SERAFINO CULCASI, POETA SATIRICO PACECOTO

Peggiu di l’armali

Un liuni pinzau na matina,
Lassari la foresta e la so tana,
Avennu fami di la carni umana.
Versu lu paisi s’avvicina,
Pinzannu di mangiari nquantità,
Facennu straggi di l’umanità.

Ci dissi la vulpi ntelligenti:
Liuni votatitnni, dunni vai?
Cu sta mudirnità tu non lo sai
Chiddu chi succeri tra la genti.
C’è cchiù serietà nta la furesta
Chi l’omini, li donni e picciriddi
Cu st’epuca si mangianu tra iddi.

Lu turista

Lu turista chhi gira pi lu munnu
Nni cunta nta li Nazioni chiddu chi fannu:
In Germania pi la meccanica nun c’è funnu,
In Svizzera pi l’ossigenu chi hannu,

In Somalia pi li banani chi ci sunnu,
In Russia c’è la nivi tuttu l’annu,
In Italia ch’è un luogo di sapienti,
Unu travagghia e deci fannu nenti.

Munnu scilliratu

Poviru nicu misiru ed afflittu
’Nta stu munnu chi nasci a fari,
Manci picca, tintu, malirittu,

Nuddu chi ti veni a cunzulari,
T’affanni la to vita, ti cunzumi
Comu lu pappagghiuni ‘nta lu lumi.

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LE TRE REGOLE BASE DELLA PASTA CON L’AGLIO

Protagonista di oggi è il piatto trapanese più conosciuto al mondo, la pasta con l’aglio, conosciuta dai forestieri come pesto alla trapanese, e chiamata talvolta agghiata dai locali.

Questo non è un post per puristi, vuole solo dare alcuni consigli su come prepararla, soprattutto ai non trapanesi.

pesto_alla_trapanese

Gli ingredienti consigliati per 3 persone, sono:

500 gr. di pasta, meglio se busiate

4-5 pomodori

80 gr. di mandorle sgusciate

1 mazzetto di basilico

Olio d’oliva

Poco sale

Aglio

Regola numero 1: le dosi. La quantità di aglio dipende dalle preferenze personali, ma evitate l’errore di non metterne abbastanza. Potete usare questa tabella come riferimento:

Light
uno spicchio a testa più 1 per il mortaio
Medium
una testa per 4 persone

Strong

una testa per 3 persone

Extreme

una testa d’aglio per una persona

Mettere nel mortaio l’aglio, le mandorle, il basilico, il sale ed eventualmente un filo d’olio, e con un movimento rotatorio del pestello, schiacciate il contenuto contro le pareti del mortaio. Ricordate, non state impugnando un martello!

Continuate fino a raggiungere una poltiglia cremosa e abbastanza omogenea. Al posto delle mandorle si possono usare le noci o altra frutta secca della medesima consistenza.

Regola numero 2: importantissimo è non usare mai il frullatore. L’aglio va pestato nel mortaio, meglio se di pietra, per permettere l’estrazione dell’allicina, una sostanza che, dicono gli scienziati, non è presente nell’aglio intero e si crea soltanto quando viene schiacciato. Quasi una magia che nessun frullatore o robot da cucina può eguagliare.

A questo punto è il momento dei pomodori. Se avete tempo e voglia aggiungeteli nel mortaio e pestate pure quelli. Se invece vi volete sbrigare metteteli, questi si, nel frullatore. La differenza, a detta di chi scrive è minima, e siccome nessuno ha tempo da perdere, ve lo consigliamo, soprattutto se state cucinando per molte persone.

Ricordiamo che il risultato che si ottiene è migliore coi pomodori spellati, ma se siete pigri o andate di fretta, anche con la buccia può andare.

Regola numero 3: non usate i pomodori pelati in barattoli, ma quelli freschi che assorbono il tono pungente dell’aglio lasciando solo il sapore. Con quelli in barattolo il risultato è diverso. Provare per credere.

A questo punto unite il tutto, aggiungete l’olio extravergine d’oliva. E qui per non incorrere nell’ira dei lettori ci limitiamo a dire che un’olio di bassa qualità può compromettere tutto, quindi attenzione.

