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L’AMMIRAGLIO DEL RE

“Questo guerriero che univa alla fierezza di un siciliano, l’impetuosità di un francese, si vide costretto nel tempo stesso a domare il mare e l’inimico.”
Giuseppe Maria di Ferro

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Richelieu, cardinale e primo ministro di Luigi XIII

Pasquali lettori, oggi parliamo di Marino Torre, giovane trapanese amante del mare, che all’inizio del ‘600 arriva alla corte del re di Francia. Il re Luigi XIII e il potentissimo primo ministro, il cardinale Richelieu, ne rimangono impressionati e quindi lo prendono al loro servizio.

La prima impresa è contro i corsari del Mediterraneo protetti dall’Algeria che offriva loro riparo e protezione, uno stato canaglia in pratica. Non sappiamo molto di questa campagna, ma sta di fatto che Marino Torre li porta a più miti consigli prima di rientrare in Francia.

In quel momento la tensione tra cattolici e ugonotti, cioè protestanti, era altissima, ma per capire perchè dobbiamo fare un passo indietro.

Un centinaio di anni prima Martin Lutero aveva pubblicato le sue tesi, dando il via allo scontro tra cattolici e protestanti, scontro che dalla Germania si diffuse in tutti i principali paesi europei. La Francia fu devastata dalle guerre di religione per tutta la seconda metà del XVI secolo fin quando il re Enrico IV, con l’Editto di Nantes, riconobbe la libertà di coscienza in ambito religioso. Non ci voleva poi tanto alla fine.

Peccato che nel 1610 il re venne ucciso per mano di un estremista cattolico e il successore, suo figlio Luigi di appena nove anni, venne affiancato fino alla maggiore età dalla mamma, l’italiana Maria de Medici, che ruppe il delicato equilibrio segnando il ritorno al potere della fazione cattolica.

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La tomba di Marino Torre nel viale principale del cimitero di Trapani

L’inevitabile reazione degli ugonotti ebbe il suo centro nella cittadina di La Rochelle sull’Oceano Atlantico, presa con l’aiuto della flotta inglese. Siamo nel 1627 e Luigi XIII, nel frattempo diventato maggiorenne, e il cardinale Richelieu affidano la flotta a Marino Torre che mette in pratica il blocco navale a la Rochelle per evitare che gli inglesi la rifornissero di viveri e di armi. Il 28 ottobre 1628, dopo un anno di assedio e anche in seguito a un paio di colpi azzeccati di Marino Torre, La Rochelle capitola. Luigi XIII, che aveva seguito da vicino tutte le operazioni militari, entra in città il primo novembre.

La resa è incondizionata. Gli ugonotti perdono tutti i diritti territoriali, politici e militari, mantengono solo una semplice tolleranza religiosa. Ma che succede a Marino Torre?

Per l’opera svolta viene decorato con la Croce Militare di San Michele, il cui motto, Immensi tremor oceani, è visibile ancora oggi sulla sua tomba nel cimitero di Trapani e col prestigiosissimo Ordine dello Spirito Santo.

Pacificata la Francia con la presa di La Rochelle, anche Luigi e Richelieu si calmano e in quella fase della guerra dei trent’anni allora in corso preferiscono impegnare più le armi della diplomazia che quelle tradizionali. Non si hanno notizie di altre imprese di Marino Torre. Qualche anno dopo ritorna per un breve congedo a Trapani, dove viene improvvisamente colto da malore. Era il 1633. Aveva 50 anni e ci piace pensare che il più grande ammiraglio trapanese che la storia ricordi sia stato stroncato non dalla fatica delle battaglie, ma, al contrario, proprio dall’inattività dopo la memorabile impresa de la Rochelle.

Nota: l’articolo si basa sulla biografia di Marino Torre scritta dal Di Ferro che indica il 1609 come anno di inizio del servizio di Marino Torre alla corte di Luigi XIII. In realtà nel 1609 il sovrano di Francia è ancora Enrico IV, quindi se la data indicata dal Di Ferro è corretta, Marino Torre comincia a servire il regno di Francia sotto Enrico IV. Oppure semplicemente la data del suo trasferimento in Francia va spostata in avanti di qualche anno.

