TOPI TOPI TOPI – ILLUSTRAZIONE DI SALVATORE SALAMONE

Ricordate Topi topi topi, a giudizio di chi scrive la più bella poesia di Nat Scammacca?

A ferragosto, è risaputo, si riciclano i vecchi argomenti e noi non facciamo eccezione, e quindi la proponiamo di nuovo approfittando anche del fatto che un lettore ci ha inviato una illustrazione della stessa poesia realizzata da Salvatore Salamone (link al vecchio articolo).

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Buon ascolto e buon ferragosto!

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UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – SECONDA PARTE

(UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – PRIMA PARTE)

Cari lettori, la settimana scorsa abbiamo lasciato Nicolò Corrao vicino la Chiesa di Sant’Orsola. E’ in compagnia di Grazia, una schiava a cui era concesso allontanarsi da casa senza tanti problemi. Se seguite questo blog conoscete gli articoli che al riguardo abbiamo già scritto (ad esempio questo).

Corrao e Grazia entrano nel cimitero della chiesa per un colloquio riservato che si conclude con la perdita della verginità della giovane.

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La chiesa di Sant’Orsola a Erice

Fosse stata una semplice fanciulla forse non avremmo mai saputo dell’episodio, ma per sfortuna di Corrao, la padrona Antonina Castelli, sentendosi defraudata dei suoi diritti su Grazia, lo denuncia al tribunale vescovile.

Corrao ne ha già combinate molte e, come misura precauzionale, prima che il tribunale si pronunci, è messo al bando, cioè viene bandito, dall’autorità ecclesiastica ericina, che diffida chiunque voglia dargli aiuto o ospitalità. Le cose si mettono male e al povero, si fa per dire, sacerdote non rimane altro che andare dal vescovo. Ricordiamo ai lettori che allora non esisteva un vescovato a Trapani, che ricadeva sotto la giurisdizione di Mazara, Su questo torneremo un’altra volta, ora continuiamo a seguire le vicende di Corrao.

In quel momento il vescovo era Giacomo Lomellino del Campo. Secondo altre fonti si chiamava del Canto. Noi lo chiameremo semplicemente Giacomo Lomellino per non sbagliarci. Non sappiamo che tipo fosse. Sappiamo solo che mantenne il vescovato di Mazara per un decennio circa prima di diventare vescovo di Palermo nel 1571.

Il Corrao arriva da Giacomo Lomellino, oberato da una serie di accuse pesanti: debiti non pagati, minacce, mancata consegna di documenti della curia da lui tenuti anche dopo il licenziamento, mancata obbedienza all’ordine e tanto, ma veramente tanto, altro. Lo storico Antonino Amico, quasi coevo di Corrao, dice che tutto ciò era sufficiente per definirlo un soggetto degenerato.

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Papa Pio IV. Il 17 aprile 1562 nomina Giacomo Lomellino vescovo di Mazara

Corrao teme il peggio e davanti al vescovo invoca la tesi del complotto. Le accuse erano tutta una montatura di soggetti malevoli che volevano la sua rovina materiale e spirituale. La linea difensiva è rischiosa, ma convincente al punto che il vescovo scrive al giudice di prima istanza di Monte San Giuliano di sospendere immediatamente qualsiasi azione a carico di Corrao, avallandone quindi la tesi difensiva. Tutto finito quindi? Non ancora. Il suo nome torna nelle cronache giudiziarie nel 1574 quando una donna denuncia il Corrao “como diabolico spiritu ducto insultao ad ipsa accusatrichi in la strata publica per volirici levari lu honuri et di sfessarla”.

Scommettiamo che a questo punto volete sapere come va a finire? Lo vorremmo sapere pure noi, ma le cronache dell’epoca si interrompono di colpo. Su cosa successe dopo si possono fare solo delle ipotesi. Corrao venne incarcerato e non fu più lasciato uscire? Mmmh, ne dubitiamo. Le cronache non riportano nessuna testimonianza al riguardo. Forse ebbe veramente paura di finire in prigione, ma se la cavò ancora una volta. Lo spavento fu tale però che una volta scampato il pericolo decise di rigare dritto. Anche questa ipotesi non ci convince appieno. Cu nasci tunnu un pò moriri quatratu, diceva Natale di Mery per sempre. Più probabilmente, per sfuggire alla giustizia o per un implicito patto con essa, Corrao abbandonò il Monte San Giuliano facendo perdere le tracce ai memorialisti dell’epoca. Non escludiamo neanche una morte improvvisa che mise fine a tutti i processi in corso. Tuttavia sono solo puri esercizi di immaginazione, quale sia stato veramente il destino di Nicolò Corrao non è dato sapere…

UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – PRIMA PARTE

Cari lettori, dopo la breve pausa estiva riprendiamo con un articolo ambientato nella Erice del ‘500, che allora si chiamava Monte San Giuliano e che era un borgo tranquillo dove non succedeva mai niente.