Tutto qui. Il pesto è pronto e non va assolutamente riscaldato, anzi, a parte pochissime eccezioni, ricordiamo che l’aglio si mangia crudo. A che ci siamo prima di chiudere due parole sull’aglio: è meglio che sia locale. Di Nubia, Paceco, o Locogrande non importa, purché non vi allontaniate troppo dalla zona. Però siccome molti lettori ci leggono da oltre confine e siccome nella vita talvolta bisogna sapersi adattare, potete utilizzare l’aglio che trovate sul posto, avendo l’accortezza di utilizzare una volta e mezza le dosi originarie. Per esempio se in base alla tabella di sopra volete usare 4 spicchi d’aglio trapanese, ma avete a disposizione solo aglio, mettiamo caso, francese, abbiate l’accortezza di usare 6 spicchi. In questo modo otterrete all’incirca la stessa quantità di allicina, anche se il sapore e la digeribilità non saranno gli stessi. Non è il massimo, ma se l’alternativa è rinunciare alla pasta con l’aglio allora siete perdonati.

Calare e scolare la pasta, condire e mangiare. Per quanto riguarda il tipo di pasta, consigliamo le busiate, ma a nostro avviso non ne esiste uno che ci stia male. Ah, quasi dimenticavamo, accompagnate tutto con le melanzane fritte, avendo cura di fare scolare l’olio in eccesso su carta di giornale. Buon appetito!

Post scriptum: oggi non parliamo degli innumerevoli effetti benefici dell’aglio. Forse in futuro dedicheremo all’argomento lo spazio che merita, per oggi andiamo a cucinare.

I DUE CICLOPI E LA NAVE PARTITA DA WILHELMSHAVEN

La petroliera Pavlos V era un vero e proprio gigante dei mari: lunga 180 metri, larga 24, alta 10 e oltre 15000 tonnellate di stazza lorda.
Era stata costruita nel 1951 nei cantieri di Middlesbrough dalla Furness Shipbuilding Company ed era di proprietà della famiglia di petrolieri greci Vardinoyannis, per cui la nave batteva bandiera greca.

Dopo più di venticinque anni di servizio lasciò il porto tedesco di Wilhelmshaven con 34 persone a bordo dirigendosi verso il Mediterraneo. La destinazione era Milazzo, in Sicilia orientale, ma non vi arrivò mai.

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La raffineria di Wilhelmshaven da cui proveniva il Pavlos V cominciò la produzione di petrolio nel 1976. E’ attiva ancora oggi

La navigazione fu interrotta all’alba dell’11 gennaio 1978 in prossimità delle Egadi da un incendio scoppiato in sala macchine. La macchina dei soccorsi si mise immediatamente in moto. Motovedette e rimorchiatori partirono da Trapani. Si diressero sul posto anche la motonave Eleonora F. e la portacontainer norvegese Admiral Nigeria che si trovavano già in acqua, e perfino un elicottero della Sesta Flotta U.S.A. stanziata nel Mediterraneo. La prima a giungere fu la nave norvegese che prese a bordo trentadue naufraghi, intirizziti dal freddo, scalzi e ancora in pigiama. Erano stati sorpresi dall’incendio mentre dormivano, ma riuscirono a salvarsi calandosi in fretta nelle scialuppe di salvataggio. All’appello mancarono due macchinisti che, rimasti incastrati in sala macchine, alla fine furono le uniche vittime dell’incidente.

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Il relitto del Pavlos V da minaccia ambientale a meta prediletta da subacquei e banchi di pesci

Nel frattempo gli incendi a bordo si erano spenti e i rimorchiatori Ciclope I e Ciclope II agganciarono la petroliera e la trainarono verso il porto di Trapani.  La situazione sembrava farsi più tranquilla, ma davanti la costa, i focolai che sembravano spenti ripresero vigore e causarono un’altra esplosione, più violenta della prima, in sala macchine. L’acqua cominciò a invadere lo scafo e non fu possibile trainarla in porto. Fu adagiata temporaneamente su un fondale basso, circa 35 metri, con la parte di poppa sommersa dalle acque per recuperarla in un secondo momento. Purtroppo l’acqua fu più veloce del piano di recupero e il Pavlos V si inabissò completamente il 6 febbraio 1978. Adesso giace non lontano dalla costa a disposizione degli amanti delle immersioni. Ma perché è affondato quando ormai la situazione sembrava sotto controllo? Un altro mistero che si aggiunge ai precedenti…

Coordinate del relitto 38°01’50” N 12°26’25” E

TOCCO… DI CLASSE

Npassatella-1o, oggi non parliamo di Gigi Rotondi né di salsicce, ma di un gioco che nasce dall’unione di alcool e carte da gioco. Si tramanda da tempo immemore e l’obiettivo é quello di bere il più possibile  facendo rimanere appinnuti, cioè a bocca asciutta, gli altri giocatori, soprattutto chi apprezza particolarmente l’alcool.

