L’EROE DEI TRE MONDI

Enrico Fardella occupa un posto d’onore fra quei siciliani dimenticati nella loro terra e ricordati altrove: un suo busto in bronzo si trova al Museo civico di New York, donato nel 1952 dalla Associazione italo-americana di Sicilia al popolo d’America, bandiere a lui dedicate sfidano dignitose l’oblio. Com’è che un siciliano di Trapani, il più giovane di tre fratelli che sono il contrario dello stereotipo gattopardesco dell’aristocratico troppo furbo per credere in qualcosa, sia finito in un museo di New York è una storia che vale la pena raccontare. Enrico Fardella nasce nella nobile famiglia dei Torrearsa nel 1821, fa studi irregolari. Ma quando mai s’è visto un vero eroe romantico che pensa a diventare ingegnere o avvocato prima di lottare per la libertà? Lui legge autori proibiti come Foscolo e Alfieri, si infiamma sugli scritti politici di Mazzini, vuole combattere. Nel 1848 è volontario per la prima volta, il 12 gennaio è a Palermo contro le truppe borboniche. I tre fratelli Torrearsa – a cui nel lontano 1934 ha dedicato uno studio Francesco De Stefano – sono fra i più importanti protagonisti di quella rivoluzione, Enrico fa parte del Comitato di guerra e marina. Decide di marciare sulla sua città ancora titubante, di andare a Trapani. Gli bastano poche ore per organizzare un vittorioso assalto al presidio regio.
Molto più impegnativo è far funzionare un comitato cittadino, reclutare i volontari, tenere a bada quanti vedono nella rivoluzione l’occasione giusta per rapide carriere. Lui è un uomo d’azione, ma non è avventato. Esige correttezza e disciplina, i suoi battaglioni saranno sempre un modello di efficienza. Ed è un idealista, sfortunato quanto basta. Viene catturato nelle acque di Corfù nel luglio di quell’anno, assieme ad altri siciliani sopravvissuti alla sconfitta subita in Calabria, dove su mandato del Parlamento di Palermo si erano recati per aiutare la rivoluzione che si diceva fosse anche lì scoppiata. E’ subito rinchiuso nel carcere napoletano di Sant’Elmo. Nel dicembre del ’49 Ferdinando II gli concede la grazia, a condizione che non viva nel Regno. Arriva a Genova il giorno di Natale, entra a far parte della colonia di circa 1.500 esuli che da ogni parte d’Italia si sono rifugiati in quella città. Divide un piccolo appartamento col fratello Vincenzo, frequenta corsi di tattica e artiglieria. Scarta la Toscana che giudica arretrata e reazionaria al pari della Sicilia, si trasferisce a Nizza e poi a Torino. Non ha più fiducia nella rivoluzione, il futuro di quella che chiama la sua “patria” non smette mai di preoccuparlo. Enrico Fardella è un autonomista atipico, non si appella a particolarità e privilegi. Solo, giudicando la Sicilia meno evoluta delle altre regioni, vorrebbe che si andasse cauti. Ma il mondo non si ferma alla Sicilia. La guerra dichiarata da Francia e Inghilterra contro l’ espansionismo russo ai danni della Turchia è una guerra contro il dispotismo: anche se non fa parte di alcun esercito, un soldato come Enrico Fardella non può restare a guardare. Con lunghe trattative ottiene il riconoscimento del suo grado di colonnello dal governo inglese, fa debiti per procurarsi il denaro necessario per il viaggio e si imbarca per l’ Oriente. L’ 8 giugno del 1855 la polizia borbonica lo segnala a Malta, il 6 luglio lui stesso scrive da Costantinopoli. Gli viene affidato il comando di un reggimento della cavalleria ottomana, in ottobre lo troviamo in Crimea che partecipa alla leggendaria Battaglia di Balaclava. Accumula imprese ma non prova mai a ricavarne un qualche vantaggio personale, spesso è alle prese con pressanti problemi economici. La notizia dell’ impresa di Garibaldi lo sorprende a Londra, dove ha avviato un’ attività commerciale. Ritorna precipitosamente in Italia, si imbarca a Genova coi 60 volontari guidati da un altro siciliano, Carmelo Agnetta, che corrono a dare man forte. Si dirigono a