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LA FURBIZIA DI PIETRO POCCHIA

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I pescherecci a motore di oggi, molto più confortevoli delle barche ai tempi di Pietro Pocchia

Nei tempi antichi le barche andavano a vela, e quando non c’era vento, mettersi ai remi era l’unico modo per evitare di restare fermi in mezzo al mare. Lo sapeva fin troppo bene un certo Pietro Pocchia, imbarcato su un peschereccio, che però non si rassegnava al massacrante compito. Un giorno ebbe un’idea.

Nella via di ritorno da Favignana a Trapani, quando era il suo turno di andare ai remi, si assentò per evacuare. Nessun problema, sono cose che succedono, e quindi, come si usa ancora oggi, si appartò a poppa e si sporse con le chiappe fuori bordo per far cadere i bisogni in mare.

I compagni ne aspettavano il ritorno. Sentivano ogni tanto un blup, tipico suono di qualcosa che cade in acqua, ma lui non tornava. Poi dopo un po’ un altro blup. Ancora qualche minuto e poi ancora blup… Alla fine Pietro Pocchia ritornò quando la barca era già in porto. I bisogni fisiologici però c’entravano ben poco. Prima di partire, infatti, aveva fatto scorta di sassolini, da lasciar cadere in acqua di tanto in tanto lontano da occhi indiscreti.

Da allora la cacata di Pietro Pocchia, che durò da Favignana a Trapani, è usata quando qualcuno finge sfacciatamente di fare qualcosa, o la sta facendo con esasperante lentezza. Per la cronaca, non sappiamo la reazione dei compagni di Pietro Pocchia una volta scoperto l’inganno…

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TRA LE ALPI E LE PIRAMIDI – SECONDA PARTE

PRIMA PARTE

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Jacques-Louis David: Napoleone

Torniamo a quel 4 giugno 1798. I favignanesi, sospettosi e preoccupati, mandano un messaggio al Senato di Trapani, ma prima di ricevere le direttive sul comportamento da tenere, una lancia, il cui comandante è incaricato dal generale Bonaparte in persona di cercare delle provviste, approda nell’isola. Nicolò Burgio, cronista dell’epoca, racconta che chiede della verdura e dopo averla ottenuta, se ne torna tranquillamente a bordo. I favignanesi non possono certo contravvenire ai più elementari doveri di ospitalità…

I francesi così si allontanano verso Malta, che a differenza di Favignana, rifiuta di aiutarli. Napoleone non è contento. Dopo un bombardamento, ordina l’invasione, e superato questo contrattempo, ordina ai suoi, fino ad allora ignari della destinazione finale del viaggio, di proseguire per l’Egitto.

Parte delle navi della flotta francese però ricompare a Trapani il 14 giugno. E’ sempre Nicolò Burgio a raccontarlo. Questa volta le navi, una decina, entrano in porto, ne scendono ufficiali e soldati semplici, alcuni pure armati, e vanno in giro per la città per il solito rifornimento. Aiutati anche dal vino locale, cominciano a turbare l’ordine pubblico, girando ubriachi, buttandosi a mare e venendo a più riprese alle mani con gruppi di trapanesi, che non si fanno pregare per attaccare briga. Comincia pure a girare la fake news che i francesi fossero venuti per invadere la città.

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La circolare del 2 luglio 1798 di Ferdinando di Borbone

Le prime zuffe sono in Via Biscottai, poi si spostano in Piazza Iolanda. Le notizie corrono veloci da arrivare fino al Passo ladri da cui partono dei rinforzi per dare man forte contro gli invasori.

Va a finire che, a distanza di cinquecento anni dai Vespri Siciliani (link), ricomincia la caccia al francese e alla fine è forse una fortuna che sono solo tre a lasciarci la pelle. Il comandante francese, proibisce ai suoi di sbarcare armati e accelera il carico di vettovaglie in modo da ripartire subito dopo.

