ANTONINO, IL MARTIRE

Completiamo, ma solo per il momento, la rassegna sulla corsareria, con la storia di Antonino Paci, una delle vittime della guerra di corsa nel Mediterraneo.

Antonino Paci era un dodicenne trapanese, che nonostante la giovane età, lavorava già come bottaio. Un giorno venne sorpreso da un attacco corsaro nelle acque di San Vito dove si trovava per motivi legati al suo lavoro. Portato in Tunisia e venduto come schiavo si poteva considerare abbastanza fortunato perché finì nella casa di un facoltoso commerciante, a cui educava il figlio, un bambino di sei anni di nome Chor. Il padrone era molto contento di Antonino e promise di liberarlo quando il figlio avrebbe completato l’istruzione, ovvero dopo sei anni.

Modellino in argento di uno sciabecco, imbarcazione araba usata dai corsari

Modellino in argento di uno sciabecco, imbarcazione normalmente usata dai corsari

Nel frattempo a Trapani, i suoi genitori non si danno pace e fanno di tutto per riportarlo a casa. Il padre, Francesco, comincia a fare la spola tra Sicilia e Nordafrica, racimola un po’ di soldi ed è sul punto di riscattarlo, quando la moglie del mercante si mette di mezzo e convince il marito a non lasciare partire Antonino, tanto si era affezionata a lui…

Francesco Paci non si arrende, i suoi viaggi in Nordafrica continuano e durante uno dei questi subisce un’imboscata al largo di Agrigento, muore in mare ed esce dalla nostra storia. Rimane la madre, Giovanna Saporito, che col marito appena morto in mare e un figlio prigioniero in Nordafrica, non si rassegna e compra uno schiavo turco da barattare col figlio. A differenza di quanto crede Giovanna però, il giovane turco non viene da una familia ricca e ha quindi poco valore sul mercato. Inoltre a un certo punto il turco chiede il battesimo, cosa che rende felicissima la padrona che decide di affrancarlo, ma che lo rende inutile ai fini della liberazione di Antonino. Giovanna sicuramente stava continuando a pensare a come liberare il figlio, ma a un certo punto ecco che accade un imprevisto.

Il martirio di Sant'Andrea. Nella Pasqua del 1650 Antonino Paci fu crocifisso su una croce come questa

Il martirio di Sant’Andrea. Nella Pasqua del 1650 Antonino Paci fu crocifisso su una croce simile

Siamo nell’aprile 1650. Antonino e il piccolo Chor si trovano in giardino. Dall’interno il padrone ordina ad Antonino di portargli una brocca d’acqua, ordine eseguito immediatamente da Antonino, che entra in casa lasciando da solo il bambino per qualche istante. Al ritorno in giardino però il piccolo è scomparso. Sconvolto, Antonino avverte subito il padrone, e assieme si mettono alla ricerca di Chor. A questo punto si fa avanti un testimone oculare che risulterà decisivo per la nostra storia. Dice di aver visto proprio Antonino spogliare il bambino dei gioielli e gettarne il corpo in un pozzo poco distante. E in effetti, una volta condotti sul posto, trovano il cadavere. A nulla valgono le proclamazioni di innocenza di Antonino. Le prove sono contro di lui.

Antonino viene cosí processato sommariamente e condannato a morte. Ha appena 15 anni, e la sola possibilità di sfuggire al tragico destino è l’abiura della fede cristiana, suo unico conforto. Le parole Io nacqui cristiano ed ho sempre professato questa fede. Io moriró cattolico e sono pronto a dare la vita per la veritá del Vangelo dimostrano la fermezza della sua fede. Un altro schiavo, il sacerdote Paolo Ferlito, lo assiste in questi momenti terribili e  riporta che Antonino non pronuncia mai una sola parola contro i sui carnefici. Ma questo anziché intenerirli, ne aumenta la crudeltà. Prima gli danno seicento bastonate e gli conficcano nei piedi alcune lame di ferro infuocate, poi lo legano alla coda di un cavallo e lo trascinano per le strade di Tunisi tra le grida e gli insulti della popolazione. Infine la sera del sabato 16 aprile 1650, l’indomani a Trapani e nei paesi cattolici si festeggia la Pasqua, Antonino viene issato su una croce, a forma di quella di Sant’Andrea. Le mani e i piedi vengono inchiodati alla croce. Dei legni acuminati tra la croce e la schiena gli serrano le carni. Ad aumentarne se possibile la sofferenza, il volto viene ricoperto di miele, per attirare gli insetti, e come se non bastasse prima di morire la popolazione sfoga l’ira collettiva bersagliandolo di pietre.

La storia di Antonino Paci ci viene tramandata da Giuseppe di Ferro, che attinse da uno scritto del notaio Matteo Verdirame

La storia di Antonino Paci viene raccontata da Paolo Ferlito, schiavo anche lui, al ritorno dalla Tunisia, e messa per iscritto nel Settecento dal notaio Matteo Verdirame. Nel secolo successivo Giuseppe di Ferro la inserisce nelle biografie degli illustri trapanesi

La morte è lenta a venire e Antonino spira dopo tre lunghissimi giorni di agonia a mezzogiorno del martedi 19 aprile 1650. Viene sepolto nel cimitero di Sant’Antonio fuori le mura di Tunisi dove Paolo Ferlito, ne celebra il funerale. Le uniche invocazioni, ci viene tramandato, sono per la Madonna di Trapani.

Ma se non era stato Antonino, chi ha ucciso il figlio del mercante? Era stato proprio il suo accusatore che, vedendo il bambino tutto ingioiellato, lo derubò, lo uccise e gettò il corpo nel pozzo. E siccome la veritá viene sempre a galla, l’infido turco venne scoperto e giustiziato pure lui. Peccato che Antonino fosse già morto…

La storia ci viene raccontata da Giuseppe Maria Di Ferro che la inserì nella sua Biografia degli uomini illustri trapanesi dall’epoca normanna sino al corrente secolo. Di Ferro fu uno storico trapanese che oggi chiameremmo razzista o islamofobo, e la veridicità delle sue storie è tutta da dimostrare. Anzi, il fatto che il Di Ferro descriva i primi anni di vita di Antonino Paci, alla stregua della vita di un santo, ce ne fa dubitare parecchio. Ma non c’è dubbio che la secolare convivenza con la guerra di corsa ha influenzato non poco le tradizioni e i racconti popolari della città di Trapani.

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