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2000 ANNI FA

Non c’è molto da dire su Trapani durante la dominazione romana. La Sicilia diventò provincia senatoria, cioè governata da un proconsole nominato dal Senato, e le sue città godettero di un trattamento differente a seconda del comportamento che avevano tenuto durante le guerre puniche.

La Sicilia al tempo dei Romani

La Sicilia al tempo dei Romani

Cicerone racconta che c’erano civitas liberae ac immunes, che godevano di reale autonomia, civitas decumanae, cioè soggette al pagamento della decima, e civitas censoriae, il cui comportamento durante la guerra, come dice il nome stesso, era da censurare, e che quindi erano amministrate direttamente dai Romani. Trapani ovviamente fu una città censoria. Non poteva essere diversamente dato che i nuovi padroni avevano dovuto sudare ben più delle proverbiali sette camicie per averne ragione (come abbiamo già raccontato qui).

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Hermann Vogel: Uccisione di Spartaco

Non c’è molto da dire su Trapani in quel periodo. I Romani preferivano altre città per i loro affari e così diminuirono i contatti con gli altri popoli, l’abitato si spopolò e iniziò un periodo di decadenza destinato a durare fino all’arrivo degli Arabi. Trapani, che ben si ricordava dei fasti precedenti, si ribellò più volte contro la Roma ladrona, ma ogni volta la ribellione fu soffocata nel sangue. Da ricordare un certo Atenione che anticipò di una trentina di anni le gesta di Spartaco, e che infiammò tutta la Sicilia occidentale prima di venire sconfitto dal propretore Licinio Nerva. Ma a parte questo non succede molto.

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Gerrit Van Honthor: La liberazione di Pietro – particolare

Non c’è molto da dire sulla Trapani di quegli anni. Solo una volta un signore barbuto scese da una nave proveniente dall’Africa. Non si sa di preciso quanto tempo si fermò in città prima di ripartire per Roma. Quello che sappiamo è che fondò una chiesa dove prima c’era un tempio dedicato a Saturno, o forse a Nettuno. Non sappiamo con certezza se la chiesa di cui parliamo è proprio quella di San Pietro oppure un’altra molto vicina, perchè l’attuale chiesa è stata nel corso dei secoli ricostruita ed ingrandità più volte, tanto che del nucleo originario oggi non c’è più traccia. Però non c’è dubbio che le prime testimonianze cristiane in Trapani risalgono ai tempi apostolici. E infatti proprio il Principe degli Apostoli è il barbuto signore che a Trapani si fermò, edificò la chiesa che oggi porta il suo nome e se ne andò. Ma a parte questo, non c’è molto da dire…

Tu sei Pietro e su questa pietra costruirai la mia chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei Cieli…
Matteo 16, 19

Annali di Palermo

Gli Annali di Palermo attestano la presenza di San Pietro a Trapani

Fonti:
Annali di Palermo, era IV, foglio 89

Antonio Mongitore: Dell’origine della chiesa di Palermo
Bernardino Testagrossa: Addizioni marginali al Pugnatore
Leonardo Orlandini: Trapani in una breve descrizione

 

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LE GUERRE PUNICHE

Asdrubale Maior e Amilcare Barca

Asdrubale Maior

Asdrubale Maior

Sconfitto Pirro e con lui i greci, per i cartaginesi e i loro alleati trapanesi si preannuncia all’orizzonte un pericolo molto più grave: i Romani che con molta calma e determinazione sono diventati i padroni di tutta l’Italia centale e meridionale. Nel 509 a.c. Roma e Cartagine sottoscrivono un trattato di non aggressione, rinnovato più volte senza sostanziali modifiche, e questo assicura alle due superpotenze una relativa calma che viene usata per sbarazzarsi dei comuni nemici greci. Ma il conflitto è solo rimandato. Nel 264 a.c. i Romani sbarcano in Sicilia chiamati dai alcuni ribelli messinesi autoproclamatisi mamertini, ovvero figli del dio marte. Ma una volta conquistata Messina i Romani non se ne vanno e anzi muovono alla conquista del resto della Sicilia. Nel frattempo Amilcare Barca, padre di Annibale, e Asdrubale Maior, comandante delle truppe cartaginesi nonchè genero di Amilcare, si preparano anche loro alla guerra. Il piano militare cartaginese prevede da un lato rapide incursioni corsare nelle città costiere e dall’altro un avanzamento via terra verso i centri interni della Sicilia. Nel frattempo rinforzano la cinta difensiva di Trapani, facendo costruire due importanti torri a difesa del porto, la torre Pali a ovest e la torre peliade a est. La torre peliade, detta così perchè costriuta vicino ad alcuni scogli a forma di peli, è quell’esagono che ancora oggi fa la guardia alla città e che è conosciuto come Colombaia perchè in essa si custodivano le colombe sacre alla dea Venere, colombe che in epoca successiva saranno usate anche dagli arabi come mezzo informativo.

