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UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – SECONDA PARTE

(UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – PRIMA PARTE)

Cari lettori, la settimana scorsa abbiamo lasciato Nicolò Corrao vicino la Chiesa di Sant’Orsola. E’ in compagnia di Grazia, una schiava a cui era concesso allontanarsi da casa senza tanti problemi. Se seguite questo blog conoscete gli articoli che al riguardo abbiamo già scritto (ad esempio questo).

Corrao e Grazia entrano nel cimitero della chiesa per un colloquio riservato che si conclude con la perdita della verginità della giovane.

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La chiesa di Sant’Orsola a Erice

Fosse stata una semplice fanciulla forse non avremmo mai saputo dell’episodio, ma per sfortuna di Corrao, la padrona Antonina Castelli, sentendosi defraudata dei suoi diritti su Grazia, lo denuncia al tribunale vescovile.

Corrao ne ha già combinate molte e, come misura precauzionale, prima che il tribunale si pronunci, è messo al bando, cioè viene bandito, dall’autorità ecclesiastica ericina, che diffida chiunque voglia dargli aiuto o ospitalità. Le cose si mettono male e al povero, si fa per dire, sacerdote non rimane altro che andare dal vescovo. Ricordiamo ai lettori che allora non esisteva un vescovato a Trapani, che ricadeva sotto la giurisdizione di Mazara, Su questo torneremo un’altra volta, ora continuiamo a seguire le vicende di Corrao.

In quel momento il vescovo era Giacomo Lomellino del Campo. Secondo altre fonti si chiamava del Canto. Noi lo chiameremo semplicemente Giacomo Lomellino per non sbagliarci. Non sappiamo che tipo fosse. Sappiamo solo che mantenne il vescovato di Mazara per un decennio circa prima di diventare vescovo di Palermo nel 1571.

Il Corrao arriva da Giacomo Lomellino, oberato da una serie di accuse pesanti: debiti non pagati, minacce, mancata consegna di documenti della curia da lui tenuti anche dopo il licenziamento, mancata obbedienza all’ordine e tanto, ma veramente tanto, altro. Lo storico Antonino Amico, quasi coevo di Corrao, dice che tutto ciò era sufficiente per definirlo un soggetto degenerato.

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Papa Pio IV. Il 17 aprile 1562 nomina Giacomo Lomellino vescovo di Mazara

Corrao teme il peggio e davanti al vescovo invoca la tesi del complotto. Le accuse erano tutta una montatura di soggetti malevoli che volevano la sua rovina materiale e spirituale. La linea difensiva è rischiosa, ma convincente al punto che il vescovo scrive al giudice di prima istanza di Monte San Giuliano di sospendere immediatamente qualsiasi azione a carico di Corrao, avallandone quindi la tesi difensiva. Tutto finito quindi? Non ancora. Il suo nome torna nelle cronache giudiziarie nel 1574 quando una donna denuncia il Corrao “como diabolico spiritu ducto insultao ad ipsa accusatrichi in la strata publica per volirici levari lu honuri et di sfessarla”.

Scommettiamo che a questo punto volete sapere come va a finire? Lo vorremmo sapere pure noi, ma le cronache dell’epoca si interrompono di colpo. Su cosa successe dopo si possono fare solo delle ipotesi. Corrao venne incarcerato e non fu più lasciato uscire? Mmmh, ne dubitiamo. Le cronache non riportano nessuna testimonianza al riguardo. Forse ebbe veramente paura di finire in prigione, ma se la cavò ancora una volta. Lo spavento fu tale però che una volta scampato il pericolo decise di rigare dritto. Anche questa ipotesi non ci convince appieno. Cu nasci tunnu un pò moriri quatratu, diceva Natale di Mery per sempre. Più probabilmente, per sfuggire alla giustizia o per un implicito patto con essa, Corrao abbandonò il Monte San Giuliano facendo perdere le tracce ai memorialisti dell’epoca. Non escludiamo neanche una morte improvvisa che mise fine a tutti i processi in corso. Tuttavia sono solo puri esercizi di immaginazione, quale sia stato veramente il destino di Nicolò Corrao non è dato sapere…

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UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – PRIMA PARTE

Cari lettori, dopo la breve pausa estiva riprendiamo con un articolo ambientato nella Erice del ‘500, che allora si chiamava Monte San Giuliano e che era un borgo tranquillo dove non succedeva mai niente.