Si può giocare in quanti si vuole e siccome l’unione fa la forza, si vengono spesso a formare due “cordate”, in modo tale da aumentare le chances di bevuta. Per partecipare serve una abbondante quantità di vino, birra o altra bevanda alcolica, e un mazzo di carte da gioco.

gioco_della_passatellaChi detiene inizialmente il vino è deciso tramite conta, da cui il nome tocco, oppure con le carte. Il sorteggiato, che per il disturbo può bere la quantità che preferisce o non bere affatto, nomina un nuovo capo e un sottocapo, da cui deriva il nome con cui è conosciuto in molte parti di Sicilia, Patruni e Sutta. La scelta è molto importante perché il capo propone al sottocapo due persone a cui far bere, ma il sottocapo, finché il nominato non ha poggiato le labbra sul bicchiere, ha diritto di veto e quindi se fra i due non si raggiunge un accordo si crea una situazione di stallo che talvolta dà luogo a contrattazioni e perorazioni che possono essere interrotti dal giocatore inizialmente sorteggiato che bevendo lui stesso mette fine alla diatriba. La “bellezza” del gioco sta nell’oratoria di capo e sottocapo che, per giustificare le loro scelte, danno vita a infervorati discorsi, e in cui si possono mescolare ironia, vecchi risentimenti, passioni represse o addirittura umiliazioni che, non deve meravigliare, ogni tanto degenerano.

Terminato il round di bevuta, si prosegue con un nuovo tocco fino all’esaurimento degli alcolici senza un vero e proprio vincitore.

Anche il grande Nino Martoglio ha dedicato al tocco una delle sue poesie.

U TOCCU

(‘ntra la taverna d’ ‘u zù Turi u’ Nanu)

Attoccu ju… vintottu ‘u zù Pasquali…

Biviti? – Bivu, chi nun su’ patruni?

– Tiniti accura… vi po’ fari mali…

Maccu haju a’ casa! – E ju scorci ‘i muluni!…

– Patruni fazzu… – A cui ? – A Ciccu Sali

– Ah!… E sutta? – A Jabicheddu Tartaruni.

– (A mia ‘mpinniti ?… A corpa di pugnali

finisci, avanti Diu!…) – ‘Stu muccuni,

si quannu mai, ci ‘u damu a Spatafora?…;

– Troppu è, livaticcinni un jriteddu.

– Nni fazzu passu!… – A cui?… Nisciti fora!…

A mia ‘stu sfregiu? – A vui tintu sardaru!…

Largu! – Largu! – Sta’ accura! – ‘U to’ cuteddu!…

– Ahjai, Sant’Aituzza!… m’ammazzaru!

Nino Martoglio – Centona

Una variante leggermente meno diffusa è quella in cui l’obiettivo è far ubriacare chi non apprezza particolarmente l’alcool. Il gioco è anche possibile per i minori, a patto ovviamente di utilizzare bevande analcoliche.

Buon divertimento!

 

U RUNCU

u_runcu

U runcu in un dipinto del 1960 di Francesco Renzo Garitta

Un tempo ogni mattina davanti la Villa si poteva incontrare il pittoresco signor Barraco con i suoi inseparabili animali: un pappagallo e una scimmietta, entrambi ammaestrati.

Il signor Barraco, conosciuto da tutti come u runcu, si definiva il più grande annivinavinture, indovino, di Trapani. Quando qualcuno voleva conoscere il futuro, proprio o dei propri cari, si rivolgeva a u runcu che ordinava a Cocò, il pappagallo, di prendere un bigliettino da una cassetta. Ogni bigliettino ovviamente era diverso da tutti gli altri.  

U runcu aveva una abbanniata cantilenante che faceva più o meno così: “Naiu pi tutti, ziti, maritati, figghi, surdati, ricchizza, povertà, … ccanusciti u vostro avviniri, … pigghiati un biglietto!

