Trapani ad esempio non ha dubbi. In un articolo del 26 ottobre 1904 intitolato IL GRAN TRADIMENTO si legge:

Nel numero 7 di questo giornale abbiamo detto che la Massoneria ha vigliaccamente abbandonato, condannato l’On.Nasi ed aggiunto: “a quale perfidia scellerata non si ispirano alcuni meschini furfantelli che intenderebbero dare l’ultimo crollo a questo gigante del pensiero, dell’anima italiana, facendo credere che Egli è stato radiato dalla Massoneria, perché ha commesso la colpa massima. Essi si guardarono però dal fare opera perché questa colpa sia determinata,chiarita, provata; perché anche essi sono convinti che, svelato il segreto, non il Nasi ne ritrarrebbe danno maggiore, ma i suoi crocifissori, che non sanno quel che si fanno. Forse essi mai saranno conosciuti in tutta la laidezza della loro colpa, ma di questa a poco a poco, se ne rivelerà tanto quanto sarà sufficiente perché gli onesti possano giudicare con serenità.

La loggia trapanese Mazzini non si stanca di chiedere la revisione del processo massonico, ma tutte le richieste vengono respinte. Nel frattempo é cominciato il processo in Senato e tra le accuse a Nasi c’é anche quella di avere favorito sfacciatamente la massoneria. Nathan, nel frattempo diventato sindaco di Roma, chiamato a testimoniare all’Alta Corte, smonta decisamente queste accuse. In realtá Nasi ha favorito si qualche massone, ma sono stati tanti anche quelli a cui ha detto di no e questo di certo non gli ha giovato e ha avuto un peso nel processo sia in Loggia che in Senato.

Ma perché anche la massoneria ha condannato Nasi, il suo figlio prediletto? La risposta, ammesso che ci sia, non la trovate sin questo articolo. Le vicende massoniche sono spesso di non facile interpretazione e noi dobbiamo riprendere di nuovo la nostra rotta e finire la storia della vita di Nasi.

(CONTINUA)