Non succedeva mai niente, ne siamo proprio sicuri? All’epoca non c’erano giornali, tuttavia gli argomenti di cui parlare non mancavano.

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Porta Spada

Un caso è quello del chierico Mario Corso, che è costretto a pagare una multa di 20 unze, somma considerevole (link), e a cui viene proibito di “practicare o conversare tanto nella casa sua quanto altrove con Joannella Lumbardo chi è puctana”. Forse non è difficile immaginare cosa aveva combinato…

Il sacerdote Marco Coppola invece nella strada poco frequentata tra Porta Spada, così chiamata perché molti francesi durante i Vespri erano stati passati a fil di spada (link), e Porta del Carmine, incontrando le mogli di due suoi cugini, le infastidisce così: “Si nun fussi pi rispettu di li mei cucini, vi ricissi chi vi vulissi fari”. Il Coppola, denunciato, se la cava con una lieve pena pecunaria.

Il caso più eclatante di tutti è però quello di Nicolò Corrao, il detentore dei libri contabili della curia, che a mezzanotte del 10 novembre 1564 si presenta a casa di un certo Pietro Triglia, sapendo che in quel periodo era lontano da Erice, col dichiarato scopo di fare visita alla moglie Francesca e di “vulirila disonestari”. La donna non cede e il Corrao, dopo aver tentato invano di forzare la porta, se ne va imprecando.

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Castello di Venere, in passato usato anche come carcere

La momentanea vittoria non basta a Francesca. Il prete viene denunciato e successivamente condannato ad una pena lieve, troppo lieve perché già il 22 aprile 1565 lo ritroviamo assieme ad alcuni amici per un’altra poco meritoria impresa. Il gruppo fa visita a una certa Vitria Guarnotti, col duplice scopo di violentarla e derubarla. Il tentativo di stupro non riesce perché Vitria si rifugia dai vicini, ma gli aggressori portano via “molta quantità di tela, filo, gioie et altri attrezzi di casa e galline del valore di onze dieci; più altra quantità di tela, del valore di onze due”.
Al processo viene fuori che il Corrao aveva già perseguitato la donna aspettandone il passaggio per le strade e chiamandola “Beddra mia!”.

Giudicato nuovamente colpevole, viene rinchiuso nel Castello di Venere, ma a quanto pare ancora un volta se la cava con poco.

Nel giugno 1566 infatti viene accusato di concubinaggio con Antonella e Franceschella Scuderi, madre e figlia, e questa accusa a quanto pare è giudicata dalla Curia più severamente delle precedenti, perché gli costa il posto di lavoro, che nonostante tutto, ancora deteneva.

Ma il lupo, si sa, perde il pelo ma non il vizio e allora il 18 giugno 1567 ce lo ritroviamo presso la chiesa di Sant’Orsola.

Ma per scoprire cosa ha combinato bisogna avere un po’ di pazienza. Riprendiamo fiato e ci diamo appuntamento fra una settimana…

(CONTINUA…)

PONS, CARTOLERIA O MONUMENTO FUNEBRE?

Nel ‘900 una cartoleria molto famosa si trovava a Piazza Scarlatti. Si chiamava Pons e il titolare era un certo dottor Calabrese.

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Negli anni ’60, quando il signor Calabrese morì, l’immobile venne comprato dal Comune di Trapani, che però non aveva le idee chiare sul suo utilizzo. E da allora le cose non sono cambiate molto. Ancora oggi si discute su cosa sarebbe meglio farne. Un ufficio informazioni, una galleria d’arte o un piccolo teatro? Darlo in affidamento al Trapani Calcio, o semplicemente demolire tutto?