Così la città ritorna alla routine quotidiana. La reazione del re di Sicilia Ferdinando è stizzita. Per evitare il ripetersi degli spiacevoli incidenti, emette una circolare per proibire lo sbarco a terra di truppe armate, e introduce una serie di limitazioni per quelle disarmate. Ignoriamo invece la reazione di Napoleone agli incresciosi fatti. Forse neanche lui l’ha presa bene, o forse si, pensando che in fin dei conti, per tutte le provviste i francesi non hanno tirato fuori neanche un tarì e alla il conto sarà saldato dai cittadini trapanesi… 

TRA LE ALPI E LE PIRAMIDI – PRIMA PARTE

Calorosi e infreddoliti lettori, cominciamo il nuovo anno con un articolo a tema storico.

Il 4 giugno del 1798 delle imbarcazioni sconosciute si avvicinano a Favignana. Sono tante, almeno sessanta, e non si capisce da dove vengano. La sorpresa lascia subito spazio alla preoccupazione: è l’invasione di una armata straniera o sono corsari?

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Pierre Martinet – L’imbarco dell’armata d’Egitto a Tolone

Come al solito facciamo un passo indietro. Ricordiamo che siamo nel 1798. Circa dieci anni prima la Rivoluzione Francese aveva dato il via a una serie di guerre in Europa col risultato che i francesi avevano conquistato praticamente tutta l’Europa continentale. L’unica potenza che ancora resiste è la Gran Bretagna, e per sconfiggerla i francesi si affidano a colui che era stato il principale protagonista della campagna d’Italia, Napoleone Bonaparte. Inizialmente si pensa a una invasione diretta, ma siccome la Royal Navy è ancora molto forte, nella testa del non ancora trentenne Bonaparte si fa strada l’idea di invadere l’Egitto, colonia inglese, strategicamente importantissima in quanto da lì passano tutte le comunicazioni tra Inghilterra e India, colonia inglese anch’essa. Bloccare i commerci con l’India avrebbe messo in ginocchio la Gran Bretagna, forse per sempre.

Il 9 maggio l’armata è pronta. Al molo di Tolone 16.000 marinai e 38.000 soldati sono pronti a imbarcarsi su 60 navi da guerra e 280 navi da trasporto. C’è ovviamente anche Napoleone e il suo carisma è tale che ai suoi non ha bisogno nemmeno di rivelare dove sono diretti. E’ sufficiente dire che si va a combattere in terra nemica e tanto basta. Così il 19 maggio, dopo un rinvio di qualche giorno a causa del maltempo, finalmente si salpa in direzione sud.

SECONDA PARTE

MINCHIA DI RE

Minchia di re è un romanzo dello scrittore e giornalista trapanese Giacomo Pilati, che prende il nome dalla viola, conosciuta anche col nome di minchia di re, pesce ermafrodita che nasce femmina, e dopo aver deposto le uova, diventa maschio. La protagonista del libro, ambientato in una isola della Sicilia al tempo dello sbarco di Garibaldi, è Pina, figlia del sovrintendente della cava di tufo dell’isola. Così come la viola è diversa dagli altri pesci, anche l’identità sessuale di Pina non è la stessa delle sue coetanee. Pina è una donna, ma si innamora, ricambiata, di un’altra donna, cosa assolutamente inconcepibile agli occhi del violento e tirannico padre. E nulla può la madre, succube e combattuta tra l’amore per la figlia e l’onore della famiglia.

Non vi diciamo come va a finire, ma vi consigliamo di leggerlo. A noi è piaciuto il personaggio di Pina, il suo carattere e la sua condizione senza speranza. Il linguaggio, un po’ troppo pesante ed articolato richiede un notevole sforzo per sospendere l’incredulità, ma rende il libro adatto al grande pubblico.

Anche se Pilati fa di tutto per evitare riferimenti evidenti, l’isola si identifica facilmente con Favignana, dove la voce di popolo sostiene che Pina sia esistita veramente. E’ proprio da questa voce che Pilati ha preso spunto. Non esiste però nessuna conferma al riguardo.