Un giorno una signora si avvicinò circospetta e gli chiese sottovoce: “Aiu un figghiu carcerato, nave biglietti pi carcerati?” “Certo chi ci l’aiu.” rispose u runcu. Cocò prese il bigliettino, la donna pagò e, mentre ne andava in un luogo isolato per leggerlo in pace, sentì abbanniare: 

Aiu biglietti pi li surdati, pi fimmini schetti e maritati” e poi alzando ancora di più la voce “Aiu biglietti puru pi li carcerati!

Per un a curiosa coincidenza anche il pappagallo della Villa Margherita si chiamava Cocò

La donna, tradita dalla mancata segretezza, si arrabbiò: “Chi figghiu ri buttana stu nnuvina vinture” Megghiu figghiu ri buttana chi carciratu…” rispose u runcu a cui la parlantina non mancava. 

Si un gran curnutu” ribatté la donna. Ma l’altro sempre pronto: “Megghiu curnutu chi ammanittatu…

Infastidita la donna se ne andò, consolata almeno dal fatto che il bigliettino per il figlio le dava buone notizie…

DELZOPPO, SCHONFELD, CADORNA E UNO SPECIALE PRIGIONIERO DI GUERRA

E’ esistito, e forse esiste ancora, un filo diretto che collega Trapani e l’Impero Austro-Ungarico. Abbiamo già parlato della meravigliosa epopea della Juventus Trapani e dell’allenatore che ne fu protagonista, Enrico Schönfeld (PRIMA PARTE, SECONDA PARTE, TERZA PARTE), e non siamo tuttavia riusciti a spiegare come mai, un tempo in cui gli spostamenti erano molto più difficili di quelli attuali, un calciatore straniero che aveva militato in squadre italiane di primo piano, fosse finito in una città se non proprio sperduta, sicuramente calcisticamente non blasonata come Trapani. 

Copertina_libro

Il libro di De Luca, Delzoppo e Devecchi approfondisce il periodo di Arpad Weisz al Novara

Ebbene, una possibile risposta la fornisce Massimo Delzoppogiornalista del Corriere di Novara, che, assieme a Paolo De Luca e Massimo Devecchi, ha scritto un libro su Arpad Weisz, leggendario allenatore di calcio negli anni ’30, che sulla panchina dell’Inter, che allora si chiamava Ambrosiana, del Novara e soprattutto del Bologna, vinse tutto quello che era possibile vincere all’epoca. E chissà quanti altri successi avrebbe potuto raccogliere se la storia non si fosse messa di mezzo. Per Weisz e per la sua famiglia, ebrei, ai trionfi si sostituirono le leggi razziali, la seconda guerra mondiale e infine la deportazione ad Auschwitz da cui nessuno di loro uscirà vivo. Questa in estrema sintesi è la storia di Weisz e per approfondire l’argomento vi consigliamo il libro di Delzoppo, quello di Matteo Marani, che per primo “riscoprì” Weisz dopo un periodo di oblio, e il bellissimo documentario di Federico Buffa.

Ma in tutto questo che c’entra Weisz con Trapani? A metterli in collegamento è una scoperta di De Luca, Delzoppo e Devecchi, che ne fanno credito, e quindi lo facciamo pure noi, a Renzo Fiammetti e allo storico austriaco Erwin A. Schmidl. Anche qui a mettere lo zampino è stata la storia, la prima guerra mondiale, e in particolare una delle offensive sull’Isonzo, la quarta nel linguaggio contabile della storiografia, che, ordinata da Cadorna, doveva servire a conquistare qualche manciata di terreno, ma in pratica si risolse solo in massacro che non spostò le trincee nemmeno di un millimetro. La stessa sorte del resto di tutte le altre battaglie dell’Isonzo…

Arpad_Veisz_interniert_in_Trapani

La scheda conservata all’Archivio di Guerra di Vienna che riporta il luogo di prigionia di Weisz: Trapani

L’offensiva fece però una manciata di prigionieri e tra loro c’era un caporale diciannovenne, originario di Budapest, che venne trasferito nel campo di prigionia di Trapani. Quel giovane era proprio Arpad Weisz e a tutti quelli che non hanno mai sentito parlare di campi di prigionia a Trapani rispondiamo con le parole di Rita Keglovich, autrice di uno studio sui prigionieri di guerra in Sicilia: “La Sicilia fu uno dei paesi più distanti dalle linee di combattimento, e pertanto tale da rendere a chiunque quanto mai difficile e avventuroso ogni eventuale tentativo di fuga. Il fatto rendeva più facile e sicura la sorveglianza con l’impiego della minor quantità possibile di forza armata”

Non deve sorprendere quindi che in tutta la Sicilia c’erano ben 19 campi: i più grandi erano a Palermo, Vittoria e Piazza Armerina, ma ce n’erano anche due nella parte occidentale dell’isola, uno a Trapani e l’altro a Marsala.

