UN S.O.S. MISTERIOSO DAL CANALE DI SICILIA

Trapani_Nuova_12_11_1968“Un drammatico S.O.S intercettato dalla stazione costiera di Mazara del Vallo, ha messo in allarme nella notte tra lunedì e martedì, parecchie unità pescherecce e alcune navi passeggeri che si trovavano in prossimità del punto in cui era stato lanciato il tragico grido di soccorso.

“Un drammatico S.O.S intercettato dalla stazione costiera di Mazara del Vallo, ha messo in allarme nella notte tra lunedì e martedì, parecchie unità pescherecce e alcune navi passeggeri che si trovavano in prossimità del punto in cui era stato lanciato il tragico grido di soccorso. Al momento in cui scriviamo però non è stato ancora possibile rintracciare quanto meno il relitto.
Ed ecco come si sono svolti i fatti.”

E’ l’inizio di un articolo in prima pagina di Trapani Nuova del 12 novembre 1968. Lasciamo che sia il giornale a parlare.

“Alle ore 23.30 la stazione costiera di Mazara del Vallo intercettava l’S.O.S. della motonave Marie Messe battente i colori della Sierra Leone con 12 uomini di equipaggio. Il comandante di quest’ultima dichiarava inoltre di trovarsi in difficoltà perché la barca imbarcava acqua e le pompe di bordo non riuscivano a buttar fuori tutto quanto si riversava sullo scafo.”

Il racconto drammatico prosegue…

“Immediatamente la radio costiera dava l’allarme e numerose unità navali e pescherecce affluivano sul luogo indicato. Ma mentre queste si dirigevano in quella direzione un altro ancora più drammatico S.O.S. della stessa Marie Messe comunicava di trovarsi a 34 miglia a sud-ovest di Pantelleria mentre nel precedente collegamento il comandante aveva detto di trovarsi a 13 miglia a sud-est di Pantelleria.”

Avete capito bene. I soccorsi si dirigono velocemente verso lo scafo in difficoltà e all’improvviso questo cambia posizione… Nessuna nave avrebbe potuto muoversi così velocemente, tanto meno una nave in avaria. I soccorritori devono aver pensato che la prima comunicazione non era stata capita bene e si dirigono verso l’ultima posizione comunicata.

“Le navi di soccorso comunque prendevano per buona la seconda segnalazione e si dirigevano colà a tutta forza. Giunte sul posto però avevano la sgradita sorpresa di non trovare niente. Rotta a sud-est, allora, per controllare la prima segnalazione avuta.”

Niente. Anche questa volta i soccorsi fanno, è proprio il caso di dirlo, un buco nell’acqua e riprendono a cercare la nave scomparsa.

“Nel frattempo albeggiava e due aerei, uno inglese partito da Malta e uno italiano, collaboravano nelle ricerche e in breve avvistavano alcuni relitti che, si presume, appartenessero alla Marie Messe. Dello equipaggio nessuna traccia. Intanto le condizioni del mare cominciavano a farsi pessime per cui tutte le unità dovevano riparare nel porto di Pantelleria.”

Brutta storia. Tredici persone disperse nel mare in tempesta. Il loro destino è segnato. O meglio, lo sarebbe se fosse una storia normale. Invece siamo nel Triangolo delle Bermuda e allora un’altra sorpresa è in agguato.

“Della Marie Messe non si sa però niente. Sembra una nave fantasma con un nome posticcio: non risulta iscritta infatti in nessun registro navale.

Delle indagini sulla nave scomparsa sono state incaricate anche autorità straniere ma, come abbiamo già detto al momento in cui scriviamo non si ha ancora alcun utile indizio.”

Così finisce l’articolo. Della Marie Messe non se ne saprà più nulla.

Subito l’ipotesi più accreditata è stata quella della nave “fantasma”, che trasportava armi, droga, scorie radioattive o chissà quale altro carico illegale. E forse una esplosione a bordo ne ha causato l’affondamento. Oppure la nave dopo aver risolto l’avaria si è allontanata. Qualcuno le considera teorie verosimili, qualcun altro troppo fantasiose. Il fatto è che non ci sono elementi oggettivi a sostegno di una o dell’altra.

