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TRA LE ALPI E LE PIRAMIDI – SECONDA PARTE

PRIMA PARTE

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Jacques-Louis David: Napoleone

Torniamo a quel 4 giugno 1798. I favignanesi, sospettosi e preoccupati, mandano un messaggio al Senato di Trapani, ma prima di ricevere le direttive sul comportamento da tenere, una lancia, il cui comandante è incaricato dal generale Bonaparte in persona di cercare delle provviste, approda nell’isola. Nicolò Burgio, cronista dell’epoca, racconta che chiede della verdura e dopo averla ottenuta, se ne torna tranquillamente a bordo. I favignanesi non possono certo contravvenire ai più elementari doveri di ospitalità…

I francesi così si allontanano verso Malta, che a differenza di Favignana, rifiuta di aiutarli. Napoleone non è contento. Dopo un bombardamento, ordina l’invasione, e superato questo contrattempo, ordina ai suoi, fino ad allora ignari della destinazione finale del viaggio, di proseguire per l’Egitto.

Parte delle navi della flotta francese però ricompare a Trapani il 14 giugno. E’ sempre Nicolò Burgio a raccontarlo. Questa volta le navi, una decina, entrano in porto, ne scendono ufficiali e soldati semplici, alcuni pure armati, e vanno in giro per la città per il solito rifornimento. Aiutati anche dal vino locale, cominciano a turbare l’ordine pubblico, girando ubriachi, buttandosi a mare e venendo a più riprese alle mani con gruppi di trapanesi, che non si fanno pregare per attaccare briga. Comincia pure a girare la fake news che i francesi fossero venuti per invadere la città.

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La circolare del 2 luglio 1798 di Ferdinando di Borbone

Le prime zuffe sono in Via Biscottai, poi si spostano in Piazza Iolanda. Le notizie corrono veloci da arrivare fino al Passo ladri da cui partono dei rinforzi per dare man forte contro gli invasori.

Va a finire che, a distanza di cinquecento anni dai Vespri Siciliani (link), ricomincia la caccia al francese e alla fine è forse una fortuna che sono solo tre a lasciarci la pelle. Il comandante francese, proibisce ai suoi di sbarcare armati e accelera il carico di vettovaglie in modo da ripartire subito dopo.

Così la città ritorna alla routine quotidiana. La reazione del re di Sicilia Ferdinando è stizzita. Per evitare il ripetersi degli spiacevoli incidenti, emette una circolare per proibire lo sbarco a terra di truppe armate, e introduce una serie di limitazioni per quelle disarmate. Ignoriamo invece la reazione di Napoleone agli incresciosi fatti. Forse neanche lui l’ha presa bene, o forse si, pensando che in fin dei conti, per tutte le provviste i francesi non hanno tirato fuori neanche un tarì e alla il conto sarà saldato dai cittadini trapanesi… 

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TRA LE ALPI E LE PIRAMIDI – PRIMA PARTE

Calorosi e infreddoliti lettori, cominciamo il nuovo anno con un articolo a tema storico.

Il 4 giugno del 1798 delle imbarcazioni sconosciute si avvicinano a Favignana. Sono tante, almeno sessanta, e non si capisce da dove vengano. La sorpresa lascia subito spazio alla preoccupazione: è l’invasione di una armata straniera o sono corsari?

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Pierre Martinet – L’imbarco dell’armata d’Egitto a Tolone

Come al solito facciamo un passo indietro. Ricordiamo che siamo nel 1798. Circa dieci anni prima la Rivoluzione Francese aveva dato il via a una serie di guerre in Europa col risultato che i francesi avevano conquistato praticamente tutta l’Europa continentale. L’unica potenza che ancora resiste è la Gran Bretagna, e per sconfiggerla i francesi si affidano a colui che era stato il principale protagonista della campagna d’Italia, Napoleone Bonaparte. Inizialmente si pensa a una invasione diretta, ma siccome la Royal Navy è ancora molto forte, nella testa del non ancora trentenne Bonaparte si fa strada l’idea di invadere l’Egitto, colonia inglese, strategicamente importantissima in quanto da lì passano tutte le comunicazioni tra Inghilterra e India, colonia inglese anch’essa. Bloccare i commerci con l’India avrebbe messo in ginocchio la Gran Bretagna, forse per sempre.