Nonostante fosse quasi impossibile per un civile entrare in uno di questi campi, e nonostante i giornali dell’epoca non ne parlino, ci immaginiamo che le condizioni di prigionia fossero tutto sommato abbastanza sopportabili.

“Prigionieri di guerra ungheresi in Sicilia dopo la prima guerra mondiale” di Rita Keglovich fa luce su una pagina di storia poco nota

I detenuti potevano essere impiegati come forza-lavoro e, dato che l’economia della zona era prevalentemente agricola, molti finirono a lavorare nei campi a sostituire gli uomini partiti per la guerra, altri nelle cave di pietra, altri ancora a fare dei lavori artigianali. C’erano poi quelli adibiti al servizio nei campi di prigionia e immaginiamo che Arpad Weisz fosse destinato a questi servizi. Lo diciamo sia perché aveva una certa istruzione, prima di partire per il fronte si era infatti iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Budapest, sia perché era dotato di doti organizzative, che userà ampiamente in futuro quando intraprenderà la carriera di allenatore.

I prigionieri avevano molto tempo libero e potevano usarlo per scrivere lettere, o ancora meglio cartoline, ai propri cari. Alcuni, tra questi c’era Arpad Weisz, studiavano l’italiano anche perché la lettura di giornali o libri italiani era consentita. Un po’ tutti si tenevano in allenamento facendo passeggiate o esercizi fisici e non è difficile immaginare che si organizzassero anche delle partitelle di calcio. E’ quindi probabile che il giovane caporale, a cui il calcio piaceva, sia entrato in contatto con gli ambienti calcistici trapanesi. Purtroppo non sappiamo chi siano questi personaggi, ma l’arrivo a Trapani di Schönfeld nel 1930 potrebbe essere dovuto alla “raccomandazione” di Weisz che a distanza di dodici anni era ancora in contatto con le sue conoscenze trapanesi. L’ipotesi, accennata da Massimo Del Zoppo nel libro “Un azzurro infinito”, ci vede pienamente d’accordo.

Trapani_1948-49

Il Trapani nell’anno 1948-49. Politzer, il secondo in piedi da sinistra, indossa un borsalino

Ma la storia non finisce qui. Tra gli allenatori del Trapani, oltre a Washington Cacciavillani, solo altri due sono non italiani. Sono Lajos Politzer (stagione 1948-49) e Ferenc Plemich (stagioni 1952-53 e 1953-54), e sono entrambi ungheresi, in un periodo in cui, val la pena notare, l’Ungheria era al di là della Cortina di Ferro. E’ un caso? Certamente no. Estendendo la teoria di Del Zoppo, si può ipotizzare che Schönfeld, abbia “raccomandato” Politzer, nello stesso modo in cui lui stesso era stato raccomandato da Weisz. La tesi è avvalorata anche dal fatto che Schönfeld ha lasciato in città un buon ricordo ed è dunque plausibile che venisse ascoltato dai dirigenti del Trapani Calcio anche nel dopoguerra. E così Politzer arrivò a Trapani, e, siccome gli ungheresi allora facevano come i siciliani quando sono all’estero, cioè uno tira l’altro, ecco che a un certo punto arrivò anche Plemich, e qui non abbiamo dubbi che fu assunto grazie a Politzer, dato i due si conoscevano da tempo. La storia ricorda, leggermente, quella di un altro esteuropeo, boemo questa volta, che una ventina d’anni dopo sbarcherà a Palermo chiamato dallo zio: stiamo parlando di Zdeněk Zeman e di Čestmír Vycpálek.

Per la cronaca, con Politzer il Trapani raggiunse un onorevole sesto posto in serie C.