Dopo l’acquisto da parte del Comune, l’edificio fu ristrutturato in uno stile abbastanza particolare. La forma cubica, le pietre di marmo bianco e grigio e l’aspetto austero danno all’ex cartoleria un aspetto leggermente lugubre al punto che una volta dei buontemponi, evidentemente non amanti dell’architettura razionalista, deposero dei fiori davanti la porta.

Pons_1Nel corso degli anni l’edificio è stato usato per diversi scopi: da sala conferenze a mostra sugli artisti trapanesi della seconda metà del ‘900, a cui era presente tra l’altro Domenico Limuli, a magazzino per la vicina biblioteca Fardelliana.

In un’occasione è stato perfino listato a lutto e adibito a camera ardente. E stavolta non era uno scherzo. Il morto c’era davvero. Era un impiegato della provincia e non sappiamo se l’idea della veglia particolare sia dovuta alla sua volontà o a quella dei familiari. L’idea però è originale e sinceramente ci piace e quindi la facciamo nostra. Perché non affittare l’edificio ai defunti dando nel frattempo un po’ d’ossigeno alle asfittiche finanze comunali?

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CiciredduIl cicireddu è un comunissimo pesce del Mediterraneo, protagonista della cucina trapanese. Piace soprattutto ai pigri perché le spine sono così piccole che si mangiano senza problemi.

Tuttavia oggi non parliamo di ricette, ma di teatro perché il cicireddu è anche il protagonista di un aneddoto nato in una viuzza del centro storico dove si svolgeva il teatro dei pupi.

I pupari, padre e figlio, erano nel pieno della battaglia tra saraceni e cristiani. A un certo punto si avvertì una abbanniata provenire dall’esterno: “Cicireddu frittu, cicireddu di tramontana!

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Sorpreso, il figlio si rivolse al padre: “Papà, sta passando quello del cicireddu“.

Tra gli spettatori si diffonde un’atmosfera di incertezza. Che c’entrava il cicireddu con l’accanita lotta che era in corso?

Ma il padre, da vecchio volpone e con grande prontezza, continuando a muovere i fili dei pupi, rispose con voce stentorea: “Comprane un chilo” e dopo una breve pausa  aggiunse:”Stasera lo faremo arrostito sotto le mura di Parigi!”

Fu un successo. Gli spettatori apprezzarono l’improvvisazione perfettamente amalgamata col resto della storia e applaudirono fragorosamente, facendo entrare il cicireddu nella storia dell’opera dei pupi. 

Nota: L’aneddoto è raccontato da Giuseppe di Marzo negli Echi dialettali della vecchia Trapani con la differenza che a dare origine alla serie di battute fu il figlio e non il padre. Noi abbiamo scelto di raccontare una versione che ci sembra più verosimile.

FRANCESCO FRUSTERI, PACECOTO, MATRICIDA E QUASI SANTO

Appassionati lettori, può un assassino diventare oggetto della devozione popolare?

Sul Rumpiteste tutto è possibile e quindi la risposta è si, e ha dell’incredibile se consideriamo che Francesco Frusteri ha ucciso addirittura la propria madre, una sorta di Edipo in versione pacecota.

La storia viene raccontata per la prima volta da Giuseppe Pitré, studioso e narratore del folklore popolare.

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La Chiesa di San Francesco di Paola a Paceco

