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LEGGENDARI SPADACCINI TRAPANESI – TURILLO DI SAN MALATO

Toulouse- Lautrec e le atmosfere seducenti e decadenti della Parigi di fine '800

Toulouse- Lautrec e le atmosfere seducenti e decadenti della Parigi di fine ‘800

Parigi, fine ‘800. E’ in questo periodo che si diffondono comodità fino ad allora sconosciute: la radio, l’automobile, l’illuminazione elettrica. Le condizioni di vita migliorano, molte malattie vengono debellate e i parigini scoprono il piacere di una vita spensierata. Il volto della città cambia per sempre. Viene costruita la Tour Eiffel, la gente riempie i teatri, i cinema e i café-chantants. Scompaiono busti e colletti alti. Le donne vanno in giro in tailleur, che ne esaltano il vitino da vespa, e indossano coloratissimi cappelli piumati. E’ la Belle Époque, e nonostante la vita gaudente, o forse proprio per questo, non mancano i duelli e i romantici spadaccini. Volete sapere che ci fa un trapanese in tutto questo?

Partiamo dall’inizio quando nell’aprile 1838 da una famiglia dell’alta borghesia trapanese nasce Salvatore Malato. Il padre Sebastiano è viceconsole, ovvero cura infatti gli interessi svedesi e norvegesi in Sicilia, lo zio Francesco, ricchissimo, quelli della Francia, l’omonimo nonno, oltre ad essere il principale esportatore di corallo, quelli della Nazione Britannica. Il piccolo, che trascorre gli anni dell’infanzia senza preoccupazioni economiche, ne combina di tutti i colori tanto che lo chiamano Turillo, il Castigo di Dio. Crescendo non mette la testa a posto, è irrequieto, ha un carattere sanguigno, attaccabrighe diremmo oggi, e sviluppa presto una vera e propria passione per le armi bianche.

A quei tempi l’offesa ed il mancato rispetto finiscono quasi inevitabilmente con un duello all’arma bianca. Il luogo di queste partite d’onore è la zona delle saline lontano da occhi indiscreti e la polizia borbonica ha il suo da fare per tenere a bada questo “riprorevolissimo imbecille giovinastro”. Finisce pure in carcere per uno scandalo legato alla vicenda amorosa con la cantante Adalgisa Molinari. L’eco dello scandalo arriva anche a Napoli, anzi, nella circostanza, è proprio Turillo a scrivere al sovrano Ferdinando II, ma questa è un’altra storia e per i dettagli rimandiamo il lettore curioso agli studi di Salvatore Accardi.

Garibaldi ad Aspromonte - Giovanni Fattori 1862

Garibaldi ad Aspromonte – Giovanni Fattori 1862

Noi proseguiamo perché Turillo è il tipo attorno a cui fioccano le leggende, e se di molti episodi non conosciamo l’autenticità, uno ha un testimone, anzi un protagonista, d’eccezione. Turillo è infatti un veemente garibaldino, a Trapani ha fondato anche il giornale risorgimentale “Caprera” e nel 1862 si trova in Aspromonte quando Garibaldi viene ferito. Ricordate “Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba…” ? In quella circostanza a sorreggerlo è proprio lui. A parte i tanti testimoni oculari, è lo stesso Eroe dei due Mondi che in una lettera a Turillo scrive:

Voi non siete mai uscito dalla mia memoria, né dal mio affetto… I fratelli vostri vi stimano come uno dei prodi, su cui l’Italia nutre le sue speranze… Sarei infelice di mancare dei miei fidi, dove contate nelle prime file… Ricordo che in Aspromonte, quando fui ferito, voi foste il primo sul quale mi appoggiai…

turillo

Turillo di San Malato in pedana

Pur non rinunciando mai al duello di strada, col tempo l’attenzione di Turillo si sposta verso la pedana. In città dà vita alla prima scuola di scherma, presto frequentata dai rampolli della Trapani bene, primo tra tutti suo figlio, avuto da Francesca Staiti, e chiamato, chissà per quale motivo, Athos. La sala d’armi è in un appartamento di Piazza del Teatro, ora Piazza Scarlatti. Poi viene spostata in via San Francesco d’Assisi e successivamente in via Cortina, l’attuale via Nunzio Nasi.

La sua scherma non si inquadra in nessuno stile fino ad allora conosciuto. Lo stile di Turillo di San Malato unisce aggressività e irruenza a un grande rispetto per l’avversario e alla massima correttezza in pedana. Noi non siamo in grado di esprimere un parere tecnico. Jacopo Gelli, forse il più grande storico italiano della scherma, fa piazza pulita di alcuni sommari giudizi che descrivono Turillo al pari di un saltimbanco della pedana.