Rodio

La barca di Rodio

La barca di Rodio

Si arriva così al 250 a.c. quando ad un tratto i Romani mettono l’assedio a Lilibeo per terra e per mare. Amilcare, a cui non manca il coraggio, però riesce con le sue navi a penetrare nel porto lilbetano, che deve tuttavia abbandonare nottetempo quando si rende conto dell’inutilità di ogni tentativo di salvare la città. Si rifugia così a Trapani dove, ad attenderlo, oltre ad Asdrubale, trova un giovane pescatore trapanese, un certo Annibale Rodio, che addirittura lo supera in ardimento. Costui infatti nonostante il blocco navale in atto anche lì, con una piccola imbarcazione costruita secondo la sapiente tecnica fenicia, entra e esce dal porto dileggiando gli attoniti assedianti. Per catturarlo i romani ricorrono ad uno stratagemma: con delle reti da pesca formano una diga chiudendo così l’ingresso del porto. Rodio ci finisce dentro e viene catturato, ma oltre a lui finisce in mano romana anche il segreto di costruzione delle moderne barche. Ma intanto Trapani continua a resistere…

Se non vogliono mangiare che bevano…

La battaglia di Trapani

La battaglia di Trapani

L’anno successivo un nuovo esercito romano, ai comandi del console Publio Claudio Pulcro, è inviato in Sicilia e, espugnata Marsala, entra addirittura nel porto di Trapani, quello di tramontana però, meno munito e sorvegliato di quello di mezzogiorno dove si trova il grosso della flotta di Aderbale, comandante della flotta punica. Aderbale salpa immediatamente per circondare la flotta romana che però si muove subito al largo per non farsi intrappolare. Ne segue una battaglia sanguinosissima. Non sappiamo quante perdite ebbero i Cartaginesi, ma lo storico romano Eutropio Flavio ci dice che su 230 navi romane, 180 vengono affondate, 20 sono fatte prigioniere, solo 30 riescono a fuggire mettendosi in salvo. 8000 romani muoiono in battaglia, altri 20000 vengono fatti prigionieri. Una vera e propria carneficina…

I romani faranno ricadere le colpe della sconfitta Publio Claudio Pulcro, che, indispettito dai polli augurali che non volevano saperne di mangiare, li aveva fatti gettare in mare. Famosa la sua frase “Se non vogliono mangiare, che bevano!”

Lutazio Catulo e Annone a Favignana

Roma e Cartagine alla fine della Prima Guerra Punica

Roma e Cartagine alla fine della Prima Guerra Punica

I Romani comunque impiegano otto anni per leccarsi le ferite e preparare un altro esercito da mandare contro i Cartaginesi. Esso è composto da 300 navi agili e di nuova costruzione sul modello di quella catturata a Rodio nel mare di Trapani. A comandarlo è Lutazio Catulo che nella battaglia precedente era scampato per miracolo alla morte e che dopo otto anni ancora portava le ferite della sanguinosissima battaglia. Appena saputolo, i Cartaginesi si affrettano a mandare una flotta di 400 navi a soccorrere il presidio trapanese. Le due flotte si frontaggiano nei pressi delle isole Egadi. Annone a Marettimo, Lutazio Catulo a Favignana. Lo scontro che ne segue è terribile. Sempre Eutropio Flavio, che non dimentichiamolo era romano e quindi di parte, ci dice che delle 400 navi cartaginesi, i Romani ne catturano 73 e ne affondano 30. I prigionieri cartaginesi sono 32000, i caduti 13000. Di contro i Romani perdono solamente 13 navi. E’ la fine, è la fine della prima guerra punica.

