VITU LUCCHIU – 2

Amatissimi lettori, avete già letto la storia di Vitu Lucchiu? Se l’avete presa come una storia di fantasia, siete in buona compagnia perché io ho fatto lo stesso la prima volta che l’ho sentita. Ma le cose stanno veramente così?

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Osman I, fondatore dell’Impero Ottomano

La pirateria affonda le sue radici nella notte dei tempi e nel medioevo abbondano le testimonianze di atti di pirateria. Però dal ‘300 in poi questi episodi diventano molto più frequenti. Cos’era successo? Un nuovo e potente impero era nato nel cuore del Mediterraneo. Era molto agguerrito, aggressivo e in piena espansione. Fu fondato da un certo Osman, un piccolo capotribù dell’Anatolia, che nel 1299 si nominò sultano dell’impero che in suo onore si chiamò ottomano.

Il nuovo stato, come tutti gli stati, aveva mire espansionistiche e in circa due secoli aveva conquistato in rapida sequenza l’Anatolia, la Grecia e tutto il resto dei Balcani, l’Egitto, la Siria e i paesi arabi del Vicino Oriente, il Nordafrica. A dirlo così sembra poca cosa, ma era un impero vastissimo, che nel momento di massima espansione comprendeva città come Bagdad, Costantinopoli, Tripoli, Atene, Alessandria d’Egitto, Sofia, Tunisi, Belgrado e La Mecca. A un certo punto si temette addirittura per la sorte di Vienna, capitale dell’Impero Asburgico.

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L’Impero Ottomano al momento di massima espansione

La storia è interessante, ma non è di questo che vogliamo parlare. Quello che è a noi interessa è che col nuovo stato si ebbe un incremento del fenomeno della pirateria. Non si trattava però di pirati propriamente detti, che razziavano qualsiasi nave per amor di bottino, ma di corsari, che esercitavano la loro attività dopo aver ottenuto dal sovrano la cosiddetta lettera di corsa, una sorta di patente, infatti veniva chiamata anche patente di corsa, che li esentava da ogni conseguenza purché si limitassero ad attaccare solo le navi nemiche. Non ciurme disorganizzate di cani sciolti quindi, ma milizie organizzate sostenute dallo stato. Per i malcapitati che venivano assaltati la perdita del carico della nave era il minimo. Nei casi più gravi ci lasciavano la pelle oppure venivano portati in Berberia e venduti come schiavi. Alcuni schiavi, convertitisi all’islam, diventarono a loro volta dei corsari famosi, come il famigerato Ulucchiali.

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Uluç Ali, Ali il Rinnegato, conosciuto in Italia col nome di Ulucciali

Le incursioni interessavano tutto il Mediterraneo e in particolare la Sicilia, data la vicinanza con le coste africane e divennero ancora più frequenti nel XVI secolo quando il sultano ottomano Solimano il Magnifico, e il re francese Francesco I, si allearono contro la Spagna, cui la Sicilia apparteneva. Tutto interessantissimo, ma ancora non abbiamo ancora risposto alla domanda: Vitu Lucchiu è esistito davvero?

Ebbene, cosa accedeva in Sicilia in quel periodo? Le città cominciarono a chiedere aiuto al potere centrale. E’ del 1402 un drammatico appello della cittadinanza trapanese al re Martino I per fortificare le mura, appello che inizialmente cadde nel vuoto, ma poi dopo una sollecitazione di alcuni trapanesi portò il re a costruire 12 galee per la difesa della Sicilia. Riportiamo la supplica e i nomi dei trapanesi e a futura memoria:

Cridimu che la Vostra Maistà nun sia plenarie informata di la debilitati nostra per via di li mura, li quali in gran parti sù indefendibili et ancora di la genti la quali è molto poca et non armata, et nun comprehndendo cum li occhi li nostri nicissitati cum deliberacioni di lu vostru consiglu nun haviti ben dilibiratu et cum reverencia di la excellencia vostra mustrati vui haviri poca cura di la Terra di Trapani, la quali finu ad hoggi havimu conservatu cum tanti nostri affanni dapniet innumerabili periculi di pirsuni… nun duvrissivu mai dismenticari, eo maxime, ki pri li articuli di la fidilitati li principi su tinuti conservari li pirsuni et li loru beni, vi dicimu ki tucta kista universitati grida reparacioni di li mura per nostra defensa dichendu nui vulemu innanti muriri per manu di lu nostru signuri havendu spisu li dinari di la universitati ki pir manu di li inimichi et cussì facemu, né cunsidirati ki zò facemu per reverencia, ma per conservacioni di la terra nostra di la quali mustrati poca cura.
Supplica di Nicolò Naso, Calzarano di Calzarano, Antonio di Baudino e Tommaso Carissima a Martino I.

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Alfonso il Magnanimo. In funzione antibarbaresca condusse anche una spedizione nell’isola tunisina di Djerba

Tuttavia gli episodi corsareschi continuavano e allora alla flotta regia cominciarono ad affiancarsi compagnie di privati. Re Alfonso I autorizzò i siciliani a usare la forza contro i corsari nemici senza incorrere in alcuna conseguenza, né corporale né pecuniaria, anche in caso di omicidio. Era nata la corsareria siciliana e probabilmente ne faceva parte anche Serisso.

Re Alfonso… “… concede ai siciliani, scilicet in casu de captura de homini, invasioni e terraczanerie, che fanno per scarnaczare, sia lecito a quelli che per li galeriet homini soi faranno offisa et a soi fautori, defendersi, et etiam, manu armata, offendere li dicti galeri et homini soi, in tali casu occurissi morte, a li homini di li dicti galeri, li dicti siciliani non incurrano ad alcuna pena corporali né pecunaria.”

Il popolo trapanese tradusse il proclama reale nel detto “Cu afferra un turco è so.

Era insomma una vera e propria guerra, la guerra di corsa, ed a complicare le cose c’è il fatto che non era sempre chiaro chi fossero gli amici e i nemici. Navi francesi, genovesi, veneziane e catalane, potevano infatti riservare sgradevolissime sorprese.

Come ogni guerra anche questa è piena di episodi, talvolta favorevoli ai barbareschi, talvolta ai siciliani. Uno di questi episodi ci viene trasmesso dal notaio Giacomo Gianfeza che nel 1525 scrive che nel luogo chiamato Sancto Theodoro diciassette persone sono state fatte prigioniere da alcune imbarcazioni turche e moresche. Non sappiamo altro, ma il luogo corrisponde e forse la storia che ci viene tramandata è la versione romanzata di un fatto realmente accaduto. Quindi Vitu Lucchiu è esistito davvero, forse non si chiamava nemmeno Vitu Lucchiu, ma non importa, e lui e gli altri sedici forse riuscirono effettivamente a liberarsi e a fuggire da soli. Oppure in cambio della loro liberazione furono liberati degli schiavi turchi. Oppure qualcuno a Trapani pagò il riscatto per loro. Chi può dirlo? Fatto sta che la storia di Vitu Lucchiu ci ha dato il pretesto per tuffarci nelle acque del Mediterraneo in un periodo su cui c’è ancora molto da raccontare. Per adesso, ma soltanto per adesso, il nostro viaggio finisce qui…

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