Ustica, dove però non trovano ad attenderli il battello che doveva trasmettere gli ordini del generale. Vanno allora verso Trapani, ma la città è ancora presidiata dalle truppe borboniche. Decidono di sbarcare a Marsala, di rifare il cammino dei Mille verso Palermo. Una volta sbarcati, per la seconda volta nella vita Enrico Fardella marcia su Trapani per liberarla. Stavolta la occupa senza incontrare alcuna resistenza, senza combattere: a dissolvere ogni resistenza è bastata la notizia che a Palermo le truppe regie si sono arrese. Lui, invece, i borbonici continua a inseguirli. Lo troviamo sul Volturno, col suo reggimento ordinato e perfettamente armato che tiene una postazione importante come la ferrovia. Respinge numerosi assalti, viene promosso sul campo comandante di brigata. Ma una volta finite le battaglie è ancora più difficile continuare a vincere. è subito deluso dai modi in cui avviene l’ annessione, profondamente ferito dalla dissoluzione dell’ esercito garibaldino. Torna a Londra da dove s’imbarca per l’America, nell’agosto del 1861 è a New York. La guerra di secessione è scoppiata da un mese, Enrico Fardella è tra i primi volontari di Lincoln. Organizza un corpo di fanteria, in poche settimane il suo “reggimento Fardella” conta 1040 volontari ed è ammesso nei quadri dell’ esercito unionista col numero 101, assegnato all’armata del Potomac. Nel marzo del 1862 parte per il fronte. Il “reggimento Fardella” fa parte della divisione del discusso generale McClellan, poi destituito da Lincoln. Ed è per protesta contro gli ordini di McClellan, che ha ordinato la ritirata delle forze dell’ Unione concentrate ad Harrison’s Landing, che Enrico Fardella si dimette e torna a New York. La guerra sembra perduta e lui trova la città impaurita, si spara per le strade. Non è uomo da restare a guardare. Raccoglie un altro reggimento, l’85° Volontari di New York, e torna al fronte. Nella primavera del 1864 i 450 “Volontari di New York” sono a Plymouth, a loro è affidata una delle tre zone in cui si divide la linea difensiva. A proteggere Plymouth sono 1.100 uomini, che dal 17 al 20 aprile si ritrovano al centro di un inferno di fuoco che somiglia tanto ad un agguato: reggimenti veterani, cavalleria, batterie campali che in simultanea avanzano da ogni direzione, decisi a distruggere ogni difesa. La sproporzione fra i due eserciti è insostenibile, la resistenza è disperata, ma i sudisti hanno perdite 6 volte superiori agli assediati. Enrico Fardella è fra i superstiti internati ad Andersonville, torna libero il 3 agosto in seguito ad uno scambio di prigionieri. Nella primavera del ’65 viene promosso generale da Lincoln mentre è di nuovo al fronte, a Portsmouth. La guerra di secessione finisce nel maggio di quello stesso anno, il generale Fardella resta in America sino al maggio 1872. Lavora nel commercio, ha molte difficoltà economiche. Quando torna a Trapani, grazie al prestigio della famiglia e alla sua popolarità viene eletto sindaco. è un amministratore accorto: pensa a portare il bilancio in pareggio, a costruire un nuovo mercato, bonificare i terreni e aumentare il volume dell’ acqua potabile. Non aspetta la scadenza del suo mandato, è un moderato e si dimette nel 1876 dopo la caduta della Destra Storica. Sino a quando muore nel luglio del 1892, non si trovano più tracce di un suo ruolo pubblico. Ma forse le ultime imprese del generale Fardella sono ancora tutte da scoprire e raccontare.

L’articolo originale su Repubblica del 23 febbraio 2006 (link). Non c’é stato bisogno di cambiare neanche una virgola.

NY Times del 23 settembre 1952 - Il sindaco di NY Vincent Impellitteri riceve il busto di Enrico Fardella dall'onorevole Alliata, principe di Montereale

NY Times del 23 settembre 1952 – Il sindaco di New York Vincent Impellitteri riceve il busto di Enrico Fardella dall’onorevole Alliata, principe di Montereale

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