Al libro sono ispirati anche il film Viola di mare, dove la protagonista è interpretata da Valeria Solarino, e lo spettacolo teatrale portato in scena da Isabella Carloni, di cui consigliamo la visione.

MAUMETTUMILIA – III

Alla corte dell’emiro

Maumettumilia – I

Maumettuilia – II

I Valli di Sicilia

I Valli di Sicilia

Gli arabi divisero il territorio in tre parti, chiamate valli (da wālī, ‘governatorati’): il Val Demone a nord-est, corrispondente pressappoco all’attuale provincia di Messina e parte della provincia di Catania, il Val di Noto a sud-est, che comprendeva la rimanente parte della provincia di Catania e quelle di Siracusa, Ragusa, Enna e Caltanissetta, e il Vallo di Mazara, a ovest, il cui territorio si estendeva dalla Sicilia centrale fino a Trapani, e dove si trovava la capitale Balarm, cioé Palermo.

La residenza del governatore, e successivamente dell’emiro, era l’attuale Palazzo dei Normanni, fatto costruire all’interno della cittadella fortificata, al Qasr, da cui deriva il nome Cassero. Da lì comandava l’esercito, batteva moneta, e faceva tutte le cose che normalmente fa un capo di stato, oltre che presiedere le preghiere pubbliche e altre incombenze legate alla religione.

A Palermo si trovava la zecca di stato. Abbastanza curiosamente le monete con iscrizioni in arabo continuarono ad essere coniate anche sotto la dominazione normanna

A Palermo si trovava la zecca di stato. Le monete con iscrizioni in arabo continuarono ad essere coniate anche durante la dominazione normanna

I valli erano governati dagli alcaldi. I distretti più piccoli, chiamati iklim, erano amministrati dai giund, corpi militari formati da soldati che una volta finita la guerra diventavano agricoltori.

I cadì amministravano la giustizia nelle città maggiori, gli hakīm in quelle più piccole. L’emiro poteva convocare un tribunale straordinario, il maẓālim, presieduto da se stesso e composto da cadì, hakīm, giuristi, segretari, testimoni e guardie.

I mohtaseb erano incaricati del governo urbano, che comprendeva l’edilizia e ordine pubblico. La dīwān era l’ufficio che si occupava delle entrate fiscali e mai il fisco, anche se liberale, fu così efficiente!

Gli arabi regolarono il corso dei fiumi, costruirono serbatoi, abolirono la tassa sugli animali addetti a lavorare la terra e introdussero nuove colture come gli agrumi e la palma da datteri. L’agricoltura, che fino ad allora conosceva praticamente solo il grano, ne ebbe un immediato beneficio, in ossequio alla massima del Profeta: “Chi coltiva un albero sarà ricompensato”.

Saia

La saia per irrigare i campi, innovazione introdotta dagli arabi

Ma non solo l’agricoltura. Anche commercio, edilizia, attività scientifiche e letterarie furono incoraggiate e protette.

La Sicilia conobbe un periodo di tolleranza religiosa, come forse non ebbe mai più nella sua storia. Certo, i musulmani erano favoriti rispetto alle altre confessioni, perchè i dhimmi, così si chiamavano i sudditi non musulmani, dovevano pagare la jizya, una tassa per esercitare il culto, che era più onerosa della zakat, riservata ai musulmani. Ma certamente le condizioni dei dhimmi in Sicilia erano di gran lunga migliori di quelle dei non cristiani o dei cristiani eretici nel resto d’Europa. E infatti infatti la parte orientale dell’isola mantenne perlopiù la fede cristiana, mentre in quella occidentale le due comunità erano numericamente equivalenti.

