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U MONACO CA MONACA

serpentiNelle zone rurali del trapanese potete sentire strane storie su serpenti che ipnotizzano gli uccelli, facendoli cadere stecchiti a terra, o che addirittura riescono a incantare le persone. E sui serpenti se ne dicono tante. Sapete che da una vipera tagliata a metà nascono due vipere? O che se tagliate la testa a una vipera questa sopravvive fino al calar del sole?

Ma la storia più strana è quella che ho sentito a Buseto Palizzolo. Mi hanno detto di stare molto, ma molto attento se, camminando per le campagne, dovessi incontrare due serpi intrecciate che stanno facendo l’amore. Mai e poi mai in loro presenza si deve pronunciare la formula di scherno “U monaco ca monaca”, “U ‘zzu monaco ca ‘zza monaca”, “U ‘zzu Bettu ca ‘zza Betta” o simili. Non fatelo per nessun motivo perché i serpenti arrabbiatissimi si libreranno nell’aria e vi inseguiranno. Potete correre fino a quando vi reggeranno le gambe, ma alla fine avranno la meglio loro.

Attenzione quindi quando andate a Bosco Scorace! 

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BIRRITTA RUSSA

vicoli_di_ericeSi racconta che a Erice nel ‘600 tra i soldati spagnoli c’era anche “un omone lungo lungo, ma spolpato nelle mani e nel viso da parere uno scheletro, coronato da un berretto rosso, e nel restante della persona ardente di fuoco vivo“, che un giorno importunò la donna di un uomo ericino e con lei si appartò in un cortile. L’uomo, scoperta la tresca, gli intimò di non farsi più vedere, ma il soldato in preda a un raptus lo uccise. Arrestato e processato fu condannato a morte.

Un uggioso giorno di novembre, il condannato, impenitente e con ancora la sua berretta rossa sulla testa, venne quindi condotto sul patibolo e impiccato. A causa del violento strappo della corda, la berretta gli scivolò sull’orecchio destro facendo assumere al morto una posa spaventosa. Mentre gli spettatori dell’esecuzione stavano abbandonando la scena, il corpo del morto ebbe un sussulto ed emise un sibilo stridente. A quel punto un vento sinistro si alzò e portò via la berretta rossa dalla testa dell’impiccato. Tutti i presenti andarono via in fretta e fu dopo qualche giorno che gli anziani iniziarono a dire che Birritta Russa, così intanto avevano chiamato quel soldato spagnolo, era morto in maledizione per aver rifiutato i sacramenti, e che per questo la sua anima era condannata a vagare in un limbo eterno per quei luoghi. E anche ai giorni nostri, di notte, tra la foschia nei vicoli di Erice, soprattutto d’inverno, lo si può intravedere tra le raffiche di vento. 

IL FANTASMA DELLA BELLINA

La fitta nebbia che avvolge Erice ne fa lo scenario ideale per le storie di fantasmi. Molte e antiche sono infatti le leggende su di essi.

Salvador Dalì: Ragazza alla finestra - 1925

Salvador Dalì: Ragazza alla finestra – 1925

Una è quella di una fanciulla di nobile casato detta la Bellina. In realtà avrebbe dovuto chiamarsi la Bellissima, soprattutto per i lunghi capelli lisci e neri al cui fascino era impossibile resistere. Gli uomini si innamoravano di lei a prima vista, ma lei li rifiutava tutti restando affacciata alla finestra di casa a scrutare il mare e l’orizzonte in attesa del ritorno dell’unica persona che avesse mai amato, un soldato partito per una guerra da cui non fece ritorno, e che prima di partire le aveva regalato uno splendido anello come promessa di matrimonio.

Tra gli spasimanti della ragazza c’era anche un barone, che venne respinto come gli altri. Tuttavia non si rassegnò e, grazie all’aiuto di un mago, riuscì a entrare in possesso dell’anello della Bellina, promettendo di restituirglielo solo in cambio di un bacio, ma neanche questo fu sufficiente a convincerla. Allora per ripicca gettò l’anello in un cespuglio di rovi dove la Bellina, disperata, si mise a cercarlo. Dopo tanta fatica lo vide e allungò la mano per afferrarlo, ma nel fare questo si punse e il sangue che uscì dalla ferita scatenò l’incantesimo che la fece trasformare in una biscia. Da allora la Bellina si aggira tra rovi e case abbandonate, condannata a essere un serpente dopo essere stata l’oggetto del desiderio di tanti ericini.

