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DELZOPPO, SCHONFELD, CADORNA E UNO SPECIALE PRIGIONIERO DI GUERRA

E’ esistito, e forse esiste ancora, un filo diretto che collega Trapani e l’Impero Austro-Ungarico. Abbiamo già parlato della meravigliosa epopea della Juventus Trapani e dell’allenatore che ne fu protagonista, Enrico Schönfeld (PRIMA PARTE, SECONDA PARTE, TERZA PARTE), e non siamo tuttavia riusciti a spiegare come mai, un tempo in cui gli spostamenti erano molto più difficili di quelli attuali, un calciatore straniero che aveva militato in squadre italiane di primo piano, fosse finito in una città se non proprio sperduta, sicuramente calcisticamente non blasonata come Trapani. 

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Il libro di De Luca, Delzoppo e Devecchi approfondisce il periodo di Arpad Weisz al Novara

Ebbene, una possibile risposta la fornisce Massimo Delzoppogiornalista del Corriere di Novara, che, assieme a Paolo De Luca e Massimo Devecchi, ha scritto un libro su Arpad Weisz, leggendario allenatore di calcio negli anni ’30, che sulla panchina dell’Inter, che allora si chiamava Ambrosiana, del Novara e soprattutto del Bologna, vinse tutto quello che era possibile vincere all’epoca. E chissà quanti altri successi avrebbe potuto raccogliere se la storia non si fosse messa di mezzo. Per Weisz e per la sua famiglia, ebrei, ai trionfi si sostituirono le leggi razziali, la seconda guerra mondiale e infine la deportazione ad Auschwitz da cui nessuno di loro uscirà vivo. Questa in estrema sintesi è la storia di Weisz e per approfondire l’argomento vi consigliamo il libro di Delzoppo, quello di Matteo Marani, che per primo “riscoprì” Weisz dopo un periodo di oblio, e il bellissimo documentario di Federico Buffa.

Ma in tutto questo che c’entra Weisz con Trapani? A metterli in collegamento è una scoperta di De Luca, Delzoppo e Devecchi, che ne fanno credito, e quindi lo facciamo pure noi, a Renzo Fiammetti e allo storico austriaco Erwin A. Schmidl. Anche qui a mettere lo zampino è stata la storia, la prima guerra mondiale, e in particolare una delle offensive sull’Isonzo, la quarta nel linguaggio contabile della storiografia, che, ordinata da Cadorna, doveva servire a conquistare qualche manciata di terreno, ma in pratica si risolse solo in massacro che non spostò le trincee nemmeno di un millimetro. La stessa sorte del resto di tutte le altre battaglie dell’Isonzo…

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La scheda conservata all’Archivio di Guerra di Vienna che riporta il luogo di prigionia di Weisz: Trapani

L’offensiva fece però una manciata di prigionieri e tra loro c’era un caporale diciannovenne, originario di Budapest, che venne trasferito nel campo di prigionia di Trapani. Quel giovane era proprio Arpad Weisz e a tutti quelli che non hanno mai sentito parlare di campi di prigionia a Trapani rispondiamo con le parole di Rita Keglovich, autrice di uno studio sui prigionieri di guerra in Sicilia: “La Sicilia fu uno dei paesi più distanti dalle linee di combattimento, e pertanto tale da rendere a chiunque quanto mai difficile e avventuroso ogni eventuale tentativo di fuga. Il fatto rendeva più facile e sicura la sorveglianza con l’impiego della minor quantità possibile di forza armata”

Non deve sorprendere quindi che in tutta la Sicilia c’erano ben 19 campi: i più grandi erano a Palermo, Vittoria e Piazza Armerina, ma ce n’erano anche due nella parte occidentale dell’isola, uno a Trapani e l’altro a Marsala.

Nonostante fosse quasi impossibile per un civile entrare in uno di questi campi, e nonostante i giornali dell’epoca non ne parlino, ci immaginiamo che le condizioni di prigionia fossero tutto sommato abbastanza sopportabili.