Amilcare Barca guarda la battaglia da Erice

Colombaia

Colombaia

L’ingrato compito di trattare e sottoscrivere la pace tocca ad Amilcare, che aveva seguito la battaglia da Erice. Dopo sette secoli di dominio cartaginese Amilcare si impegna a sgombrare la sicilia, a liberare tutti i prigionieri romani e a pagare 45 (!) tonnellate di oro come indennità di guerra. Ma la cosa che dovette dispiacergli di più fu di abbandonare per sempre Trapani, la città dove aveva passato gran parte della sua vita, per tornarsene a Cartagine. Trapani dal canto suo, dopo sette secoli di splendore punico, passò sotto il giogo romano e si rassegnò a subire le sorti delle città vinte. Ma ancora oggi a fare da guardia al porto di Trapani è la stessa torre che Amilcare e Asdrubale quasi 2500 anni fa costruirono per difendere la città dai Romani.

QUELLA VITTORIA DI PIRRO…

Un episodio di storia poco conosciuto

Nel 280 a.C. Pirro, re dell’Epiro, decise che quel piccolo regno gli stava stretto e sbarcò in Italia, forte dell’aiuto del re di Macedonia, Tolomeo Cerauno, e incoraggiato dall’oracolo di Delfi che gli prediceva un nuovo regno in Italia. Dopo due difficili vittorie contro i Romani ad Heraclea e ad Ascoli Satriano, mosse col suo esercito verso la Sicilia, sia per tirare un po’ il fiato perchè l’esercito romano, seppur sconfitto due volte restava pur sempre temibile, sia perchè i Greci avevano chiesto il suo aiuto per scacciare dalla Sicilia i Cartaginesi, loro nemici storici con cui erano in guerra da diversi secoli.

Così nel 278 a.C. nominato dai Greci re di Sicilia dichiarò guerra a Cartagine e mosse verso sud al comando di 10000 soldati, che nel corso della campagna diventeranno quasi 40000. Fu una vera guerra lampo. Ad una ad una tutte le città siciliane alleate dei cartaginesi vennero conquistate. Erice, la più munita fortezza filo-cartaginese cadde nel 277 a.C. Non abbiamo notizie sulla sorte di Trapani ma dato che gli storici non ne parlano si presuppone che fu conquistata da Pirro senza colpo ferire prima di mettere l’assedio a Erice.

Fatto sta che nel 277 a.C. tutte le città siciliane, con l’unica eccezione di Lilibeo, l’odierna Marsala, erano occupate da Pirro o alleate con lui. Lui, Pirro, se ne stava accampato a Erice non si sa bene perchè fino all’anno successivo quando decise di tornarsene da dov’era venuto, fiaccato dalla vita siciliana, dall’infruttuoso assedio di Lilibeo e da alcuni focolai di ribellione in alcune città siciliane che l’avevano salutato come un liberatore all’inizio del blitzkrieg. Fece però l’errore di rifiutare alcune ragionevoli offerte di pace cartaginesi e quindi questi che non aveveano mai cessato di rifornire la città di Lilibeo e di finanziare la guerriglia nei territori occupati, lo inseguirono e affondarono parte della sua flotta nello stretto di Messina.

Ma per Pirro le brutte sorprese non erano finite. I Romani avevano infatti ricostituito il loro esercito anche con l’aiuto cartaginese e cingevano d’assedio Taranto. Stancamente Pirro mosse direttamente su Roma ma a Maleventum venne malamente sconfitto. Il vecchio generale, anche se aveva solo 43 anni, riuscì a scappare in Epiro e a continuare a guerreggiare da quelle parti finchè non fu ucciso in battaglia nella città di Argo.

Sic transit gloria mundi. Il generoso e valoroso comandante che aveva tutte le qualità per sconfiggere sia i Cartaginesi che i Romani oggi si trova nei libri di storia dalla parte degli sconfitti. Avesse marciato su Roma, invece che su Trapani, forse la storia avrebbe preso un’altra direzione e la profezia dell’oracolo di Delfi si sarebbe avverata…