DE SECRETO MYSTERIUM

“Trapani, città di ope, vento e sparlamento”

“Toccare l’ormus esti come toccare lu paradisu, lo potere che ti da di taliari dentro li cosi immateriali.”

Copertina libroAnni 70. In liceo siciliano sorto sopra l’antichissimo Collegio dei Gesuiti, tra occupazioni studentesche e amori clandestini, un gruppo di ragazzi scopre un messaggio lasciato duecento anni prima dal frate Leonardo Ximenes. Li mette in guardia dal potere dell’Ormus e li avverte che se dovessero trovarlo nessuna cosa sarebbe più come prima. Allora comincia un’avventura tra sotterranei, antiche mura, labirinti in una dimensione magica dove lo spazio e il tempo si annullano e l’immortalità e la morte si confondono. Tutti quindi alla ricerca della pietra superfluida che crea tunnel attraverso gli oggetti solidi, sogno degli alchimisti di ogni epoca.

Sullo sfondo Trapani, la falce che divide due mari ai piedi di Erice, che si rivela un polo magnetico dove confluiscono misteriose linee energetiche e dove creature spiritualmente elevate si incontrano con altre avide e materialistiche, di questo e di altri mondi. Ma perché proprio a Trapani? L’Ormus sa la risposta…

-E finiu accussì?
-Parissi!

I ´NNIMMI

Santu Giorgio cavalieri
vui a cavaddhru, iò a peri
pi la Vostra Santità
façitimi sapiri ‘a verità.

Chi non ha mai sofferto per la mancanza di notizie su una persona cara? Ormai la diffusione di telefoni e internet ha ridotto drasticamente il fenomeno, ma in passato non mancavano le occasioni di allontanarsi da casa lasciando nell’angoscia i propri cari.

Fino a una cinquantina di anni fa, ci racconta Giuseppe di Marzo in Echi dialettali della Vecchia Trapani, il rituale dei ‘nnimmi era diffuso e veniva praticato quando mancavano notizie di una persona che si temeva essere in grave pericolo di vita o addirittura deceduta.

Il rituale consisteva nell’andare di notte in giro per la cittá origliando discorsi e frasi pronunciate da occasionali passanti, che venivano interpretate come un oracolo. I piú pigri, o impossibilitati a muoversi, si limitavano semplicemente ad aprire le finestre di casa a mezzanotte, ed ascoltare. I professionisti dei ‘nnimmi erano bravissimi anche a dare il giusto significato al latrato di un cane, al pianto di un bambino e altri rumori.

Ecco come lo descrive Tore Mazzeo nel libro POESIE TRAPANESI – Baddhraronzuli 2, dopo l’invocazione a san Giorgio riportata all’inizio.

A mezzannotti quannu tuttu taçi
e ‘a genti curcata runfulìa
quarchi cristiana sula a taçi maçi
ascuta ‘i so’ nnimmi e ‘un pipitìa.

Da la finestra di la so’ casuzza
ntrèppita ‘u silenziu di li strati
l’aricchi e l’occhi boni si l’alluzza
pi sentiri ‘i frasi çiuçiuliati.

Ca menti pensa a soccu oli sapiri
(si tornanu ‘i figghi priçioneri)
aspetta queta e cu fiducia criri
a li nimmi chi su’ cusuzzi seri.

Eccu ch’avvista a dui (parlanu araçiu):
«Beddhru stu vinu, supraffinu veru.»
«E ‘i pizzi cu tuttu ddhru ran caçiu?»
«Accussì beddhri cchiù nun nni viremu.»

Ddhra puvireddhra pensa a li so’ figghi
«Accussì beddhri cchiù nun li viremu…»
Vucia, cci vennu puru li stinnigghi:
Ah, comu svegnu, ah, com’è chi tremu…»

‘U maritu chi dormi a sonnu chinu,
sintennu ssu fracassu ‘intra la chiana,
s’arruspigghia e scinni ru littinu
calannusi pi’ sutta la pacchiana.

Curri p’a casa cu li peri nuri
Viri so’ mogghi nterra stinnigghiata
Chi dici: «I me figghi, criaturi
Cchiù nun viremu cchiù nna’ ssa casata.»