I nomi di alcune località della nostra provincia, pardon, del nostro vallo, durante il periodo arabo furono:

Alcamo, Alqama cioé terra fertile

Calatafimi, Qal’at Fimi, da qal’at, ‘castello’, quindi Castello di Eufemio

Castellammare del Golfo, Al-Madarig cioé la scalinata

Erice, Gebel Al-Hamid, da gebel, ‘monte’, quindi monte di Allah

Favignana, Gazirat al Rahib cioé Isola del monaco

Levanzo, Gazirat al Yabisah cioé Isola arida

Marsala, Marsa Allāh, da marsa, ‘porto’, quindi Porto di Allah

Salemi, Salem, da salam, ‘pace’

E Trapani?

Maumettumilia – IV

COSI’ TENERO CHE SI TAGLIA CON UN GRISSINO

grissinoIl tonno è come il maiale: non si butta via niente. Fresco, surgelato, in scatola o stagionato, sapete quanto ne viene consumato ogni anno in Italia? Ben 140000 tonnellate.
E nel mondo? Diversi milioni di tonnellate.

Incredibile! Ed ancora più incredibile pensare quanto un gesto oggi naturale, come aprire una scatoletta di tonno sott’olio, era impensabile fino alla fine dell’Ottocento.

Fino ad allora infatti il tonno si conservava sotto sale o in salamoia. Ma nel 1874 ad Ignazio Florio venne la rivoluzionaria idea di immergere il pesce nell’olio per evitare il contatto con l’aria e tenere lontano i batteri. Il primo stabilimento a produrre industrialmente le scatolette di tonno fu la Tonnara di Favignana di sua proprietà, come conferma Wikipedia (link).

Ebbene, quando mangiate una scatoletta di tonno pensateci…

Ma poi, sarà vero che il tonno migliore è quello che si taglia con un grissino?

LE GUERRE PUNICHE

Asdrubale Maior e Amilcare Barca

Asdrubale Maior

Asdrubale Maior

Sconfitto Pirro e con lui i greci, per i cartaginesi e i loro alleati trapanesi si preannuncia all’orizzonte un pericolo molto più grave: i Romani che con molta calma e determinazione sono diventati i padroni di tutta l’Italia centale e meridionale. Nel 509 a.c. Roma e Cartagine sottoscrivono un trattato di non aggressione, rinnovato più volte senza sostanziali modifiche, e questo assicura alle due superpotenze una relativa calma che viene usata per sbarazzarsi dei comuni nemici greci. Ma il conflitto è solo rimandato. Nel 264 a.c. i Romani sbarcano in Sicilia chiamati dai alcuni ribelli messinesi autoproclamatisi mamertini, ovvero figli del dio marte. Ma una volta conquistata Messina i Romani non se ne vanno e anzi muovono alla conquista del resto della Sicilia. Nel frattempo Amilcare Barca, padre di Annibale, e Asdrubale Maior, comandante delle truppe cartaginesi nonchè genero di Amilcare, si preparano anche loro alla guerra. Il piano militare cartaginese prevede da un lato rapide incursioni corsare nelle città costiere e dall’altro un avanzamento via terra verso i centri interni della Sicilia. Nel frattempo rinforzano la cinta difensiva di Trapani, facendo costruire due importanti torri a difesa del porto, la torre Pali a ovest e la torre peliade a est. La torre peliade, detta così perchè costriuta vicino ad alcuni scogli a forma di peli, è quell’esagono che ancora oggi fa la guardia alla città e che è conosciuto come Colombaia perchè in essa si custodivano le colombe sacre alla dea Venere, colombe che in epoca successiva saranno usate anche dagli arabi come mezzo informativo.