Il 9 maggio l’armata è pronta. Al molo di Tolone 16.000 marinai e 38.000 soldati sono pronti a imbarcarsi su 60 navi da guerra e 280 navi da trasporto. C’è ovviamente anche Napoleone e il suo carisma è tale che ai suoi non ha bisogno nemmeno di rivelare dove sono diretti. E’ sufficiente dire che si va a combattere in terra nemica e tanto basta. Così il 19 maggio, dopo un rinvio di qualche giorno a causa del maltempo, finalmente si salpa in direzione sud.

SECONDA PARTE

IL TRIANGOLO DEL CANNOLO

Beddi cannola di Carnalivari
Megghiu vuccuni a lu munnu ‘un ci nn’è:
Su biniditti spisi li dinari;
Ognu cannolu è scettru d’ogni Re.
Arrivinu li donni a disistari;
Lu cannolu è la virga di Mosè:
Cui nun ni mangia si fazza ammazzari,
Cu li disprezza è un gran curnutu affè!
Giuseppe Pitré: Usi, costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano

Le polemiche sono inevitabili quando si parla di preferenze culinarie. Siamo consapevoli che ci stiamo addentrando in un terreno minato, ma senza paura oggi proviamo a rispondere alla domanda impossibile: dove si mangia il cannolo più buono?

canna_per_cannoli

La parola cannolo deriva dal fatto che le cialde venivano avvolte attorno alle canne di fiume

Si narra che ai tempi dei romani un avvocato giovane e ambizioso appena arrivato a Lilybeum, oggi Marsala, sia rimasto impressionato da un tubo farinaceo ripieno di un dolcissimo cibo a base di latte. “Tubus farinarius dulcissimo edulio ex lacte fartus” esclamò! L’avvocato era Cicerone, che a Marsala cominciò la sua carriera politica, peccato però la citazione sia falsa.

E’ più probabile che il cannolo sia nato in Sicilia durante la dominazione araba. La leggenda vuole che a inventarlo siano state le donne dell’harem dell’emiro dell’allora Qalc’at al-Nissa, Caltanissetta, che erano solite dedicarsi alla preparazione di dolci quando il loro comune marito era lontano da casa. I cannoli si diffusero rapidamente e il loro successo fu così grande i siciliani continuarono a mangiarli anche dopo che gli arabi lasciarono l’isola.

cannoli_canditi

Saranno veri cannoli?

Quali caratteristiche deve avere un cannolo?

Innanzitutto la totale assenza di canditi. Se vedete qualcosa di colorato, siano arance o ciliegie candite o granella, scappate subito. Non deve esserci niente oltre alle gocce di cioccolato.

Poi la consistenza della ricotta che deve essere densa, rugosa e semiopaca. E’ il segno , buono, che la ricotta contiene poco zucchero ed è poco lavorata. E siccome lo zucchero agisce come conservante, la ricotta rischia di inacidirsi facilmente. Per questo motivo i cannoli devono essere consumati al più presto dopo la preparazione. Ricordate, se il bianco è troppo lucido, diffidate…

cannoli_piccoli

E questi saranno veri cannoli?

Le dimensioni contano, eccome, e un cannolo troppo piccolo è un cannolo da evitare. Su quali siano le dimensioni minime la redazione del blog non si è trovata d’accordo, diciamo che la parte inferiore misurata da punta a punta difficilmente può essere inferiore a 25 centimetri. I maliziosi insinuano che furono le inventrici del cannolo, chiaramente non soddisfatte dall’emiro, a stabilire queste misure.

Infine la ricotta, che deve essere fatta solo con latte di pecora. Non latte di vacca, di capra, o simili. E poiché le pecore vanno in asciutta, cioè non producono latte, da agosto fino alla fine dell’anno, siate prudenti coi cannoli che vedete in questo periodo. Cioè, si possono fare con latte prodotto in precedenza o con ricotta precedentemente congelata o in altri modi ancora, e sono buoni lo stesso, ma…

cannoli

O forse questi?