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IL TENORE DI TRAPANI – TERZA PARTE

Lirici lettori, se non l’avete già fatto, leggete le prime due parti e poi tornate da queste parti. Scopriremo assieme la verità sui fischi a Caruso.

PRIMA PARTE
SECONDA PARTE

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La copertina del libro Caruso, a biography di Pierre Key

Come abbiamo visto sembrava solo una credenza popolare. E invece il libro Enrico Caruso, a biography, scritto da Pierre Key con la consulenza di Bruno Zirato, assistente dello stesso Caruso, di Giovanni Caruso e di Dorothy Benjamin, rispettivamente fratello e moglie di Enrico, getta nuova luce sull’episodio. In realtà la luce è nuova solo per noi dato che il libro fu pubblicato pochi mesi dopo la morte di Caruso. Torniamo allora a quel 14 febbraio 1896. Il giorno della prima Caruso si trovava ospite del baritono Enrico Pignataro.

Dichiarò di aver bevuto” scrive Key “non più della stessa quantità di vino che era solito bere a casa. Cosa gli sfuggì evidentemente fu il carattere più pesante del vino siciliano, per cui quando provò ad alzarsi dalla tavola, si accorse che sia le gambe che la testa erano malferme.” Il baritono lo portò a fare due passi, e forse una boccata d’aria era proprio quello che ci voleva, ma… “Se si fosse accontentato di fermarsi a questo punto, forse tutto sarebbe andato bene. Invece fece bere un cicchetto all’ancora rintontito Caruso, e questo concluse la faccenda. Caruso dovette distendersi. Le ore passarono; arrivarono le 8. Il pubblico già riunito e l’infuriato impresario chiesero spiegazioni al baritono. E così si venne a sapere la verità. Caruso stava ancora dormendo quando gli addetti del teatro lo raggiunsero. Quasi un’ora dopo quando mise piede sul palco, la sua testa non era per niente chiara come l’importanza del debutto avrebbe richiesto.” Key va avanti e racconta che davanti al pubblico già infastidito per la lunga attesa “la voce di Caruso rispondeva bene, ma i testi non erano chiari quanto la musica nella sua testa. Subito vennero la parole ‘le sorti della Scozia’. Non fu mai capace di spiegarsi perché avesse cantato ‘le volpi della Scozia’. Non appena le parole gli uscirono dalla bocca, i brusii si trasformarono in tumulti. L’impresario cercò invano di riportare l’ordine. Fu fatto calare il sipario e al pubblico furono fatte le scuse a nome del tenore che, fu riferito, non si era ancora ripreso dagli effetti del viaggio in nave.”

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Il baritono Pignataro (a sinistra) con Enrico Caruso

La sera successiva, racconta sempre Key, le cose andarono un po’ meglio, anche se non tutto filò liscio: il pubblico si divise in due fazioni, altrettanto rumorose, una pro e una contro Caruso. Al momento di uscire dal palco fu fermato da un gruppo di giovani trapanesi dall’aspetto minaccioso. Ma costoro, anziché aggredirlo, lo rimproverarono bonariamente perché non aveva prestato loro la dovuta attenzione dopo che era stato incoraggiato ininterrottamente per tutta l’esibizione. E lo scortarono fino all’alloggio dandosi appuntamento per l’indomani. L’indomani, tuttavia, a causa del comportamento poco professionale dei giorni precedenti, fu licenziato in tronco.

Finita qui? Neanche per sogno. Stava per imbarcarsi su un vascello in partenza per Napoli, quando venne richiamato in gran fretta. Era successo che al Teatro Garibaldi il pubblico si era accorto che al suo posto si stava esibendo un altro tenore ed era in tumulto. “Vogliamo la volpe di Scozia“, come ormai veniva chiamato Caruso.  Senza farsi riconoscere, Caruso pagò il biglietto ed entrò in teatro, ma appena i presenti si accorsero di lui, lo trascinarono di peso sul palco per finire l’atto cominciato dall’altro tenore. Racconta Key che il resto della permanenza a Trapani trascorse, finalmente, senza incidenti, ma che dopo quindici anni i trapanesi si ricordavano di lui e lo chiamavano a gran voce “Volpe della Scozia”.