 <== PARTE OTTAVA  PARTE DECIMA ==>

L’EROE DEI TRE MONDI

Enrico Fardella occupa un posto d’onore fra quei siciliani dimenticati nella loro terra e ricordati altrove: un suo busto in bronzo si trova al Museo civico di New York, donato nel 1952 dalla Associazione italo-americana di Sicilia al popolo d’America, bandiere a lui dedicate sfidano dignitose l’oblio. Com’è che un siciliano di Trapani, il più giovane di tre fratelli che sono il contrario dello stereotipo gattopardesco dell’aristocratico troppo furbo per credere in qualcosa, sia finito in un museo di New York è una storia che vale la pena raccontare. Enrico Fardella nasce nella nobile famiglia dei Torrearsa nel 1821, fa studi irregolari. Ma quando mai s’è visto un vero eroe romantico che pensa a diventare ingegnere o avvocato prima di lottare per la libertà? Lui legge autori proibiti come Foscolo e Alfieri, si infiamma sugli scritti politici di Mazzini, vuole combattere. Nel 1848 è volontario per la prima volta, il 12 gennaio è a Palermo contro le truppe borboniche. I tre fratelli Torrearsa – a cui nel lontano 1934 ha dedicato uno studio Francesco De Stefano – sono fra i più importanti protagonisti di quella rivoluzione, Enrico fa parte del Comitato di guerra e marina. Decide di marciare sulla sua città ancora titubante, di andare a Trapani. Gli bastano poche ore per organizzare un vittorioso assalto al presidio regio.
Molto più impegnativo è far funzionare un comitato cittadino, reclutare i volontari, tenere a bada quanti vedono nella rivoluzione l’occasione giusta per rapide carriere. Lui è un uomo d’azione, ma non è avventato. Esige correttezza e disciplina, i suoi battaglioni saranno sempre un modello di efficienza. Ed è un idealista, sfortunato quanto basta. Viene catturato nelle acque di Corfù nel luglio di quell’anno, assieme ad altri siciliani sopravvissuti alla sconfitta subita in Calabria, dove su mandato del Parlamento di Palermo si erano recati per aiutare la rivoluzione che si diceva fosse anche lì scoppiata. E’ subito rinchiuso nel carcere napoletano di Sant’Elmo. Nel dicembre del ’49 Ferdinando II gli concede la grazia, a condizione che non viva nel Regno. Arriva a Genova il giorno di Natale, entra a far parte della colonia di circa 1.500 esuli che da ogni parte d’Italia si sono rifugiati in quella città. Divide un piccolo appartamento col fratello Vincenzo, frequenta corsi di tattica e artiglieria. Scarta la Toscana che giudica arretrata e reazionaria al pari della Sicilia, si trasferisce a Nizza e poi a Torino. Non ha più fiducia nella rivoluzione, il futuro di quella che chiama la sua “patria” non smette mai di preoccuparlo. Enrico Fardella è un autonomista atipico, non si appella a particolarità e privilegi. Solo, giudicando la Sicilia meno evoluta delle altre regioni, vorrebbe che si andasse cauti. Ma il mondo non si ferma alla Sicilia. La guerra dichiarata da Francia e Inghilterra contro l’ espansionismo russo ai danni della Turchia è una guerra contro il dispotismo: anche se non fa parte di alcun esercito, un soldato come Enrico Fardella non può restare a guardare. Con lunghe trattative ottiene il riconoscimento del suo grado di colonnello dal governo inglese, fa debiti per procurarsi il denaro necessario per il viaggio e si imbarca per l’ Oriente. L’ 8 giugno del 1855 la polizia borbonica lo segnala a Malta, il 6 luglio lui stesso scrive da Costantinopoli. Gli viene affidato il comando di un reggimento della cavalleria ottomana, in ottobre lo troviamo in Crimea che partecipa alla leggendaria Battaglia di Balaclava. Accumula imprese ma non prova mai a ricavarne un qualche vantaggio personale, spesso è alle prese con pressanti problemi economici. La notizia dell’ impresa di Garibaldi lo sorprende a Londra, dove ha avviato un’ attività commerciale. Ritorna precipitosamente in Italia, si imbarca a Genova coi 60 volontari guidati da un altro siciliano, Carmelo Agnetta, che corrono a dare man forte. Si dirigono a Ustica, dove però non trovano ad attenderli il battello che doveva trasmettere gli ordini del generale. Vanno allora verso Trapani, ma la città è ancora presidiata dalle truppe borboniche. Decidono di sbarcare a Marsala, di rifare il cammino dei Mille verso Palermo. Una volta sbarcati, per la seconda volta nella vita Enrico Fardella marcia su Trapani per liberarla. Stavolta la occupa senza incontrare alcuna resistenza, senza combattere: a dissolvere ogni resistenza è bastata la notizia che a Palermo le truppe regie si sono arrese. Lui, invece, i borbonici continua a inseguirli. Lo troviamo sul Volturno, col suo reggimento ordinato e perfettamente armato che tiene una postazione importante come la ferrovia. Respinge numerosi assalti, viene promosso sul campo comandante di brigata. Ma una volta finite le battaglie è ancora più difficile continuare a vincere. è subito deluso dai modi in cui avviene l’ annessione, profondamente ferito dalla dissoluzione dell’ esercito garibaldino. Torna a Londra da dove s’imbarca per l’America, nell’agosto del 1861 è a New York. La guerra di secessione è scoppiata da un mese, Enrico Fardella è tra i primi volontari di Lincoln. Organizza un corpo di fanteria, in poche settimane il suo “reggimento Fardella” conta 1040 volontari ed è ammesso nei quadri dell’ esercito unionista col numero 101, assegnato all’armata del Potomac. Nel marzo del 1862 parte per il fronte. Il “reggimento Fardella” fa parte della divisione del discusso generale McClellan, poi destituito da Lincoln. Ed è per protesta contro gli ordini di McClellan, che ha ordinato la ritirata delle forze dell’ Unione concentrate ad Harrison’s Landing, che Enrico Fardella si dimette e torna a New York. La guerra sembra perduta e lui trova la città impaurita, si spara per le strade. Non è uomo da restare a guardare. Raccoglie un altro reggimento, l’85° Volontari di New York, e torna al fronte. Nella primavera del 1864 i 450 “Volontari di New York” sono a Plymouth, a loro è affidata una delle tre zone in cui si divide la linea difensiva. A proteggere Plymouth sono 1.100 uomini, che dal 17 al 20 aprile si ritrovano al centro di un inferno di fuoco che somiglia tanto ad un agguato: reggimenti veterani, cavalleria, batterie campali che in simultanea avanzano da ogni direzione, decisi a distruggere ogni difesa. La sproporzione fra i due eserciti è insostenibile, la resistenza è disperata, ma i sudisti hanno perdite 6 volte superiori agli assediati. Enrico Fardella è fra i superstiti internati ad Andersonville, torna libero il 3 agosto in seguito ad uno scambio di prigionieri. Nella primavera del ’65 viene promosso generale da Lincoln mentre è di nuovo al fronte, a Portsmouth. La guerra di secessione finisce nel maggio di quello stesso anno, il generale Fardella resta in America sino al maggio 1872. Lavora nel commercio, ha molte difficoltà economiche. Quando torna a Trapani, grazie al prestigio della famiglia e alla sua popolarità viene eletto sindaco. è un amministratore accorto: pensa a portare il bilancio in pareggio, a costruire un nuovo mercato, bonificare i terreni e aumentare il volume dell’ acqua potabile. Non aspetta la scadenza del suo mandato, è un moderato e si dimette nel 1876 dopo la caduta della Destra Storica. Sino a quando muore nel luglio del 1892, non si trovano più tracce di un suo ruolo pubblico. Ma forse le ultime imprese del generale Fardella sono ancora tutte da scoprire e raccontare.