Non succedeva mai niente, ne siamo proprio sicuri? All’epoca non c’erano giornali, tuttavia gli argomenti di cui parlare non mancavano.

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Porta Spada

Un caso è quello del chierico Mario Corso, che è costretto a pagare una multa di 20 unze, somma considerevole (link), e a cui viene proibito di “practicare o conversare tanto nella casa sua quanto altrove con Joannella Lumbardo chi è puctana”. Forse non è difficile immaginare cosa aveva combinato…

Il sacerdote Marco Coppola invece nella strada poco frequentata tra Porta Spada, così chiamata perché molti francesi durante i Vespri erano stati passati a fil di spada (link), e Porta del Carmine, incontrando le mogli di due suoi cugini, le infastidisce così: “Si nun fussi pi rispettu di li mei cucini, vi ricissi chi vi vulissi fari”. Il Coppola, denunciato, se la cava con una lieve pena pecunaria.

Il caso più eclatante di tutti è però quello di Nicolò Corrao, il detentore dei libri contabili della curia, che a mezzanotte del 10 novembre 1564 si presenta a casa di un certo Pietro Triglia, sapendo che in quel periodo era lontano da Erice, col dichiarato scopo di fare visita alla moglie Francesca e di “vulirila disonestari”. La donna non cede e il Corrao, dopo aver tentato invano di forzare la porta, se ne va imprecando.

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Castello di Venere, in passato usato anche come carcere

La momentanea vittoria non basta a Francesca. Il prete viene denunciato e successivamente condannato ad una pena lieve, troppo lieve perché già il 22 aprile 1565 lo ritroviamo assieme ad alcuni amici per un’altra poco meritoria impresa. Il gruppo fa visita a una certa Vitria Guarnotti, col duplice scopo di violentarla e derubarla. Il tentativo di stupro non riesce perché Vitria si rifugia dai vicini, ma gli aggressori portano via “molta quantità di tela, filo, gioie et altri attrezzi di casa e galline del valore di onze dieci; più altra quantità di tela, del valore di onze due”.
Al processo viene fuori che il Corrao aveva già perseguitato la donna aspettandone il passaggio per le strade e chiamandola “Beddra mia!”.

Giudicato nuovamente colpevole, viene rinchiuso nel Castello di Venere, ma a quanto pare ancora un volta se la cava con poco.

Nel giugno 1566 infatti viene accusato di concubinaggio con Antonella e Franceschella Scuderi, madre e figlia, e questa accusa a quanto pare è giudicata dalla Curia più severamente delle precedenti, perché gli costa il posto di lavoro, che nonostante tutto, ancora deteneva.

Ma il lupo, si sa, perde il pelo ma non il vizio e allora il 18 giugno 1567 ce lo ritroviamo presso la chiesa di Sant’Orsola.

Ma per scoprire cosa ha combinato bisogna avere un po’ di pazienza. Riprendiamo fiato e ci diamo appuntamento fra una settimana…

(CONTINUA…)

A TIA CHI RIRI

Una poesia di Vito Colomba:

A tia chi riri
Io mancu ti viu
Né penso li tu nobili smurfiati.

Tu rici chi si cristianu
Ma io mancu ci criu
E mancu sacciu si siti vattiati.

Pariti du ligna ‘ncavigghiati
Comu tanti sacchi ammazzarati.

Io sugnu rozzo
Ma sacciu pinsare
Sacciu lu me tempo comu l’aiu a passare.

Scrissi stu film pi diletto meu
E canali cincu si complimentau
Persone intelligenti, dico io, e di cultura

Ma chi mi ni futtu di li muddricheddre
Si gh’io a lu me lato c’aiu li vastedde.

E un vu scurdate
Io sugnu sempre Vitu
E ora vi salutu
In tutta Italia sugnu canusciutu.