Rodio

La barca di Rodio

La barca di Rodio

Si arriva così al 250 a.c. quando ad un tratto i Romani mettono l’assedio a Lilibeo per terra e per mare. Amilcare, a cui non manca il coraggio, però riesce con le sue navi a penetrare nel porto lilbetano, che deve tuttavia abbandonare nottetempo quando si rende conto dell’inutilità di ogni tentativo di salvare la città. Si rifugia così a Trapani dove, ad attenderlo, oltre ad Asdrubale, trova un giovane pescatore trapanese, un certo Annibale Rodio, che addirittura lo supera in ardimento. Costui infatti nonostante il blocco navale in atto anche lì, con una piccola imbarcazione costruita secondo la sapiente tecnica fenicia, entra e esce dal porto dileggiando gli attoniti assedianti. Per catturarlo i romani ricorrono ad uno stratagemma: con delle reti da pesca formano una diga chiudendo così l’ingresso del porto. Rodio ci finisce dentro e viene catturato, ma oltre a lui finisce in mano romana anche il segreto di costruzione delle moderne barche. Ma intanto Trapani continua a resistere…

Se non vogliono mangiare che bevano…

La battaglia di Trapani

La battaglia di Trapani

L’anno successivo un nuovo esercito romano, ai comandi del console Publio Claudio Pulcro, è inviato in Sicilia e, espugnata Marsala, entra addirittura nel porto di Trapani, quello di tramontana però, meno munito e sorvegliato di quello di mezzogiorno dove si trova il grosso della flotta di Aderbale, comandante della flotta punica. Aderbale salpa immediatamente per circondare la flotta romana che però si muove subito al largo per non farsi intrappolare. Ne segue una battaglia sanguinosissima. Non sappiamo quante perdite ebbero i Cartaginesi, ma lo storico romano Eutropio Flavio ci dice che su 230 navi romane, 180 vengono affondate, 20 sono fatte prigioniere, solo 30 riescono a fuggire mettendosi in salvo. 8000 romani muoiono in battaglia, altri 20000 vengono fatti prigionieri. Una vera e propria carneficina…

I romani faranno ricadere le colpe della sconfitta Publio Claudio Pulcro, che, indispettito dai polli augurali che non volevano saperne di mangiare, li aveva fatti gettare in mare. Famosa la sua frase “Se non vogliono mangiare, che bevano!”

Lutazio Catulo e Annone a Favignana

Roma e Cartagine alla fine della Prima Guerra Punica

Roma e Cartagine alla fine della Prima Guerra Punica

I Romani comunque impiegano otto anni per leccarsi le ferite e preparare un altro esercito da mandare contro i Cartaginesi. Esso è composto da 300 navi agili e di nuova costruzione sul modello di quella catturata a Rodio nel mare di Trapani. A comandarlo è Lutazio Catulo che nella battaglia precedente era scampato per miracolo alla morte e che dopo otto anni ancora portava le ferite della sanguinosissima battaglia. Appena saputolo, i Cartaginesi si affrettano a mandare una flotta di 400 navi a soccorrere il presidio trapanese. Le due flotte si frontaggiano nei pressi delle isole Egadi. Annone a Marettimo, Lutazio Catulo a Favignana. Lo scontro che ne segue è terribile. Sempre Eutropio Flavio, che non dimentichiamolo era romano e quindi di parte, ci dice che delle 400 navi cartaginesi, i Romani ne catturano 73 e ne affondano 30. I prigionieri cartaginesi sono 32000, i caduti 13000. Di contro i Romani perdono solamente 13 navi. E’ la fine, è la fine della prima guerra punica.

Amilcare Barca guarda la battaglia da Erice

Colombaia

Colombaia

L’ingrato compito di trattare e sottoscrivere la pace tocca ad Amilcare, che aveva seguito la battaglia da Erice. Dopo sette secoli di dominio cartaginese Amilcare si impegna a sgombrare la sicilia, a liberare tutti i prigionieri romani e a pagare 45 (!) tonnellate di oro come indennità di guerra. Ma la cosa che dovette dispiacergli di più fu di abbandonare per sempre Trapani, la città dove aveva passato gran parte della sua vita, per tornarsene a Cartagine. Trapani dal canto suo, dopo sette secoli di splendore punico, passò sotto il giogo romano e si rassegnò a subire le sorti delle città vinte. Ma ancora oggi a fare da guardia al porto di Trapani è la stessa torre che Amilcare e Asdrubale quasi 2500 anni fa costruirono per difendere la città dai Romani.