Secondo il racconto di Key quindi i fischi a Caruso sono tutt’altro che una diceria e il principale responsabile fu il baritono che un bicchiere dopo l’altro fece ubriacare la volpe della Scozia. Per togliere ogni dubbio bisognerebbe chiedere allo stesso Caruso, peccato che non sia più possibile…

IL TENORE DI TRAPANI – SECONDA PARTE

PRIMA PARTE

Cari lettori, quanto c’è di vero e quanto di fantasia nella storia raccontata la settimana scorsa? Il Mandracchio, usando parole sfumate, ha confermato se non i fischi, almeno la performance deludente di Caruso, che dei fischi fu la causa. Per la melodrammatica storia d’amore invece le cose sono più complicate. Molta della sua fama è dovuta al libro di Frank Thiess Der Tenor von Trapani, pubblicato una ventina d’anni dopo la morte di Caruso dalla casa editrice Reclam di Lipsia. Il libro ha ispirato anche il film Enrico Caruso, leggenda di una voce del 1951 in cui Caruso è interpretato da Ermanno Randi, e Stella dalla già famosa Gina Lollobrigida. (link alla pagina del film su Wikipedia)

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Il tenore di Trapani, pubblicato in Italia dalla casa editrice Frassinelli

Ma quanto sono attendibili le vicende narrate nel libro, nel film e, umilmente, anche su queste pagine la settimana scorsa?

Cominciamo col dire che a Trapani un barone Cangemi non è mai esistito. E’ esistito invece il marchese Giuseppe Platamone, che abbiamo già incontrato quando abbiamo parlato della nascita del calcio a Trapani (link). Ai tempi dell’esibizione al teatro Garibaldi, Enrico Caruso aveva 23 anni, Giuseppe Platamone 20, età che ben si addicono a una rivalità amorosa.

A Trapani si racconta pure che Enrico Caruso fosse amico della famiglia del marchese e, negli anni successivi, quando passava da Trapani, era solito fermarsi a dormire da loro. Ma c’è dell’altro. Sempre la voce del gossip trapanese racconta che quel 14 febbraio 1896 Enrico, disperato dopo i fischi ricevuti, non solo si volesse buttare giù dalle mura di tramontana, ma lo fece veramente. Non riuscì nell’intento suicida solo perché, anziché sugli scogli, cadde sullo strato di alghe che li ricopriva. I più anziani testimoniano che in passato ci sono stati diversi casi di ragazzi che per fare una bravata hanno emulato il gesto di Caruso tuffandosi pure loro dalle mura.

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Ermanno Randi, che interpreta Caruso, e Gina Lollobrigida. A soli 31 anni, poco dopo l’uscita del film, Randi verrà ucciso dal compagno in un attacco di gelosia

Questa versione dei fatti è stata sempre contestata dagli eredi di Caruso. I familiari dopo aver cercato invano di bloccare l’uscita del film, hanno citato in giudizio la casa produttrice, la Tirrena Asso Film, che avrebbe dato una immagine negativa del loro congiunto. Dopo un iter giudiziario che arrivò fino alla Cassazione, i giudici hanno riconosciuto che la Asso Film, nelle scene relative all’ebbrezza e al tentato suicidio, ovvero quelle ambientate a Trapani aveva effettivamente offeso l’onore di Caruso, e per questo fu condannata a pagare agli eredi due milioni di lire. Sembrano tanti, ma non lo erano. Gli eredi di Caruso si aspettavano molto di più, ma quello che ci interessa è che per la magistratura i fatti di Trapani non sono mai successi.

Sembra tutto chiaro. I fischi a Caruso e quello che successe dopo non sono che una fake news d’epoca. Il caso è chiuso!

Eppure…

(CONTINUA…)

IL TENORE DI TRAPANI – PRIMA PARTE

La vita mi procura molte sofferenze. Quelli che non hanno mai provato niente, non possono cantare. Enrico Caruso

Melodici lettori, in tempo di Festival di Sanremo non possiamo esimerci dal raccontare la storia di un cantante  che ha mosso i primi passi, anzi i primi acuti, proprio a Trapani.