A un certo punto siccome i duelli trapanesi non gli bastano più si trasferisce a Parigi, dove ci sono nuovi avversari da sconfiggere e  nuove dame da conquistare. Il suo amore per la città è ricambiato e i giornali dell’epoca si affezionano all’esuberante schermidore.

Turillo di San Malato. Un giornale del 1881 lo descrive cosí: C’est un homme d’une quarantaine d’années. Figure sympathique. Taille ordinaire. Moustaches longues. Un tempérament de fer et des muscles d’acier

Turillo di San Malato. Un giornale del 1881 lo descrive cosí: C’est un homme d’une quarantaine d’années. Figure sympathique. Taille ordinaire. Moustaches longues. Un tempérament de fer et des muscles d’acier

Tra i duelli parigini raccontiamo uno dei più famosi, col celebre maestro d’armi Charles Pons. Il francese vuole sfidarlo perché è infastidito dalle urla in pedana che seguivano ad ogni assalto del trapanese. La sfida tra le due principali scuole schermistiche dell’epoca, quella francese e quella italiana, ha quasi del surreale con Turillo che si inginocchia e rimane fermo in quella posizione ad attendere l’attacco dell’avversario per ben due minuti, pronto al contrattacco, chiamato, come lui, il castigo di Dio. Il prudente Pons però non cade nella trappola e alla fine ferisce leggermente Turillo ad una mano. Quest’ultimo, per dimostrare al pubblico che l’avversario gli aveva fatto solo un graffietto, il giorno successivo vuole tirare di nuovo di scherma. Il deputato Paul de Cassagnac, padrino di Pons e direttore del Pays, gli scrive per farlo desistere:

Je savais que vous étiez un homme de coer. Je vous ai admiré sur le terrain. Je n’ai jamais vu une épée plus intrépide et une tète plus vaillante et j’en ai vu pas mal dans ma vie. Laissez passer quelques jours avant de tirer en public; c’est une question de convenance vis-à-vis de l’opinion. Il n’y a aucune fìerté à sembler moins blessé qu’on l’a dit et qu’on l’a été.

Scusateci se abbiamo lasciato i dialoghi in francese. E’ la lingua della scherma e poi non dimentichiamo che siamo in piena Belle Époque. Non sappiamo se condividere il giudizio di Martino Cafiero, “E’ il più bel tipo che sia mai uscito dalla inesauribile e portentosa Sicilia”. Di sicuro Turillo di San Malato è stato un personaggio d’eccezione, ma altrettanto sicuramente possiamo dire che non è stato il più grande schermidore che la città di Trapani abbia mai avuto…

