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4 CAROGNE A MALOPASSO – IL FINALE

“Ci sono film che restano nella storia. Capolavori immortali, da leggenda. Registi sagaci, geniali, con un innato senso dell’arte. E poi c’è Vito Colomba, e il suo Quattro Carogne a Malopasso

Dopo tanto tempo torniamo a parlare di Quattro carogne a Malopasso. Lo facciamo a seguito delle ripetute richieste dei lettori che ci hanno chiesto di spiegare le ultime scene del film.

Richiesta che dovrebbe essere girata allo stesso Vito Colomba, noi al massimo possiamo dire cosa ne pensiamo, e facendo questo ribaltiamo la domanda, invitando i lettori a vedere il film e a farci sapere quale sia secondo loro il vero significato del finale. 

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La struttura narrativa in tre atti deriva dalla nozione aristotelica secondo la quale ogni dramma ha un inizio, un mezzo e una fine, e le parti devono essere tra loro proporzionate.

Come gran parte dei film, anche Quattro carogne segue la struttura in tre atti. Il primo atto introduce i personaggi, in pratica il ritorno di Bill a Malopasso, l’incontro con gli Hoara e la scena memorabile del saloon; il secondo è quello della lotta tra Nelson e le carogne e, come da copione, è il più critico per il protagonista che, gravemente ferito perde pure l’aiuto dello sceriffo, ucciso dalla banda di Parker; il terzo, quello a cui tutto il film converge, è la resa dei conti. Bill Nelson, dopo aver risvegliato le coscienze dei cittadini di Malopasso può finalmente liberare la città.

La trama non è il massimo dell’originalità, ma ecco che alla fine la realtà prende il sopravvento sulla struttura del film. Ad uno ad uno tutti gli alleati di Bill, dal nuovo sceriffo Cisko all’ambiguo Santarita, lo abbandonano, mettendolo davanti al dilemma. Lottare da solo contro le carogne o abbandonare la città assieme a Mery?
Bill sceglie di uscire di scena e i cattivi vincono senza nemmeno combattere. Un finale molto più in linea con la dura realtà sotto i nostri occhi.

E così il film di intrattenimento si trasforma in film di denuncia, affinché il Bill Nelson che è in ognuno di noi compia la scelta opposta a quella fatta dal vero Bill Nelson per riscattare Malopasso, che non è più un luogo di fantasia, ma diventa la realtà in cui viviamo ogni giorno

E così Bill Nelson scoprì che non potrà lottare contro la
corruzione e vendicare i suoi cari.
Capì che nulla può contro il potere costituito. 
Si allontanò con la sua amata Mary
convinto che le cose non possono cambiare
hanno sostituito l’eroico sceriffo
con uno dei suoi rappresentanti.
Una metafore stile vecchio western di
una attualità purtroppo ancora presente.

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PIETRO GAETA E IL CLUB DEI LATIN LOVER

Cari lettori, oggi parliamo del goliardico Pietro Gaeta. Ne parliamo perché è, o almeno lui stesso si è definito, « il più grande amatore d’Italia », al punto da fondare il club dei latin lover, di cui è stato ovviamente presidente nazionale. L’idea risale al 1992, dopo una cena in campeggio fra amici, e non sappiamo se il club esista ancora. Saremmo grati a chi, soci del club o il presidente in persona, potesse darci maggiori informazioni per aggiornare l’articolo.

Ma intanto andiamo avanti. Gaeta era un latin lover, lo abbiamo detto, ma non immaginatevi il classico sciupafemmine. Niente lo faceva andare in bestia quanto essere associato a un volgare playboy. 

“Noi siamo poeti dell’amore. E loro? Ah, loro puntano solo alla materializzazione delle passioni mostrando vanto agli amici dei propri atti virili.”
Pietro Gaeta sulla differenza tra playboy e latin lover

Per Gaeta, le donne non erano una conquista, ma una filosofia di vita, e infatti, come Pitagora e Aristotele, anche Gaeta aveva la sua scuola, anzi ne aveva ben due. La prima era l’Istituto Nautico dove insegnava noiose nozioni di astronomia e tecniche di navigazione; la seconda, quella che veramente ci interessa, era la scuola per latin lover riservata solamente ai selezionatissimi iscritti al club. L’adesione era a numero chiuso, vi si insegnavano estetica, psicologia sociale, dialettica e arte latina e, come ogni corso che si rispetti, aveva il suo libro di testo, “La filosofia dell’approccio”, scritto dallo stesso Gaeta.

Pietro Gaeta con Gabriella Lunghi, conduttrice di Colpo Grosso

Di Gaeta si ricorda anche una partecipazione a Colpo Grosso nel 1992, programma televisivo, lo ricordiamo ai pochi che non lo conoscono, condotto storicamente da Umberto Smaila. Nella benpensante Trapani degli anni ’90, la partecipazione alla trasmissione di un trapanese, anzi di un professore che più di altri doveva tenere comportamenti virtuosi e aderenti alla morale, riempì le cronache dei bar e dei parrucchieri per molto tempo.

Ma d’altronde Pietro Gaeta era così, gli piaceva sorprendere. E di sicuro fu una sorpresa per tutti la fondazione di un’altra associazione, destinata a uomini tra i 35 e i 55 anni,  spiegava Gaeta stesso, “che nel giro di un paio di mesi hanno già superato la crisi e si accingono a ricominciare una nuova vita, magari accanto a donne un po’ più fedeli”. Era nato così il club dei mariti traditi! E anche qui l’ammissione era rigorosa. Solo chi poteva dimostrare il tradimento della moglie veniva ammesso e chissà se lui si considerava della categoria. A suo dire però il club nacque solo per sostenere gli amici in difficoltà. 

“Molti amici mi hanno raccontato i loro guai con le mogli. Li ho visti piangere, disperarsi, meditare propositi di vendetta. Per un poco ho cercato di aiutarli singolarmente, poi ho capito che fondare un club potesse farli sentire meglio.”
Pietro Gaeta e i mariti traditi

Era il 1994 e sempre nello stesso anno sfrutta la popolarità per candidarsi a sindaco con una lista civica da lui chiamata TESA, che senza doppi sensi significava Trapanesi Esasperati Stanchi Avviliti. Ha ottenuto 989 voti, pari al 2,65%, risultato certo non sufficiente per diventare sindaco, ma per niente disprezzabile, e non sappiamo se attribuirne il merito alle donne attratte dal suo fascino o al sostegno dei mariti cornuti…

Questo articolo è un regalo di compleanno per un amico che forse un pochino si identificherà con Pietro Gaeta…