Quanti cannoli rispettano questi parametri? Un sondaggio tra lo staff del blog, ha individuato una particolare area geografica, dove i cannoli hanno più o, meno queste caratteristiche, e neanche tutte a dire il vero. Ne è uscito fuori una sorta di triangolo allungato che ha per vertici NapolaDattilo e Ummari. Diciamo che se mangiate un cannolo all’interno del triangolo del cannolo potete stare abbastanza tranquilli. Più ci si allontana e più si rischia.

Ummari e Dattilo, oltre che Fulgatore all’interno del suddetto triangolo, sono tre piccole frazioni che si raggiungono facilmente in macchina grazie a due uscite dell’autostrada A29. La leggenda vuole che non sia frutto del caso, ma opera di un politico particolarmente goloso. Sarà vero? Chi lo sa, noi non ci stupiremmo affatto.

In conclusione. Dove si mangia il cannolo più buono? Beh, a questo punto preferiamo che a rispondere siate voi …

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Il triangolo del cannolo visto da Google Maps

Cenare con il cous cous del
ghetto di Trapani e riuscire a buttar giù anche un
solo cannolo di Dattilo è pura fiction.
Pietro Orsatti – In morte di don Masino

UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – SECONDA PARTE

(UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – PRIMA PARTE)

Cari lettori, la settimana scorsa abbiamo lasciato Nicolò Corrao vicino la Chiesa di Sant’Orsola. E’ in compagnia di Grazia, una schiava a cui era concesso allontanarsi da casa senza tanti problemi. Se seguite questo blog conoscete gli articoli che al riguardo abbiamo già scritto (ad esempio questo).

Corrao e Grazia entrano nel cimitero della chiesa per un colloquio riservato che si conclude con la perdita della verginità della giovane.

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La chiesa di Sant’Orsola a Erice

Fosse stata una semplice fanciulla forse non avremmo mai saputo dell’episodio, ma per sfortuna di Corrao, la padrona Antonina Castelli, sentendosi defraudata dei suoi diritti su Grazia, lo denuncia al tribunale vescovile.

Corrao ne ha già combinate molte e, come misura precauzionale, prima che il tribunale si pronunci, è messo al bando, cioè viene bandito, dall’autorità ecclesiastica ericina, che diffida chiunque voglia dargli aiuto o ospitalità. Le cose si mettono male e al povero, si fa per dire, sacerdote non rimane altro che andare dal vescovo. Ricordiamo ai lettori che allora non esisteva un vescovato a Trapani, che ricadeva sotto la giurisdizione di Mazara, Su questo torneremo un’altra volta, ora continuiamo a seguire le vicende di Corrao.

In quel momento il vescovo era Giacomo Lomellino del Campo. Secondo altre fonti si chiamava del Canto. Noi lo chiameremo semplicemente Giacomo Lomellino per non sbagliarci. Non sappiamo che tipo fosse. Sappiamo solo che mantenne il vescovato di Mazara per un decennio circa prima di diventare vescovo di Palermo nel 1571.

Il Corrao arriva da Giacomo Lomellino, oberato da una serie di accuse pesanti: debiti non pagati, minacce, mancata consegna di documenti della curia da lui tenuti anche dopo il licenziamento, mancata obbedienza all’ordine e tanto, ma veramente tanto, altro. Lo storico Antonino Amico, quasi coevo di Corrao, dice che tutto ciò era sufficiente per definirlo un soggetto degenerato.

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Papa Pio IV. Il 17 aprile 1562 nomina Giacomo Lomellino vescovo di Mazara

Corrao teme il peggio e davanti al vescovo invoca la tesi del complotto. Le accuse erano tutta una montatura di soggetti malevoli che volevano la sua rovina materiale e spirituale. La linea difensiva è rischiosa, ma convincente al punto che il vescovo scrive al giudice di prima istanza di Monte San Giuliano di sospendere immediatamente qualsiasi azione a carico di Corrao, avallandone quindi la tesi difensiva. Tutto finito quindi? Non ancora. Il suo nome torna nelle cronache giudiziarie nel 1574 quando una donna denuncia il Corrao “como diabolico spiritu ducto insultao ad ipsa accusatrichi in la strata publica per volirici levari lu honuri et di sfessarla”.