Per questo si è fatta strada anche la teoria dello scherzo. Tutta la storia sarebbe una burla creata da qualcuno per spezzare la monotonia di una fredda notte d’inverno. Possibile? A noi non convince molto. Abbiamo piuttosto la sensazione che ci sia qualcosa che ci sfugge. Qualcosa che ha a che fare col Triangolo delle Bermuda trapanese…

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MONDO PIATTO

L’uomo pratico in doppio petto
porta nere scarpe da conservatore
con queste cammina per le sue stanze
i soffitti sono piatti
egli detesta le curve.
Il suo mondo è piatto
costruisce la sua casa
su un terreno livellato
non c’è alcun pendio
nel suo soggiorno.
Squadra gli alberi
delle strade
forme a casaccio darebbero ombra
non frutti.
Se Trapani fosse sui fianchi di Erice
a romboide a coni o in altre forme fantastiche
a guardare la luna curva l’uomo pratico porterebbe i sandali.

Mondo_piatto

TOPI TOPI TOPI – ILLUSTRAZIONE DI SALVATORE SALAMONE

Ricordate Topi topi topi, a giudizio di chi scrive la più bella poesia di Nat Scammacca?

A ferragosto, è risaputo, si riciclano i vecchi argomenti e noi non facciamo eccezione, e quindi la proponiamo di nuovo approfittando anche del fatto che un lettore ci ha inviato una illustrazione della stessa poesia realizzata da Salvatore Salamone (link al vecchio articolo).

Topi_topi_Topi_Salamone

Buon ascolto e buon ferragosto!

UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – SECONDA PARTE

(UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – PRIMA PARTE)

Cari lettori, la settimana scorsa abbiamo lasciato Nicolò Corrao vicino la Chiesa di Sant’Orsola. E’ in compagnia di Grazia, una schiava a cui era concesso allontanarsi da casa senza tanti problemi. Se seguite questo blog conoscete gli articoli che al riguardo abbiamo già scritto (ad esempio questo).

Corrao e Grazia entrano nel cimitero della chiesa per un colloquio riservato che si conclude con la perdita della verginità della giovane.

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La chiesa di Sant’Orsola a Erice

Fosse stata una semplice fanciulla forse non avremmo mai saputo dell’episodio, ma per sfortuna di Corrao, la padrona Antonina Castelli, sentendosi defraudata dei suoi diritti su Grazia, lo denuncia al tribunale vescovile.

Corrao ne ha già combinate molte e, come misura precauzionale, prima che il tribunale si pronunci, è messo al bando, cioè viene bandito, dall’autorità ecclesiastica ericina, che diffida chiunque voglia dargli aiuto o ospitalità. Le cose si mettono male e al povero, si fa per dire, sacerdote non rimane altro che andare dal vescovo. Ricordiamo ai lettori che allora non esisteva un vescovato a Trapani, che ricadeva sotto la giurisdizione di Mazara, Su questo torneremo un’altra volta, ora continuiamo a seguire le vicende di Corrao.

In quel momento il vescovo era Giacomo Lomellino del Campo. Secondo altre fonti si chiamava del Canto. Noi lo chiameremo semplicemente Giacomo Lomellino per non sbagliarci. Non sappiamo che tipo fosse. Sappiamo solo che mantenne il vescovato di Mazara per un decennio circa prima di diventare vescovo di Palermo nel 1571.

Il Corrao arriva da Giacomo Lomellino, oberato da una serie di accuse pesanti: debiti non pagati, minacce, mancata consegna di documenti della curia da lui tenuti anche dopo il licenziamento, mancata obbedienza all’ordine e tanto, ma veramente tanto, altro. Lo storico Antonino Amico, quasi coevo di Corrao, dice che tutto ciò era sufficiente per definirlo un soggetto degenerato.

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Papa Pio IV. Il 17 aprile 1562 nomina Giacomo Lomellino vescovo di Mazara

Corrao teme il peggio e davanti al vescovo invoca la tesi del complotto. Le accuse erano tutta una montatura di soggetti malevoli che volevano la sua rovina materiale e spirituale. La linea difensiva è rischiosa, ma convincente al punto che il vescovo scrive al giudice di prima istanza di Monte San Giuliano di sospendere immediatamente qualsiasi azione a carico di Corrao, avallandone quindi la tesi difensiva. Tutto finito quindi? Non ancora. Il suo nome torna nelle cronache giudiziarie nel 1574 quando una donna denuncia il Corrao “como diabolico spiritu ducto insultao ad ipsa accusatrichi in la strata publica per volirici levari lu honuri et di sfessarla”.