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Lina Cavalieri ed Enrico Caruso

13 febbraio 1896. A Trapani arriva la compagnia Cavallaro, per mettere in scena al Teatro Garibaldi la Lucia di Lammermoor di Donizetti “per l’interpretazione della signorina Cavalieri e dei signori Caruso, La Puma, Franchetti e Lauria” come recita un giornale dell’epoca. Il signor Caruso è Enrico Caruso, da molti considerato il più grande tenore di tutti i tempi.

La prova generale è prevista per l’indomani, il 14 febbraio, e la prima il giorno successivoAlle motivazioni professionali il giovane Enrico univa anche quelle personali dato che si era unito alla compagnia di Cavallaro da poco proprio per avere l’occasione di reincontrare Stella, sua vecchia fiamma, che si era trasferita a Trapani dopo aver sposato il barone Cangemi, discendente di una nobile famiglia trapanese.

Sembra incredibile, ma la grande occasione per il romantico Enrico è un fiasco. Alla prova generale si presenta sul palco completamente ubriaco e il pubblico trapanese, che gremiva il teatro nonostante fosse “solo” una prova, lo fischia sonoramente. Per il sensibile Enrico il dispiacere è grande, e viene reso ancora più insopportabile dalla presenza tra il pubblico proprio di Stella. Si rifugia sulle mura di tramontana, pensa anche di buttarsi di sotto e farla finita, ma, come in un film, lo raggiunge Stella, che ancora innamorata, lo dissuade dai disgraziati propositi e lo incoraggia a continuare a cantare. Di lasciare il marito però non se ne parla. E così Enrico e Stella si dicono addio, ma prima di salutarsi per sempre, si baciano per la prima, ed ultima, volta. E’ la sera di San Valentino del 1896.

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Il Teatro Garibaldi – Foto Archivio Fundarò

La storia di Caruso a Trapani però non finisce qui. Ripresosi dalla sbronza, il sobrio Enrico, a cui la voce non mancava, alla prima incanta l’esigente pubblico trapanese. Il Mandracchio, giornale trapanese dell’epoca, parla di “successo entusiastico, per merito principale d’una esecuzione accurata, lodevolissima sotto tutti i rapporti.“. E ancora: “il tenore Caruso che avevamo veduto indisposto alla prova generale, presentossi la prima sera con timor panico straordinario e non ebbe campo di farsi apprezzare come egli avrebbe desiderato. Pure l’accoglienza del pubblico fu benevola ed in certi punti incoraggiante. La voce del Caruso è di tenore leggero, tanto difficile nella attuale carestia artistica, è simpatica di timbro notevolissimo ed il suo canto è corretto ed aggiustato abbastanza.

La tappa trapanese della tournée prevede altre due esibizioni: la Cavalleria rusticana di Mascagni e i Pagliacci di Leoncavallo. Sempre il Mandracchio scrive: “Il Caruso, entrato completamente nelle simpatie del pubblico trapanese, è stato fatto segno di calorose dimostrazioni di applausi in tutta l’opera, specialmente nella Siciliana e nel duo con Santuzza, nel brindisi e nell’addio alla madre.

E’ la definitiva riabilitazione di Caruso che può continuare la sua incredibile carriera artistica. E pensare che tutto sarebbe potuto finire sugli scogli davanti le mura di tramontana!

SECONDA PARTE

TRA LE ALPI E LE PIRAMIDI – SECONDA PARTE

PRIMA PARTE

Napoleon til Hest

Jacques-Louis David: Napoleone

Torniamo a quel 4 giugno 1798. I favignanesi, sospettosi e preoccupati, mandano un messaggio al Senato di Trapani, ma prima di ricevere le direttive sul comportamento da tenere, una lancia, il cui comandante è incaricato dal generale Bonaparte in persona di cercare delle provviste, approda nell’isola. Nicolò Burgio, cronista dell’epoca, racconta che chiede della verdura e dopo averla ottenuta, se ne torna tranquillamente a bordo. I favignanesi non possono certo contravvenire ai più elementari doveri di ospitalità…

I francesi così si allontanano verso Malta, che a differenza di Favignana, rifiuta di aiutarli. Napoleone non è contento. Dopo un bombardamento, ordina l’invasione, e superato questo contrattempo, ordina ai suoi, fino ad allora ignari della destinazione finale del viaggio, di proseguire per l’Egitto.