“Prigionieri di guerra ungheresi in Sicilia dopo la prima guerra mondiale” di Rita Keglovich fa luce su una pagina di storia poco nota

I detenuti potevano essere impiegati come forza-lavoro e, dato che l’economia della zona era prevalentemente agricola, molti finirono a lavorare nei campi a sostituire gli uomini partiti per la guerra, altri nelle cave di pietra, altri ancora a fare dei lavori artigianali. C’erano poi quelli adibiti al servizio nei campi di prigionia e immaginiamo che Arpad Weisz fosse destinato a questi servizi. Lo diciamo sia perché aveva una certa istruzione, prima di partire per il fronte si era infatti iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Budapest, sia perché era dotato di doti organizzative, che userà ampiamente in futuro quando intraprenderà la carriera di allenatore.

I prigionieri avevano molto tempo libero e potevano usarlo per scrivere lettere, o ancora meglio cartoline, ai propri cari. Alcuni, tra questi c’era Arpad Weisz, studiavano l’italiano anche perché la lettura di giornali o libri italiani era consentita. Un po’ tutti si tenevano in allenamento facendo passeggiate o esercizi fisici e non è difficile immaginare che si organizzassero anche delle partitelle di calcio. E’ quindi probabile che il giovane caporale, a cui il calcio piaceva, sia entrato in contatto con gli ambienti calcistici trapanesi. Purtroppo non sappiamo chi siano questi personaggi, ma l’arrivo a Trapani di Schönfeld nel 1930 potrebbe essere dovuto alla “raccomandazione” di Weisz che a distanza di dodici anni era ancora in contatto con le sue conoscenze trapanesi. L’ipotesi, accennata da Massimo Del Zoppo nel libro “Un azzurro infinito”, ci vede pienamente d’accordo.

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Il Trapani nell’anno 1948-49. Politzer, il secondo in piedi da sinistra, indossa un borsalino

Ma la storia non finisce qui. Tra gli allenatori del Trapani, oltre a Washington Cacciavillani, solo altri due sono non italiani. Sono Lajos Politzer (stagione 1948-49) e Ferenc Plemich (stagioni 1952-53 e 1953-54), e sono entrambi ungheresi, in un periodo in cui, val la pena notare, l’Ungheria era al di là della Cortina di Ferro. E’ un caso? Certamente no. Estendendo la teoria di Del Zoppo, si può ipotizzare che Schönfeld, abbia “raccomandato” Politzer, nello stesso modo in cui lui stesso era stato raccomandato da Weisz. La tesi è avvalorata anche dal fatto che Schönfeld ha lasciato in città un buon ricordo ed è dunque plausibile che venisse ascoltato dai dirigenti del Trapani Calcio anche nel dopoguerra. E così Politzer arrivò a Trapani, e, siccome gli ungheresi allora facevano come i siciliani quando sono all’estero, cioè uno tira l’altro, ecco che a un certo punto arrivò anche Plemich, e qui non abbiamo dubbi che fu assunto grazie a Politzer, dato i due si conoscevano da tempo. La storia ricorda, leggermente, quella di un altro esteuropeo, boemo questa volta, che una ventina d’anni dopo sbarcherà a Palermo chiamato dallo zio: stiamo parlando di Zdeněk Zeman e di Čestmír Vycpálek.

Per la cronaca, con Politzer il Trapani raggiunse un onorevole sesto posto in serie C.

Sempre per la cronaca, con Plemich, subentrato ad Aimone Lo Prete a campionato in corso, il Trapani raggiunse il settimo posto in Interregionale, allora chiamata IV serie. L’anno successivo, dopo un avvio di campionato altalenante, diede le dimissioni terminando così l’esperienza a Trapani e allo stesso tempo una ventennale carriera da allenatore. Tra l’altro a sostituirlo in panchina fu un giocatore arrivato l’anno prima tra le polemiche, un calciatore dal nome e dal passato importante, ma questa è un’altra storia. Ci siamo dilungati fin troppo e quindi per oggi ci fermiamo qui…

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BREVISSIMA STORIA DELLA MONTE ERICE

Cari lettori, dopo breve pausa estiva rieccoci a parlare della Monte Erice, la cui 59-ima edizione si correrà a settembre.