«Picchì chi t’arrivau ‘u tilanfilu?»
«No, ma ‘u sacciu, iò ‘i nimmi fici;
iò moru cu ssa còllura nsuppìlu…»
«Figghia di ntrocchia a tia e a c’un t’u rici.»

Si curcanu tirànnusi ‘u cutruni,
‘U maritu chi ietta runfuliati
e ‘a mogghi c’a testa a pinnuluni
e chî rinocchia tutti arrimuddrhati.

FATUZZI, ANIMULÁRI, DRAUNÁRI E CALAMAREONTI

draunariLe Draunari sono femmine cattive e brutte, dalle labbra tumide, e lunghe quanto i capelli di una donna. Corrono per la terra e per il mare con tanta furia, da rovinare, rompere o portare via ogni cosa. Colei che voglia diventar tale, vada sulla montagna di Cofano, dove la notte si raduna il concilio delle draunari. Le troverà, prese per mano, a ruota, e una di loro, quella di mezzo, le dirà quello che occorre per diventare della loro schiera.

È credenza in Trapani, che nelle lunghe navigazioni s’incontrino qualche volta sette corpi ignudi, che diritti si vedono sulle acque dalla cintola in su. Sono sette fratelli chiamati i Calamareonti, i quali appariscono per annunziare che la procella non è lontana.

Le Animulari sono donne malvage, divenute streghe dando l’anima al diavolo. Fanno vita normale di giorno, ma la notte escono dalle case dal buco della chiave, dal camino, da qualunque pertugio. Vanno a radunarsi in luoghi solitari e paurosi, dove parlano delle loro male arti e progettano di far del male alle persone.
In genere sono donne sposate; se però diviene Animulara una ragazza, allora il suo bacio è mortale per chi lo riceve. Siccome sono spesso donne di marinai, le Animulari vanno talvolta a visitare i loro mariti che navigano in alto mare e per fare questo si trasformano in tempeste o uragani; vi andò anche la fidanzata d’un mozzo che navigava nell’oceano. Non resistendo al desiderio di baciarlo, l’Animulara lo fece morire.
Le Animulari ritornano dai loro viaggi notturni prima del canto dei galli e del suono delle campane: allora sono gelide e rattrappite e impiegano qualche tempo prima di riprendere colore e vita nel caldo del letto.

fatuzziI Fatuzzi sono degli spiritelli a volte buoni, a volte cattivi, puniti da Dio perché si vantavano di essere uguali a lui. San Michele, alzò la sua bandiera e li cacciò dal paradiso.
I fatuzzi sono bassini, bizzarri e astuti, e dietro le spalle portano un tesoro. Alcuni li hanno visti vestiti da turchi, oppure con una lunga veste bianca, gialli in volto con un abito monacale. Frequentano case di marinai, contadini e conventi.
Sono mattacchioni, prendono in giro le persone. A volte comunicano i numeri del lotto.
Qualcuno, attraverso loro (caso rarissimo), è diventato ricco ma poi è caduto in miseria.
Si racconta a Trapani che una volta, in un orfanotrofio, una ragazzina trovò uno spillone d’oro con un diamante. Lo fece vedere all’amica e lo spillone sparì.
Durante la notte la ragazzina sognò i fatuzzi che le dicevano che il giorno seguente sarebbe dovuta andare in cucina dove avrebbe trovato una pentola piena di denaro.
Il giorno successivo, appena sveglia, la ragazzina scese in cucina e vide una pentola e sul coperchio lo spillone d’oro con il diamante. Chiamò le compagne, spostarono il coperchio e videro che la pentola era stracolma di monete d’oro. Provarono a rimuoverla ma non ci riuscirono perchè la pentola iniziò a sprofondare ed il palazzo iniziò a tremare. I fatuzzi erano sotto la pentola e la trattenevano.
Un sacerdote che passeggiava per strada, vide dalla finestra quello che stava accadendo e lo raccontò alla superiora. La madre superiora sgridò le ragazzine, tutto ritornò al proprio posto e la pentola scomparve.

Per approfondire:
– Vittorio Di Giacomo: Leggende del diavolo
– Magia e streghe nella storia trapanese (http://www.larisaccamensiletrapanese.it/wp/?p=534)
– Articolo di Alessandra Cancaré: http://www.siciliafan.it/i-fatuzzi-di-trapani/