Scommettiamo che a questo punto volete sapere come va a finire? Lo vorremmo sapere pure noi, ma le cronache dell’epoca si interrompono di colpo. Su cosa successe dopo si possono fare solo delle ipotesi. Corrao venne incarcerato e non fu più lasciato uscire? Mmmh, ne dubitiamo. Le cronache non riportano nessuna testimonianza al riguardo. Forse ebbe veramente paura di finire in prigione, ma se la cavò ancora una volta. Lo spavento fu tale però che una volta scampato il pericolo decise di rigare dritto. Anche questa ipotesi non ci convince appieno. Cu nasci tunnu un pò moriri quatratu, diceva Natale di Mery per sempre. Più probabilmente, per sfuggire alla giustizia o per un implicito patto con essa, Corrao abbandonò il Monte San Giuliano facendo perdere le tracce ai memorialisti dell’epoca. Non escludiamo neanche una morte improvvisa che mise fine a tutti i processi in corso. Tuttavia sono solo puri esercizi di immaginazione, quale sia stato veramente il destino di Nicolò Corrao non è dato sapere…

UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – PRIMA PARTE

Cari lettori, dopo la breve pausa estiva riprendiamo con un articolo ambientato nella Erice del ‘500, che allora si chiamava Monte San Giuliano e che era un borgo tranquillo dove non succedeva mai niente.

Non succedeva mai niente, ne siamo proprio sicuri? All’epoca non c’erano giornali, tuttavia gli argomenti di cui parlare non mancavano.

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Porta Spada

Un caso è quello del chierico Mario Corso, che è costretto a pagare una multa di 20 unze, somma considerevole (link), e a cui viene proibito di “practicare o conversare tanto nella casa sua quanto altrove con Joannella Lumbardo chi è puctana”. Forse non è difficile immaginare cosa aveva combinato…

Il sacerdote Marco Coppola invece nella strada poco frequentata tra Porta Spada, così chiamata perché molti francesi durante i Vespri erano stati passati a fil di spada (link), e Porta del Carmine, incontrando le mogli di due suoi cugini, le infastidisce così: “Si nun fussi pi rispettu di li mei cucini, vi ricissi chi vi vulissi fari”. Il Coppola, denunciato, se la cava con una lieve pena pecunaria.

Il caso più eclatante di tutti è però quello di Nicolò Corrao, il detentore dei libri contabili della curia, che a mezzanotte del 10 novembre 1564 si presenta a casa di un certo Pietro Triglia, sapendo che in quel periodo era lontano da Erice, col dichiarato scopo di fare visita alla moglie Francesca e di “vulirila disonestari”. La donna non cede e il Corrao, dopo aver tentato invano di forzare la porta, se ne va imprecando.

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Castello di Venere, in passato usato anche come carcere

La momentanea vittoria non basta a Francesca. Il prete viene denunciato e successivamente condannato ad una pena lieve, troppo lieve perché già il 22 aprile 1565 lo ritroviamo assieme ad alcuni amici per un’altra poco meritoria impresa. Il gruppo fa visita a una certa Vitria Guarnotti, col duplice scopo di violentarla e derubarla. Il tentativo di stupro non riesce perché Vitria si rifugia dai vicini, ma gli aggressori portano via “molta quantità di tela, filo, gioie et altri attrezzi di casa e galline del valore di onze dieci; più altra quantità di tela, del valore di onze due”.
Al processo viene fuori che il Corrao aveva già perseguitato la donna aspettandone il passaggio per le strade e chiamandola “Beddra mia!”.

Giudicato nuovamente colpevole, viene rinchiuso nel Castello di Venere, ma a quanto pare ancora un volta se la cava con poco.