Le caratteristiche tecniche del percorso e le bellezze naturali ne fanno una delle gare automobilistiche siciliane più importanti e appuntamento fisso per gli studenti che saltano la scuola per andare a vedere le prove dell’acchianata o munte.

Dal 1998, oltre la corsa vera e propria, si svolge anche la rievocazione storica. Nella foto una Lancia Ardea del 1952

La prima cronoscalata è stata organizzata nel 1954 dall’Automobile Club di Trapani. Vinse Pasquale Tacci su Alfa Romeo 1900 TI che coprì i 16550 metri del tragitto iniziale in 11’30”, alla media di 87.347 km/h. Chi è andato a Erice in macchina sa quanto prodigiosa sia stata l’impresa di Tacci!

Da allora la corsa è cresciuta di anno in anno fino a diventare uno degli appuntamenti fissi del Campionato Italiano Velocità Montagna (link). Nel corso degli anni il percorso è stato via via accorciato. Dagli oltre 16 chilometri iniziali si è passati ai circa 6 attuali, che, dal 1988 vengono ripetuti in due manches. In qualche occasione (1961, 1976, 1977, 1980 e 2013) problemi organizzativi hanno impedito lo svolgimento della competizione.

Nino Vaccarella, tre volte vincitore della Monte Erice, ha avuto una carriera ricca di successi. Nella foto è assieme al francese Jean Guichet, con cui nel 1964 ha vinto la 24 ore di Le Mans alla guida di una Ferrari 275P. Purtroppo dopo la gara non avrà il tempo di festeggiare perché deve tornare immediatamente a Palermo per impegni di lavoro nella scuola di cui è preside. Da quel giorno sarà per tutti il “preside volante”.

Non c’è stato mai un trapanese tra i vincitori, anche se sono stati molti i siciliani: Angelo Giliberti detto Bitter, l’imbattibile Piero La Pera, che, nell’auto con cui aveva vinto, trovò la morte qualche anno dopo mentre era impegnato in un’altra competizione, Nino Vaccarella, il “preside volante”, Eugenio Renna, che correva con lo pseudonimo di Amphicar e che, oltre agli avversari, doveva fare attenzione anche al sedile della propria auto che talvolta non riusciva a reggerne il peso, il marsalese Benny Rosolia, finito poi in prigione per estorsione per una vicenda legata neanche a dirlo al mondo delle automobili, il “principe del volante” Enrico Grimaldi, che nobile lo era davvero e che detiene il record di vittorie della gara, ben 7, Ferdinando Latteri, che dopo le gare continuò a correre in ambito accademico e politico, tanto da diventare rettore dell’Università di Catania e deputato, eletto alla Camera per quattro volte, il sicilianissimo Ludwig Von Kappen, che in realtà si chiamava Ignazio Capuano e che usava un nome falso per non giustificare al capo le troppe assenze dal lavoro, il pilota gentleman Nino Todaro e Luigi Sartorio che, ispirato da Claudia Cardinale, correva col nome di Popsy Pop.

Noi ci fermiamo qui, ma chi volesse approfondire la storia della Monte Erice può farlo leggendo i due libri dei fratelli Lo Duca editi da Manu Edizioni Sportive.

Con Monte Cofano a fare da sfondo, la Ferrari California, è stata presentata in Sicilia, si vocifera, per volere di Montezemolo 

LA DINASTIA DEGLI ODDO

Una volta la via Villanova era una area disabitata. Al massimo c’erano delle porcilaie e infatti era conosciuta come la Strada Porci. Questo la rendeva un luogo perfetto per giocare a pallone indisturbati, anche perché di campi sportivi non ce n’erano molti a Trapani, anzi, a parte il Campo degli Spalti, c’era solo il Campo Nozzo.

1948. Una partita al Campo Nozzo

1948. Una partita al Campo Nozzo

In realtà, quest’ultimo era un deposito di carbone lungo la litoranea, pressappoco dove ora c’è la caserma dei Carabinieri. D’estate il deposito era vuoto e quindi poteva essere usato come campetto. C’era l’inconveniente che si usciva dal campo tutti neri, ma bastava un tuffo a mare e si ritornava puliti.