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L’EROE DEI TRE MONDI

Enrico Fardella occupa un posto d’onore fra quei siciliani dimenticati nella loro terra e ricordati altrove: un suo busto in bronzo si trova al Museo civico di New York, donato nel 1952 dalla Associazione italo-americana di Sicilia al popolo d’America, bandiere a lui dedicate sfidano dignitose l’oblio. Com’è che un siciliano di Trapani, il più giovane di tre fratelli che sono il contrario dello stereotipo gattopardesco dell’aristocratico troppo furbo per credere in qualcosa, sia finito in un museo di New York è una storia che vale la pena raccontare. Enrico Fardella nasce nella nobile famiglia dei Torrearsa nel 1821, fa studi irregolari. Ma quando mai s’è visto un vero eroe romantico che pensa a diventare ingegnere o avvocato prima di lottare per la libertà? Lui legge autori proibiti come Foscolo e Alfieri, si infiamma sugli scritti politici di Mazzini, vuole combattere. Nel 1848 è volontario per la prima volta, il 12 gennaio è a Palermo contro le truppe borboniche. I tre fratelli Torrearsa – a cui nel lontano 1934 ha dedicato uno studio Francesco De Stefano – sono fra i più importanti protagonisti di quella rivoluzione, Enrico fa parte del Comitato di guerra e marina. Decide di marciare sulla sua città ancora titubante, di andare a Trapani. Gli bastano poche ore per organizzare un vittorioso assalto al presidio regio.
Molto più impegnativo è far funzionare un comitato cittadino, reclutare i volontari, tenere a bada quanti vedono nella rivoluzione l’occasione giusta per rapide carriere. Lui è un uomo d’azione, ma non è avventato. Esige correttezza e disciplina, i suoi battaglioni saranno sempre un modello di efficienza. Ed è un idealista, sfortunato quanto basta. Viene catturato nelle acque di Corfù nel luglio di quell’anno, assieme ad altri siciliani sopravvissuti alla sconfitta subita in Calabria, dove su mandato del Parlamento di Palermo si erano recati per aiutare la rivoluzione che si diceva fosse anche lì scoppiata. E’ subito rinchiuso nel carcere napoletano di Sant’Elmo. Nel dicembre del ’49 Ferdinando II gli concede la grazia, a condizione che non viva nel Regno. Arriva a Genova il giorno di Natale, entra a far parte della colonia di circa 1.500 esuli che da ogni parte d’Italia si sono rifugiati in quella città. Divide un piccolo appartamento col fratello Vincenzo, frequenta corsi di tattica e artiglieria. Scarta la Toscana che giudica arretrata e reazionaria al pari della Sicilia, si trasferisce a Nizza e poi a Torino. Non ha più fiducia nella rivoluzione, il futuro di quella che chiama la sua “patria” non smette mai di preoccuparlo. Enrico Fardella è un autonomista atipico, non si appella a particolarità e privilegi. Solo, giudicando la Sicilia meno evoluta delle altre regioni, vorrebbe che si andasse cauti. Ma il mondo non si ferma alla Sicilia. La guerra dichiarata da Francia e Inghilterra contro l’ espansionismo russo ai danni della Turchia è una guerra contro il dispotismo: anche se non fa parte di alcun esercito, un soldato come Enrico Fardella non può restare a guardare. Con lunghe trattative ottiene il riconoscimento del suo grado di colonnello dal governo inglese, fa debiti per procurarsi il denaro necessario per il viaggio e si imbarca per l’ Oriente. L’ 8 giugno del 1855 la polizia borbonica lo segnala a Malta, il 6 luglio lui stesso scrive da Costantinopoli. Gli viene affidato il comando di un reggimento della cavalleria ottomana, in ottobre lo troviamo in Crimea che partecipa alla leggendaria Battaglia di Balaclava. Accumula imprese ma non prova mai a ricavarne un qualche vantaggio personale, spesso è alle prese con pressanti problemi economici. La notizia dell’ impresa di Garibaldi lo sorprende a Londra, dove ha avviato un’ attività commerciale. Ritorna precipitosamente in Italia, si imbarca a Genova coi 60 volontari guidati da un altro siciliano, Carmelo Agnetta, che corrono a dare man forte. Si dirigono a Ustica, dove però non trovano ad attenderli il battello che doveva trasmettere gli ordini del generale. Vanno allora verso Trapani, ma la città è ancora presidiata dalle truppe borboniche. Decidono di sbarcare a Marsala, di rifare il cammino dei Mille verso Palermo. Una volta sbarcati, per la seconda volta nella vita Enrico Fardella marcia su Trapani per liberarla. Stavolta la occupa senza incontrare alcuna resistenza, senza combattere: a dissolvere ogni resistenza è bastata la notizia che a Palermo le truppe regie si sono arrese. Lui, invece, i borbonici continua a inseguirli. Lo troviamo sul Volturno, col suo reggimento ordinato e perfettamente armato che tiene una postazione importante come la ferrovia. Respinge numerosi assalti, viene promosso sul campo comandante di brigata. Ma una volta finite le battaglie è ancora più difficile continuare a vincere. è subito deluso dai modi in cui avviene l’ annessione, profondamente ferito dalla dissoluzione dell’ esercito garibaldino. Torna a Londra da dove s’imbarca per l’America, nell’agosto del 1861 è a New York. La guerra di secessione è scoppiata da un mese, Enrico Fardella è tra i primi volontari di Lincoln. Organizza un corpo di fanteria, in poche settimane il suo “reggimento Fardella” conta 1040 volontari ed è ammesso nei quadri dell’ esercito unionista col numero 101, assegnato all’armata del Potomac. Nel marzo del 1862 parte per il fronte. Il “reggimento Fardella” fa parte della divisione del discusso generale McClellan, poi destituito da Lincoln. Ed è per protesta contro gli ordini di McClellan, che ha ordinato la ritirata delle forze dell’ Unione concentrate ad Harrison’s Landing, che Enrico Fardella si dimette e torna a New York. La guerra sembra perduta e lui trova la città impaurita, si spara per le strade. Non è uomo da restare a guardare. Raccoglie un altro reggimento, l’85° Volontari di New York, e torna al fronte. Nella primavera del 1864 i 450 “Volontari di New York” sono a Plymouth, a loro è affidata una delle tre zone in cui si divide la linea difensiva. A proteggere Plymouth sono 1.100 uomini, che dal 17 al 20 aprile si ritrovano al centro di un inferno di fuoco che somiglia tanto ad un agguato: reggimenti veterani, cavalleria, batterie campali che in simultanea avanzano da ogni direzione, decisi a distruggere ogni difesa. La sproporzione fra i due eserciti è insostenibile, la resistenza è disperata, ma i sudisti hanno perdite 6 volte superiori agli assediati. Enrico Fardella è fra i superstiti internati ad Andersonville, torna libero il 3 agosto in seguito ad uno scambio di prigionieri. Nella primavera del ’65 viene promosso generale da Lincoln mentre è di nuovo al fronte, a Portsmouth. La guerra di secessione finisce nel maggio di quello stesso anno, il generale Fardella resta in America sino al maggio 1872. Lavora nel commercio, ha molte difficoltà economiche. Quando torna a Trapani, grazie al prestigio della famiglia e alla sua popolarità viene eletto sindaco. è un amministratore accorto: pensa a portare il bilancio in pareggio, a costruire un nuovo mercato, bonificare i terreni e aumentare il volume dell’ acqua potabile. Non aspetta la scadenza del suo mandato, è un moderato e si dimette nel 1876 dopo la caduta della Destra Storica. Sino a quando muore nel luglio del 1892, non si trovano più tracce di un suo ruolo pubblico. Ma forse le ultime imprese del generale Fardella sono ancora tutte da scoprire e raccontare.