Sempre per la cronaca, con Plemich, subentrato ad Aimone Lo Prete a campionato in corso, il Trapani raggiunse il settimo posto in Interregionale, allora chiamata IV serie. L’anno successivo, dopo un avvio di campionato altalenante, diede le dimissioni terminando così l’esperienza a Trapani e allo stesso tempo una ventennale carriera da allenatore. Tra l’altro a sostituirlo in panchina fu un giocatore arrivato l’anno prima tra le polemiche, un calciatore dal nome e dal passato importante, ma questa è un’altra storia. Ci siamo dilungati fin troppo e quindi per oggi ci fermiamo qui…

PIETRO GAETA E IL CLUB DEI LATIN LOVER

Cari lettori, oggi parliamo del goliardico Pietro Gaeta. Ne parliamo perché è, o almeno lui stesso si è definito, « il più grande amatore d’Italia », al punto da fondare il club dei latin lover, di cui è stato ovviamente presidente nazionale. L’idea risale al 1992, dopo una cena in campeggio fra amici, e non sappiamo se il club esista ancora. Saremmo grati a chi, soci del club o il presidente in persona, potesse darci maggiori informazioni per aggiornare l’articolo.

Ma intanto andiamo avanti. Gaeta era un latin lover, lo abbiamo detto, ma non immaginatevi il classico sciupafemmine. Niente lo faceva andare in bestia quanto essere associato a un volgare playboy. 

“Noi siamo poeti dell’amore. E loro? Ah, loro puntano solo alla materializzazione delle passioni mostrando vanto agli amici dei propri atti virili.”
Pietro Gaeta sulla differenza tra playboy e latin lover

Per Gaeta, le donne non erano una conquista, ma una filosofia di vita, e infatti, come Pitagora e Aristotele, anche Gaeta aveva la sua scuola, anzi ne aveva ben due. La prima era l’Istituto Nautico dove insegnava noiose nozioni di astronomia e tecniche di navigazione; la seconda, quella che veramente ci interessa, era la scuola per latin lover riservata solamente ai selezionatissimi iscritti al club. L’adesione era a numero chiuso, vi si insegnavano estetica, psicologia sociale, dialettica e arte latina e, come ogni corso che si rispetti, aveva il suo libro di testo, “La filosofia dell’approccio”, scritto dallo stesso Gaeta.

Pietro Gaeta con Gabriella Lunghi, conduttrice di Colpo Grosso

Di Gaeta si ricorda anche una partecipazione a Colpo Grosso nel 1992, programma televisivo, lo ricordiamo ai pochi che non lo conoscono, condotto storicamente da Umberto Smaila. Nella benpensante Trapani degli anni ’90, la partecipazione alla trasmissione di un trapanese, anzi di un professore che più di altri doveva tenere comportamenti virtuosi e aderenti alla morale, riempì le cronache dei bar e dei parrucchieri per molto tempo.

Ma d’altronde Pietro Gaeta era così, gli piaceva sorprendere. E di sicuro fu una sorpresa per tutti la fondazione di un’altra associazione, destinata a uomini tra i 35 e i 55 anni,  spiegava Gaeta stesso, “che nel giro di un paio di mesi hanno già superato la crisi e si accingono a ricominciare una nuova vita, magari accanto a donne un po’ più fedeli”. Era nato così il club dei mariti traditi! E anche qui l’ammissione era rigorosa. Solo chi poteva dimostrare il tradimento della moglie veniva ammesso e chissà se lui si considerava della categoria. A suo dire però il club nacque solo per sostenere gli amici in difficoltà. 

“Molti amici mi hanno raccontato i loro guai con le mogli. Li ho visti piangere, disperarsi, meditare propositi di vendetta. Per un poco ho cercato di aiutarli singolarmente, poi ho capito che fondare un club potesse farli sentire meglio.”
Pietro Gaeta e i mariti traditi

Era il 1994 e sempre nello stesso anno sfrutta la popolarità per candidarsi a sindaco con una lista civica da lui chiamata TESA, che senza doppi sensi significava Trapanesi Esasperati Stanchi Avviliti. Ha ottenuto 989 voti, pari al 2,65%, risultato certo non sufficiente per diventare sindaco, ma per niente disprezzabile, e non sappiamo se attribuirne il merito alle donne attratte dal suo fascino o al sostegno dei mariti cornuti…

Questo articolo è un regalo di compleanno per un amico che forse un pochino si identificherà con Pietro Gaeta…