A quei tempi tra i ragazzi che frequentavano la Strada Porci e il Campo Nozzo c’erano tre fratelli, Titta, Giuseppe Amilcare e Giovanni Cesare Oddo, che oltre al calcio praticavano l’atletica leggera, in particolare il salto triplo, sport allora quasi sconosciuto in città. Scavarono loro stessi a mani nude il primo fosso per i salti.

I due fratelli più grandi, Titta e Giuseppe Amilcare, erano molto bravi. Giuseppe Amilcare divenne anche primatista siciliano, ma furono entrambi superati da Giovanni Cesare che nel salto triplo divenne littore d’Italia. Non gareggiò alle Olimpiadi di Berlino 1936, dove aveva ottime chance di vincere una medaglia, solo perché l’Italia decise di non iscrivere nessuno nella specialità.

Giovanni Cesare Oddo al Campo degli Spalti nell'anno settimo dell'era fascista

Anno settimo dell’era fascista. Giovanni Cesare Oddo al Campo degli Spalti

Giovanni Cesare è anche il padre di Francesco Oddo, allenatore di calcio, e il nonno di Massimo Oddo, terzino della squadra campione del mondo nel 2006, ma di questo parleremo un’altra volta. Giovanni Oddo morì a Trapani il 12 febbraio 2009. L’indomani su La Sicilia Franco Auci lo definì il più grande sportivo trapanese di tutti i tempi.

GIANLUCA NASO

Interrompiamo momentaneamente le storie di pirati e corsari per dare spazio ad una notizia che, confessiamo,  ci mette un po’ di tristezza. 

Naso_2Frascone Mascolone, lettore e, di fatto, collaboratore del blog, ci scrive poche righe per informarci che il tennista Gianluca Naso, detto Giallo, ha deciso di appendere la racchetta al chiodo.

Giocatore talentuoso, dotato di un fisico imponente alla Gigi Buffon, cui tra l’altro assomiglia, ha avuto una folgorante carriera juniores raggiungendo la diciannovesima posizione a livello mondiale, e tutti gli avevano pronosticato una folgorante carriera tra i professionisti. Le promesse però non si sono mai realizzate in pieno. In carriera ha vinto nove tornei ATP: a Caltanissetta (2008), San Benedetto del Tronto (2012), Santa Margherita di Pula (2014 e tre volte nel 2015), Mallorca (2015), Umag in Croazia (2015) e Bergamo. Ha vinto anche la medaglia di bronzo ai Giochi del Mediterraneo di Pescara del 2009.

Naso_1In doppio ha vinto a Genova (2008, in coppia con Walter Trusendi), Todi (2008, ancora con Trusendi), Reggio Calabria (2010, con Andrea Arnaboldi), Meknes in Marocco (2013, con Alessandro Giannessi), Santa Margherita di Pula (tre successi nel 2014 con tre partner diversi: Francesco Borgo, Salvatore Caruso e Omar Giacalone). Con Matteo Marrai ha vinto la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo del 2009.

Nel 2012, al top della carriera, ha raggiunto la posizione 175 nella classifica mondiale.

Frascone Mascolone, che di tennis ne capisce, dice che aveva un buon servizio, un gran dritto, un eccelso rovescio a una mano e un’ottima visione di gioco. Gli è mancata un po’ l’autoconvinzione necessaria per arrivare ad essere un top player anche tra i pro. Lo stesso Mascolone l’avrebbe visto volentieri in coppa Davis in coppia con Fognini, per lungo tempo suo compagno d’allenamento.


Qualificazioni degli Australian Open 2012. Gianluca Naso sconfigge Matt Reid dopo più di tre ore di battaglia

Il post su Facebook in cui Gianluca annuncia il ritiro, lo potete leggere a questo link.

Che dire, a nome del RT ringraziamo Gianluca per le emozioni che ci ha regalato e, dato che intraprenderà la carriera di allenatore in città, gli facciamo un grosso in bocca al lupo, sicuri che alla sua scuola tennis si formeranno degli sportivi di livello internazionale. Resta solo una domanda: nel frattempo chi prenderà il suo posto come testimonial del tennis trapanese?