L’articolo originale su Repubblica del 23 febbraio 2006 (link). Non c’é stato bisogno di cambiare neanche una virgola.

NY Times del 23 settembre 1952 - Il sindaco di NY Vincent Impellitteri riceve il busto di Enrico Fardella dall'onorevole Alliata, principe di Montereale

NY Times del 23 settembre 1952 – Il sindaco di New York Vincent Impellitteri riceve il busto di Enrico Fardella dall’onorevole Alliata, principe di Montereale

UN TESORO DA SPIGNARE

Spignare??? E che vuol dire? Un po’ di pazienza…

La malvagità degli ebrei era a Trapani da tutti conosciuta ed era opinione comune che nel corso dei secoli avessero rapinato e rubato agli onesti cittadini trapanesi oro, argenti, gioielli, coralli e quant’altro c’era di rubabile. La voce del popolo diceva anche che in secoli e secoli di scelleratezze essi avessero accumulato indicibili ricchezze che per avidità non mostravano a nessuno.

La Giudecca

Il palazzo della Giudecca

Essi si riunivano nel quartiere della Giudecca, al cui centro fecero costruire il palazzo della Giudecca, splendido esempio di architettura plateresca, che divenne la loro rappresentanza e il centro degli affari. Forse nello stesso palazzo sorgeva anche la sinagoga.

Comunque i tempi cambiarono e con la cacciata degli ebrei da Trapani ad opera di Ferdinando II (Editto di Granada, 1492), essi furono costretti a lasciare frettolosamente le loro abitazioni.

Tutti i loro averi furono confiscati, ma da subito si vociferò che siano riusciti con una serie di stratagemmi noti soltanto a loro, a mettere al sicuro la parte più rilevante delle loro ricchezze. Da allora molti hanno cercato di mettere le mani sul favoloso tesoro. Tuttavia nessuno ci è mai riuscito perchè il tesoro è protetto da un rituale magico e dagli spiriti delle anime uccise dai malvagi ebrei.

Per accaparrarsi il leggendario tesoro bisogna allora ricorrere alla spignatura, ovvero bisogna togliere l’incantesimo. Ma non è facile. La spignatura è una operazione al limite dell’impossibile, nessuno sa esattamente in cosa consiste. Di sicuro ne fanno parte espedienti molto difficili e atroci, come ad esempio l’uccisione di un innocente, la recita di formule complicatissime (e guai a sbagliare una sillaba o il tempo di una parola!), bere sangue o mangiare il cuore di un animale appena ucciso, o mettersi in bocca un serpente con una chiave senza invocare l’aiuto dei santi e cose simili, da effettuare tutte rigorosamente nudi e in momenti particolari della giornata o dell’anno. Non so se qualcuno sia mai riuscito a spignare uno dei tesori di Trapani, di sicuro chi c’è riuscito non lo va a dire in giro.

Se volete cimentarvi nella caccia al tesoro sotto c’è la mappa, non ho molte altre informazioni, ma attenzione, massima prudenza, considerate che potreste anche finire vittime di uno spignatore di tesori… Buona fortuna!

La Giudecca – 38°0’56″N 12°30’50″E

La Giudecca – 38°0’56″N 12°30’50″E

Note:
– la parola spignatura deriva da pegno. Spignare significa quindi togliere il pegno e in senso lato togliere l’incantesimo
– l’architettura plateresca è uno stile architettonico decorativo derivante dal gotico fiorito e dal rinascimento italiano con elementi di ispirazione araba
– esistono molti tesori da spignare in Sicilia. A Trapani ne esistono almeno altri due, uno vicino la chiesa di San Liberale e l’altro nei pressi di una grotta di San Cusumano, ma questi andateli a cercare da soli.