Parte delle navi della flotta francese però ricompare a Trapani il 14 giugno. E’ sempre Nicolò Burgio a raccontarlo. Questa volta le navi, una decina, entrano in porto, ne scendono ufficiali e soldati semplici, alcuni pure armati, e vanno in giro per la città per il solito rifornimento. Aiutati anche dal vino locale, cominciano a turbare l’ordine pubblico, girando ubriachi, buttandosi a mare e venendo a più riprese alle mani con gruppi di trapanesi, che non si fanno pregare per attaccare briga. Comincia pure a girare la fake news che i francesi fossero venuti per invadere la città.

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La circolare del 2 luglio 1798 di Ferdinando di Borbone

Le prime zuffe sono in Via Biscottai, poi si spostano in Piazza Iolanda. Le notizie corrono veloci da arrivare fino al Passo ladri da cui partono dei rinforzi per dare man forte contro gli invasori.

Va a finire che, a distanza di cinquecento anni dai Vespri Siciliani (link), ricomincia la caccia al francese e alla fine è forse una fortuna che sono solo tre a lasciarci la pelle. Il comandante francese, proibisce ai suoi di sbarcare armati e accelera il carico di vettovaglie in modo da ripartire subito dopo.

Così la città ritorna alla routine quotidiana. La reazione del re di Sicilia Ferdinando è stizzita. Per evitare il ripetersi degli spiacevoli incidenti, emette una circolare per proibire lo sbarco a terra di truppe armate, e introduce una serie di limitazioni per quelle disarmate. Ignoriamo invece la reazione di Napoleone agli incresciosi fatti. Forse neanche lui l’ha presa bene, o forse si, pensando che in fin dei conti, per tutte le provviste i francesi non hanno tirato fuori neanche un tarì e alla il conto sarà saldato dai cittadini trapanesi… 

TRA LE ALPI E LE PIRAMIDI – PRIMA PARTE

Calorosi e infreddoliti lettori, cominciamo il nuovo anno con un articolo a tema storico.

Il 4 giugno del 1798 delle imbarcazioni sconosciute si avvicinano a Favignana. Sono tante, almeno sessanta, e non si capisce da dove vengano. La sorpresa lascia subito spazio alla preoccupazione: è l’invasione di una armata straniera o sono corsari?

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Pierre Martinet – L’imbarco dell’armata d’Egitto a Tolone

Come al solito facciamo un passo indietro. Ricordiamo che siamo nel 1798. Circa dieci anni prima la Rivoluzione Francese aveva dato il via a una serie di guerre in Europa col risultato che i francesi avevano conquistato praticamente tutta l’Europa continentale. L’unica potenza che ancora resiste è la Gran Bretagna, e per sconfiggerla i francesi si affidano a colui che era stato il principale protagonista della campagna d’Italia, Napoleone Bonaparte. Inizialmente si pensa a una invasione diretta, ma siccome la Royal Navy è ancora molto forte, nella testa del non ancora trentenne Bonaparte si fa strada l’idea di invadere l’Egitto, colonia inglese, strategicamente importantissima in quanto da lì passano tutte le comunicazioni tra Inghilterra e India, colonia inglese anch’essa. Bloccare i commerci con l’India avrebbe messo in ginocchio la Gran Bretagna, forse per sempre.

Il 9 maggio l’armata è pronta. Al molo di Tolone 16.000 marinai e 38.000 soldati sono pronti a imbarcarsi su 60 navi da guerra e 280 navi da trasporto. C’è ovviamente anche Napoleone e il suo carisma è tale che ai suoi non ha bisogno nemmeno di rivelare dove sono diretti. E’ sufficiente dire che si va a combattere in terra nemica e tanto basta. Così il 19 maggio, dopo un rinvio di qualche giorno a causa del maltempo, finalmente si salpa in direzione sud.

SECONDA PARTE