L’articolo originale su Repubblica del 23 febbraio 2006 (link). Non c’é stato bisogno di cambiare neanche una virgola.

NY Times del 23 settembre 1952 - Il sindaco di NY Vincent Impellitteri riceve il busto di Enrico Fardella dall'onorevole Alliata, principe di Montereale

NY Times del 23 settembre 1952 – Il sindaco di New York Vincent Impellitteri riceve il busto di Enrico Fardella dall’onorevole Alliata, principe di Montereale

SALEMI CAPITALE

Domanda a bruciapelo: quale é stata la prima capitale d’Italia? Torino, facile no? Almeno a giudicare dai dati del sondaggio visibile fino a pochi minuti fa su questa pagina. In fine dei conti anche la maggioranza della popolazione italiana sembra pensarla cosí. Eppure non é la risposta esatta.

Bisogna tornare indietro al 1860 per scoprire la veritá.

L'Italia prima dell'Unitá

L’Italia preunitaria

L’Italia é divisa in tanti staterelli, ma un sentimento nazionale si é fatto strada negli ultimi decenni grazie a Giuseppe Mazzini, Carlo Pisacane, Silvio Pellico e tanti altri. E’ il cosidetto Risorgimento.

Per aiutare la popolazione siciliana a liberarsi dall’oppressore borbonico, Giuseppe Garibaldi parte da Quarto al comando di un contingente di mille uomini, i Garibaldini, e l’11 maggio 1860 sbarca a Marsala, dando il via all’invasione del Regno delle Due Sicilie.

La scelta cade su Marsala, perché qui gli inglesi hanno spostato parte della propria flotta col pretesto di difendere gli stabilimenti di vino Marsala di cui sono ghiotti, e la scelta si rivela azzeccata perché i borbonici non sparano sui garibaldini per non rischiare di colpire le navi di Sua Maestá. Ma questa é un’altra storia…

A Marsala comunque non ci sono truppe di terra cosí Garibaldi sbarca indisturbato tra indifferenza dei marsalesi. Siamo stati accolti su per giù come si accolgono i cani in chiesa, dirá il garibaldino Giuseppe Bandi. Ma poteva andare peggio…

Da Marsala le truppe garibaldine, a cui ben presto si uniscono circa cinquecento volontari locali, i picciotti, si dirigono a Salemi. L’unica eccezione é costituita da Enrico Fardella che si dirige verso Trapani, la sua cittá natale, ma pure questa é un’altra storia e ne parleremo presto…

Ritorniamo a Garibaldi e i suoi picciotti che il 14 maggio arrivano a Salemi. Qui Garibaldi proclama la Dittatura ed emette i primi atti ufficiali del nuovo governo.
Decreto Garibaldi
Nel decreto Vittorio Emanuele non é piú Re di Sardegna, ma Re d’Italia, una Italia che ancora deve essere conquistata, ma che adesso ha un Re, ha un suo esercito nazionale, e ha una capitale, Salemi, da cui governare i territori appena conquistati. L’Italia adesso ha anche una bandiera, quella tricolore é ovvio, che la sera del 14 maggio sventola sulla torre del castello normanno di Salemi. E’ nata l’Italia!

Salemi capitaleLa gioia di Salemi capitale é immensa, ma di breve durata. Il titolo di capitale del Regno dura soltanto un giorno. Il giorno dopo i garibaldini infatti si dirigono a Calatafimi dove si scontrano col grosso dell’esercito borbonico, numericamente preponderante. Qualcuno insinua che l’arrendevolezza dei borbonici é “aiutata” da cospicue mazzette. Sia come sia, i garibaldini vincono e hanno campo libero fino a Palermo per poi muoversi verso nuove avventure alla conquista di tutta l’Italia del Sud. Ma nel frattempo Salemi é tornata ad essere la tranquilla cittá di provincia che era prima. A ricordare l’evento di cui é stata protagonista la cittá, resta il nome della piazza principale che da allora si chiamerá Piazza Dittatura.

Questa é la storia. Di cosa successe a Trapani in quel periodo ne parleremo un’altra volta, ma ricordate, d’ora in poi, se vi chiedono quale é stata la prima capitale d’Italia, saprete cosa rispondere.

Ma non é finita qui. evidentemente Salemi ha la vocazione della capitale ed infatti il 31 agosto 2008, é diventata la capitale provvisoria del Tibet a seguito di una iniziativa di Vittorio Sgarbi e Oliviero Toscani, allora rispettivamente sindaco della cittá, e assessore alla creativitá e ai diritti umani.

Sgarbi issa la bandiera tibetana sul palazzo comunale

Sgarbi issa la bandiera tibetana sul palazzo comunale