IL BISITO

veglia_funebreTipica usanza trapanese è il bisito, ovvero la veglia funebre. E quello che potrebbe essere un momento triste, noioso o imbarazzante, alla fine non è poi così brutto. Il funerale infatti può essere vissuto come un’occasione sociale per rinsaldare vincoli di amicizia o di parentela che durante gli anni si sono allentati o indeboliti.

Il momento in cui andare a fare visita dipende dai rapporti coi familiari del defunto. Se non sono strettissimi è sufficiente una veloce visita, in un orario magari scomodo p’unn’attruvari confusioni e allestisi subito. Se invece siete in rapporti più stretti coi familiari, vi tocca qualche incombenza in più, e cioè…

Prima di tutto i turni di veglia, per non lasciare mai da solo il morto, nella cui stanza non si parla. Al massimo il silenzio può essere interrotto da qualche recamaterna. In una stanza adiacente invece ci si può invece dedicare alla rievocazione delle virtù della bonarma e alle considerazioni sulla sua morte: “Ma cu l’avia dire?” “Ma como fu?” “Ma lu vitti aeri e era magnifico” “Ma cu si l’aspittava sta bumma?” e simili, tutto senza risate e con faccia di bisito

Ma a un certo punto si deve pur mangiare e quindi il momento più importante, che allenta la tensione e onora il morto rinsaldando il legame tra i vivi, si celebra a tavola. E’ facile immaginare che i parenti più prossimi del defunto tra funerale, visite e tutto il resto non abbiano molto tempo per cucinare, allora è buona usanza portare loro qualcosa. L’offerta da parte di parenti e amici alla famiglia del defunto nei primi giorni del lutto, si chiama consulo. E di solito ci si mantiene leggeri, ma c’è chi interpreta il consulo come un vero e proprio banchetto funebre, e allora pasta al forno, involtini di tonno, sarde a beccafico e altro che lasciamo immaginare, tanto che quando il bisito finisce, di solito dopo un paio di giorni, è tempo di mettersi a dieta…

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4 thoughts on “IL BISITO

    • No, è semplicemente il lutto. Non saprei dirti perché si dice così. Anche Giuseppe Di Marzo, il più grande studioso di etimologia trapanese non azzarda nessuna ipotesi al riguardo.

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