Scommettiamo che a questo punto volete sapere come va a finire? Lo vorremmo sapere pure noi, ma le cronache dell’epoca si interrompono di colpo. Su cosa successe dopo si possono fare solo delle ipotesi. Corrao venne incarcerato e non fu più lasciato uscire? Mmmh, ne dubitiamo. Le cronache non riportano nessuna testimonianza al riguardo. Forse ebbe veramente paura di finire in prigione, ma se la cavò ancora una volta. Lo spavento fu tale però che una volta scampato il pericolo decise di rigare dritto. Anche questa ipotesi non ci convince appieno. Cu nasci tunnu un pò moriri quatratu, diceva Natale di Mery per sempre. Più probabilmente, per sfuggire alla giustizia o per un implicito patto con essa, Corrao abbandonò il Monte San Giuliano facendo perdere le tracce ai memorialisti dell’epoca. Non escludiamo neanche una morte improvvisa che mise fine a tutti i processi in corso. Tuttavia sono solo puri esercizi di immaginazione, quale sia stato veramente il destino di Nicolò Corrao non è dato sapere…

UNO STALKER NELLA ERICE DEL ‘500 – PRIMA PARTE

Cari lettori, dopo la breve pausa estiva riprendiamo con un articolo ambientato nella Erice del ‘500, che allora si chiamava Monte San Giuliano e che era un borgo tranquillo dove non succedeva mai niente.

Non succedeva mai niente, ne siamo proprio sicuri? All’epoca non c’erano giornali, tuttavia gli argomenti di cui parlare non mancavano.

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Porta Spada

Un caso è quello del chierico Mario Corso, che è costretto a pagare una multa di 20 unze, somma considerevole (link), e a cui viene proibito di “practicare o conversare tanto nella casa sua quanto altrove con Joannella Lumbardo chi è puctana”. Forse non è difficile immaginare cosa aveva combinato…

Il sacerdote Marco Coppola invece nella strada poco frequentata tra Porta Spada, così chiamata perché molti francesi durante i Vespri erano stati passati a fil di spada (link), e Porta del Carmine, incontrando le mogli di due suoi cugini, le infastidisce così: “Si nun fussi pi rispettu di li mei cucini, vi ricissi chi vi vulissi fari”. Il Coppola, denunciato, se la cava con una lieve pena pecunaria.

Il caso più eclatante di tutti è però quello di Nicolò Corrao, il detentore dei libri contabili della curia, che a mezzanotte del 10 novembre 1564 si presenta a casa di un certo Pietro Triglia, sapendo che in quel periodo era lontano da Erice, col dichiarato scopo di fare visita alla moglie Francesca e di “vulirila disonestari”. La donna non cede e il Corrao, dopo aver tentato invano di forzare la porta, se ne va imprecando.

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Castello di Venere, in passato usato anche come carcere

La momentanea vittoria non basta a Francesca. Il prete viene denunciato e successivamente condannato ad una pena lieve, troppo lieve perché già il 22 aprile 1565 lo ritroviamo assieme ad alcuni amici per un’altra poco meritoria impresa. Il gruppo fa visita a una certa Vitria Guarnotti, col duplice scopo di violentarla e derubarla. Il tentativo di stupro non riesce perché Vitria si rifugia dai vicini, ma gli aggressori portano via “molta quantità di tela, filo, gioie et altri attrezzi di casa e galline del valore di onze dieci; più altra quantità di tela, del valore di onze due”.
Al processo viene fuori che il Corrao aveva già perseguitato la donna aspettandone il passaggio per le strade e chiamandola “Beddra mia!”.

Giudicato nuovamente colpevole, viene rinchiuso nel Castello di Venere, ma a quanto pare ancora un volta se la cava con poco.

Nel giugno 1566 infatti viene accusato di concubinaggio con Antonella e Franceschella Scuderi, madre e figlia, e questa accusa a quanto pare è giudicata dalla Curia più severamente delle precedenti, perché gli costa il posto di lavoro, che nonostante tutto, ancora deteneva.

Ma il lupo, si sa, perde il pelo ma non il vizio e allora il 18 giugno 1567 ce lo ritroviamo presso la chiesa di Sant’Orsola.

Ma per scoprire cosa ha combinato bisogna avere un po’ di pazienza. Riprendiamo fiato e ci diamo appuntamento fra una settimana…

(CONTINUA…)

A TIA CHI RIRI

Una poesia di Vito Colomba:

A tia chi riri
Io mancu ti viu
Né penso li tu nobili smurfiati.

Tu rici chi si cristianu
Ma io mancu ci criu
E mancu sacciu si siti vattiati.

Pariti du ligna ‘ncavigghiati
Comu tanti sacchi ammazzarati.

Io sugnu rozzo
Ma sacciu pinsare
Sacciu lu me tempo comu l’aiu a passare.

Scrissi stu film pi diletto meu
E canali cincu si complimentau
Persone intelligenti, dico io, e di cultura

Ma chi mi ni futtu di li muddricheddre
Si gh’io a lu me lato c’aiu li vastedde.

E un vu scurdate
Io sugnu sempre Vitu
E ora vi salutu
In tutta Italia sugnu canusciutu.