Siamo all’inizio dell’800. Tutto comincia in un campo di Paceco dove lavora Francesco Frusteri, bracciante a giornata, che a un certo punto si innamora della vicina di casa. La storia non sembra diversa da tante altre, ma invece di una normale storia d’amore è l’inizio della tragedia. Isabella, questo il nome della fanciulla, non piace alla mamma di Francesco e tra suocera e nuora comincia una lunga e logorante guerra di nervi. E siccome tutte e due tengono duro, a cedere per primi sono i nervi del povero Francesco che, tra una mamma iperpossessiva e una moglie dolce e innamorata, sceglie quest’ultima e con un colpo di zappa uccide la propria madre. Francesco non scappa. La giustizia fa velocemente il suo corso e alla fine la sentenza è implacabile: condanna a morte per decapitazione. La cittadinanza lo difende. Gli amici supplicano il viceré di avere pietà, ma per inoltrare la domanda di grazia ci vuole il consenso del condannato e Francesco proprio non vuole saperne. E’ deciso ad accettare il proprio destino e allora non c’è niente da fare. All’alba del 5 novembre 1817 la sentenza viene eseguita. L’atteggiamento rassegnato e dignitoso di Francesco rimane nella memoria dei pacecoti, che lo tumulano nella locale Chiesa di San Francesco di Paola. Cominciano a pregarlo come un vero santo, addirittura chiedendogli miracoli, i parti di Frusteri, che vengono prontamente esauditi. La sua fama si diffonde richiamando i pellegrini dal contado e dal resto della Sicilia, anche dall’Isola Longa, dice il Pitré.

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Negli anni successivi il culto per Frusteri è diminuito molto, oggi è quasi scomparso, ma forse questo articolo aiuterà a tenerne viva la memoria…

STORIA DI UN RIVOLUZIONARIO TRAPANESE – ADDENDUM

Louisa Swan, breve autobiografia di una donna altruista

PRIMA PARTE – LA COMUNE DI PARIGI
SECONDA PARTE – L’INTERNAZIONALE SOCIALISTA SBARCA A TRAPANI
TERZA PARTE – DA TRAPANI A SYDNEY
QUARTA PARTE – LA NAVE DEI DISPERATI
QUINTA PARTE – L’ITALO-AUSTRALIANO
SESTA PARTE – L’ESILIO DI ORANGE
SETTIMA PARTE – L’AUSTRALIAN SOCIALIST LEAGUE
OTTAVA PARTE – UN VIAGGIO IN EUROPA
NONA PARTE – FAREWELL TO SYDNEY
DECIMA PARTE – SCEUSA CONTRO NASI
UNDICESIMA PARTE – GLI ULTIMI ANNI

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Il Sydney Morning Herald del 17 giugno 1878 riporta la notizia del matrimonio tra Sceusa e Louisa Swan

La storia di Sceusa è finita la settimana scorsa, ma i lettori più attenti si sono chiesti: che fine ha fatto Louisa Swan, la compagna di una vita di Francesco Sceusa?

Louisa ha seguito il marito soffrendo per le sue vicende anche più di lui e, per non essergli di peso, ha tentato addirittura il suicidio. La decisione di tornare a Trapani, sicuramente difficile per Francesco, lo è stata ancora di più per Louisa. Per lui infatti Trapani rappresentava la terra natale, per Louisa era solo una terra lontana, dove non aveva amici e dove sarebbe stato quasi impossibile integrarsi dato che, oltre ad essere analfabeta nella sua lingua madre, l’inglese, non parlava una parola di italiano, che non imparerà mai. Ciononostante decide di seguire il marito, la cui morte, come è facile immaginare ne aggrava l’isolamento e la malattia.

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Winifred Merrill, famosa matematica e pianista. Capitata per caso a Trapani, si interessa della sorte di Louisa Swan

Per caso una straniera di passaggio a Trapani, Winifred Merrill, la nota e segnala il caso all’Alto Commissario Australiano a Londra che a sua volta informa il primo ministro australiano, William Hughes, vecchio compagno di Sceusa nella Lega Socialista.

Grazie all’interessamento di Hughes, Louisa rientra rientra in Australia, siamo nel 1920, e va a vivere col fratello a Canberra. Successivamente si ritira in convento dove rimane per 18 mesi. Nel 1923 senza fissa dimora, malata mentalmente e senza le necessarie cure ritorna a Sydney, la città dove aveva conosciuto Francesco. Viene ricoverata all’ospedale psichiatrico di Rydalmere e successivamente all’Orange Mental Hospital, dove muore il 16 agosto 1941.