Nel giugno 1566 infatti viene accusato di concubinaggio con Antonella e Franceschella Scuderi, madre e figlia, e questa accusa a quanto pare è giudicata dalla Curia più severamente delle precedenti, perché gli costa il posto di lavoro, che nonostante tutto, ancora deteneva.

Ma il lupo, si sa, perde il pelo ma non il vizio e allora il 18 giugno 1567 ce lo ritroviamo presso la chiesa di Sant’Orsola.

Ma per scoprire cosa ha combinato bisogna avere un po’ di pazienza. Riprendiamo fiato e ci diamo appuntamento fra una settimana…

(CONTINUA…)

PONS, CARTOLERIA O MONUMENTO FUNEBRE?

Nel ‘900 una cartoleria molto famosa si trovava a Piazza Scarlatti. Si chiamava Pons e il titolare era un certo dottor Calabrese.

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Negli anni ’60, quando il signor Calabrese morì, l’immobile venne comprato dal Comune di Trapani, che però non aveva le idee chiare sul suo utilizzo. E da allora le cose non sono cambiate molto. Ancora oggi si discute su cosa sarebbe meglio farne. Un ufficio informazioni, una galleria d’arte o un piccolo teatro? Darlo in affidamento al Trapani Calcio, o semplicemente demolire tutto?

Dopo l’acquisto da parte del Comune, l’edificio fu ristrutturato in uno stile abbastanza particolare. La forma cubica, le pietre di marmo bianco e grigio e l’aspetto austero danno all’ex cartoleria un aspetto leggermente lugubre al punto che una volta dei buontemponi, evidentemente non amanti dell’architettura razionalista, deposero dei fiori davanti la porta.

Pons_1Nel corso degli anni l’edificio è stato usato per diversi scopi: da sala conferenze a mostra sugli artisti trapanesi della seconda metà del ‘900, a cui era presente tra l’altro Domenico Limuli, a magazzino per la vicina biblioteca Fardelliana.

In un’occasione è stato perfino listato a lutto e adibito a camera ardente. E stavolta non era uno scherzo. Il morto c’era davvero. Era un impiegato della provincia e non sappiamo se l’idea della veglia particolare sia dovuta alla sua volontà o a quella dei familiari. L’idea però è originale e sinceramente ci piace e quindi la facciamo nostra. Perché non affittare l’edificio ai defunti dando nel frattempo un po’ d’ossigeno alle asfittiche finanze comunali?

CICIREDDU

CiciredduIl cicireddu è un comunissimo pesce del Mediterraneo, protagonista della cucina trapanese. Piace soprattutto ai pigri perché le spine sono così piccole che si mangiano senza problemi.

Tuttavia oggi non parliamo di ricette, ma di teatro perché il cicireddu è anche il protagonista di un aneddoto nato in una viuzza del centro storico dove si svolgeva il teatro dei pupi.

I pupari, padre e figlio, erano nel pieno della battaglia tra saraceni e cristiani. A un certo punto si avvertì una abbanniata provenire dall’esterno: “Cicireddu frittu, cicireddu di tramontana!

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Sorpreso, il figlio si rivolse al padre: “Papà, sta passando quello del cicireddu“.

Tra gli spettatori si diffonde un’atmosfera di incertezza. Che c’entrava il cicireddu con l’accanita lotta che era in corso?

Ma il padre, da vecchio volpone e con grande prontezza, continuando a muovere i fili dei pupi, rispose con voce stentorea: “Comprane un chilo” e dopo una breve pausa  aggiunse:”Stasera lo faremo arrostito sotto le mura di Parigi!”

Fu un successo. Gli spettatori apprezzarono l’improvvisazione perfettamente amalgamata col resto della storia e applaudirono fragorosamente, facendo entrare il cicireddu nella storia dell’opera dei pupi. 

Nota: L’aneddoto è raccontato da Giuseppe di Marzo negli Echi dialettali della vecchia Trapani con la differenza che a dare origine alla serie di battute fu il figlio e non il padre. Noi abbiamo scelto di raccontare una versione che ci sembra più verosimile.