4 CAROGNE A MALOPASSO – IL FINALE

“Ci sono film che restano nella storia. Capolavori immortali, da leggenda. Registi sagaci, geniali, con un innato senso dell’arte. E poi c’è Vito Colomba, e il suo Quattro Carogne a Malopasso

Dopo tanto tempo torniamo a parlare di Quattro carogne a Malopasso. Lo facciamo a seguito delle ripetute richieste dei lettori che ci hanno chiesto di spiegare le ultime scene del film.

Richiesta che dovrebbe essere girata allo stesso Vito Colomba, noi al massimo possiamo dire cosa ne pensiamo, e facendo questo ribaltiamo la domanda, invitando i lettori a vedere il film e a farci sapere quale sia secondo loro il vero significato del finale. 

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La struttura narrativa in tre atti deriva dalla nozione aristotelica secondo la quale ogni dramma ha un inizio, un mezzo e una fine, e le parti devono essere tra loro proporzionate.

Come gran parte dei film, anche Quattro carogne segue la struttura in tre atti. Il primo atto introduce i personaggi, in pratica il ritorno di Bill a Malopasso, l’incontro con gli Hoara e la scena memorabile del saloon; il secondo è quello della lotta tra Nelson e le carogne e, come da copione, è il più critico per il protagonista che, gravemente ferito perde pure l’aiuto dello sceriffo, ucciso dalla banda di Parker; il terzo, quello a cui tutto il film converge, è la resa dei conti. Bill Nelson, dopo aver risvegliato le coscienze dei cittadini di Malopasso può finalmente liberare la città.

La trama non è il massimo dell’originalità, ma ecco che alla fine la realtà prende il sopravvento sulla struttura del film. Ad uno ad uno tutti gli alleati di Bill, dal nuovo sceriffo Cisko all’ambiguo Santarita, lo abbandonano, mettendolo davanti al dilemma. Lottare da solo contro le carogne o abbandonare la città assieme a Mery?
Bill sceglie di uscire di scena e i cattivi vincono senza nemmeno combattere. Un finale molto più in linea con la dura realtà sotto i nostri occhi.

E così il film di intrattenimento si trasforma in film di denuncia, affinché il Bill Nelson che è in ognuno di noi compia la scelta opposta a quella fatta dal vero Bill Nelson per riscattare Malopasso, che non è più un luogo di fantasia, ma diventa la realtà in cui viviamo ogni giorno

E così Bill Nelson scoprì che non potrà lottare contro la
corruzione e vendicare i suoi cari.
Capì che nulla può contro il potere costituito. 
Si allontanò con la sua amata Mary
convinto che le cose non possono cambiare
hanno sostituito l’eroico sceriffo
con uno dei suoi rappresentanti.
Una metafore stile vecchio western di
una attualità purtroppo ancora presente.

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PONS, CARTOLERIA O MONUMENTO FUNEBRE?

Nel ‘900 una cartoleria molto famosa si trovava a Piazza Scarlatti. Si chiamava Pons e il titolare era un certo dottor Calabrese.

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Negli anni ’60, quando il signor Calabrese morì, l’immobile venne comprato dal Comune di Trapani, che però non aveva le idee chiare sul suo utilizzo. E da allora le cose non sono cambiate molto. Ancora oggi si discute su cosa sarebbe meglio farne. Un ufficio informazioni, una galleria d’arte o un piccolo teatro? Darlo in affidamento al Trapani Calcio, o semplicemente demolire tutto?

Dopo l’acquisto da parte del Comune, l’edificio fu ristrutturato in uno stile abbastanza particolare. La forma cubica, le pietre di marmo bianco e grigio e l’aspetto austero danno all’ex cartoleria un aspetto leggermente lugubre al punto che una volta dei buontemponi, evidentemente non amanti dell’architettura razionalista, deposero dei fiori davanti la porta.

Pons_1Nel corso degli anni l’edificio è stato usato per diversi scopi: da sala conferenze a mostra sugli artisti trapanesi della seconda metà del ‘900, a cui era presente tra l’altro Domenico Limuli, a magazzino per la vicina biblioteca Fardelliana.

In un’occasione è stato perfino listato a lutto e adibito a camera ardente. E stavolta non era uno scherzo. Il morto c’era davvero. Era un impiegato della provincia e non sappiamo se l’idea della veglia particolare sia dovuta alla sua volontà o a quella dei familiari. L’idea però è originale e sinceramente ci piace e quindi la facciamo nostra. Perché non affittare l’edificio ai defunti dando nel frattempo un po’ d’ossigeno alle asfittiche finanze comunali?