Finisce così la storia triste di Louisa Swan. Non sappiamo molto altro di lei. Come il personaggio di una tragedia greca, arrivò perfino a tentare il suicidio per amore del marito. L’autobiografia di Sceusa, andata perduta, si intitolava proprio Autobiografia di un altruista, e se questo titolo è sicuramente adatto per descriverne la vita, lo sarebbe ancora di più per descrivere quella della moglie Louisa Swan, il cigno triste del Nuovo Galles del Sud.

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Louisa Swan nel 1878

(FINE)

STORIA DI UN RIVOLUZIONARIO TRAPANESE – UNDICESIMA PARTE

Gli ultimi anni

PRIMA PARTE – LA COMUNE DI PARIGI
SECONDA PARTE – L’INTERNAZIONALE SOCIALISTA SBARCA A TRAPANI
TERZA PARTE – DA TRAPANI A SYDNEY
QUARTA PARTE – LA NAVE DEI DISPERATI
QUINTA PARTE – L’ITALO-AUSTRALIANO
SESTA PARTE – L’ESILIO DI ORANGE
SETTIMA PARTE – L’AUSTRALIAN SOCIALIST LEAGUE
OTTAVA PARTE – UN VIAGGIO IN EUROPA
NONA PARTE – FAREWELL TO SYDNEY
DECIMA PARTE – SCEUSA CONTRO NASI

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Dopo l’iniziale neutralità, Mussolini, come Sceusa, sostiene l’ingresso in guerra dell’Italia

Sceusa viene sostenuto anche dall’aristocrazia agraria, che evidentemente odiava Nasi più di quanto odiasse i socialisti, ma alla fine non c’è niente da fare. Nasi è troppo forte e, nonostante un decennio di quella che i nasiani chiamavano persecuzione giudiziaria, viene eletto con 2431 voti contro i 934 di Sceusa (link).

Mentre a Trapani Nasi monopolizza la scena, in Europa la tensione è alle stelle e l’attentato di Sarajevo innesca una reazione a catena che incendia tutta l’Europa. L’Italia, dopo l’iniziale ambiguità, entra in guerra al fianco di Francia e Inghilterra per mano di un ministro che, ironia della sorte, faceva Sydney di nome, Sydney Sonnino. Nel giugno 1915 su La Voce socialista, giornale di Trapani, Sceusa lancia un appello per sostenere l’entrata in guerra dell’Italia, comportamento simile a quello di un altro socialista, l’ex direttore dell’Avanti! Benito Mussolini.

E’ l’ultima importante presa di posizione di Sceusa. La sua salute si aggrava e solo la carità degli amici e un sussidio che gli passa il partito gli consentono di tirare avanti sino al 21 giugno 1919, quando muore all’età di 68 anni.

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Sceusa negli ultimi anni

Presto viene dimenticato. A quei tempi ci sono cose ben più importanti a cui pensare, tuttavia chi non lo dimentica è la polizia politica. Ed è curioso che dopo aver dato tante preoccupazioni ai governi mentre era in vita, continui a darle anche da morto. Nel 1935 infatti, lo stesso anno della morte di Nasi, è tecnicamente ancora sotto sorveglianza e il Casellario Politico Centrale chiede al prefetto di Trapani Sergio Dompieri notizie su Sceusa lamentandosi che l’ultimo aggiornamento risalisse a più di vent’anni prima!

Questa è la storia di Francesco Sceusa. L’evoluzione dall’anarchismo duro e puro di Bakunin al riformismo di Bissolati, le avventure semiclandestine della gioventù, il contributo dato all’Internazionale dei lavoratori, l’impegno sociale in Australia, ne fanno sicuramente il socialista trapanese più famoso. Lasciamo agli storici il compito di approfondire il suo pensiero e le sue opere. Peccato che la sua Autobiografia di un altruista, scritta quando era in Australia, sia andata perduta. Crediamo di poter dire senza ipocrisie che il titolo rispecchiasse la sua personalità.

(CONTINUA…)

ADDENDUM – LOUISA SWAN