I DUE CICLOPI E LA NAVE PARTITA DA WILHELMSHAVEN

La petroliera Pavlos V era un vero e proprio gigante dei mari: lunga 180 metri, larga 24, alta 10 e oltre 15000 tonnellate di stazza lorda.
Era stata costruita nel 1951 nei cantieri di Middlesbrough dalla Furness Shipbuilding Company ed era di proprietà della famiglia di petrolieri greci Vardinoyannis, per cui la nave batteva bandiera greca.

Dopo più di venticinque anni di servizio lasciò il porto tedesco di Wilhelmshaven con 34 persone a bordo dirigendosi verso il Mediterraneo. La destinazione era Milazzo, in Sicilia orientale, ma non vi arrivò mai.

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La raffineria di Wilhelmshaven da cui proveniva il Pavlos V cominciò la produzione di petrolio nel 1976. E’ attiva ancora oggi

La navigazione fu interrotta all’alba dell’11 gennaio 1978 in prossimità delle Egadi da un incendio scoppiato in sala macchine. La macchina dei soccorsi si mise immediatamente in moto. Motovedette e rimorchiatori partirono da Trapani. Si diressero sul posto anche la motonave Eleonora F. e la portacontainer norvegese Admiral Nigeria che si trovavano già in acqua, e perfino un elicottero della Sesta Flotta U.S.A. stanziata nel Mediterraneo. La prima a giungere fu la nave norvegese che prese a bordo trentadue naufraghi, intirizziti dal freddo, scalzi e ancora in pigiama. Erano stati sorpresi dall’incendio mentre dormivano, ma riuscirono a salvarsi calandosi in fretta nelle scialuppe di salvataggio. All’appello mancarono due macchinisti che, rimasti incastrati in sala macchine, alla fine furono le uniche vittime dell’incidente.

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Il relitto del Pavlos V da minaccia ambientale a meta prediletta da subacquei e banchi di pesci

Nel frattempo gli incendi a bordo si erano spenti e i rimorchiatori Ciclope I e Ciclope II agganciarono la petroliera e la trainarono verso il porto di Trapani.  La situazione sembrava farsi più tranquilla, ma davanti la costa, i focolai che sembravano spenti ripresero vigore e causarono un’altra esplosione, più violenta della prima, in sala macchine. L’acqua cominciò a invadere lo scafo e non fu possibile trainarla in porto. Fu adagiata temporaneamente su un fondale basso, circa 35 metri, con la parte di poppa sommersa dalle acque per recuperarla in un secondo momento. Purtroppo l’acqua fu più veloce del piano di recupero e il Pavlos V si inabissò completamente il 6 febbraio 1978. Adesso giace non lontano dalla costa a disposizione degli amanti delle immersioni. Ma perché è affondato quando ormai la situazione sembrava sotto controllo? Un altro mistero che si aggiunge ai precedenti…

Coordinate del relitto 38°01’50” N 12°26’25” E

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TOCCO… DI CLASSE

Npassatella-1o, oggi non parliamo di Gigi Rotondi né di salsicce, ma di un gioco che nasce dall’unione di alcool e carte da gioco. Si tramanda da tempo immemore e l’obiettivo é quello di bere il più possibile  facendo rimanere appinnuti, cioè a bocca asciutta, gli altri giocatori, soprattutto chi apprezza particolarmente l’alcool.

Si può giocare in quanti si vuole e siccome l’unione fa la forza, si vengono spesso a formare due “cordate”, in modo tale da aumentare le chances di bevuta. Per partecipare serve una abbondante quantità di vino, birra o altra bevanda alcolica, e un mazzo di carte da gioco.

gioco_della_passatellaChi detiene inizialmente il vino è deciso tramite conta, da cui il nome tocco, oppure con le carte. Il sorteggiato, che per il disturbo può bere la quantità che preferisce o non bere affatto, nomina un nuovo capo e un sottocapo, da cui deriva il nome con cui è conosciuto in molte parti di Sicilia, Patruni e Sutta. La scelta è molto importante perché il capo propone al sottocapo due persone a cui far bere, ma il sottocapo, finché il nominato non ha poggiato le labbra sul bicchiere, ha diritto di veto e quindi se fra i due non si raggiunge un accordo si crea una situazione di stallo che talvolta dà luogo a contrattazioni e perorazioni che possono essere interrotti dal giocatore inizialmente sorteggiato che bevendo lui stesso mette fine alla diatriba. La “bellezza” del gioco sta nell’oratoria di capo e sottocapo che, per giustificare le loro scelte, danno vita a infervorati discorsi, e in cui si possono mescolare ironia, vecchi risentimenti, passioni represse o addirittura umiliazioni che, non deve meravigliare, ogni tanto degenerano.

Terminato il round di bevuta, si prosegue con un nuovo tocco fino all’esaurimento degli alcolici senza un vero e proprio vincitore.

Anche il grande Nino Martoglio ha dedicato al tocco una delle sue poesie.

U TOCCU

(‘ntra la taverna d’ ‘u zù Turi u’ Nanu)

Attoccu ju… vintottu ‘u zù Pasquali…

Biviti? – Bivu, chi nun su’ patruni?

– Tiniti accura… vi po’ fari mali…

Maccu haju a’ casa! – E ju scorci ‘i muluni!…

– Patruni fazzu… – A cui ? – A Ciccu Sali

– Ah!… E sutta? – A Jabicheddu Tartaruni.

– (A mia ‘mpinniti ?… A corpa di pugnali

finisci, avanti Diu!…) – ‘Stu muccuni,

si quannu mai, ci ‘u damu a Spatafora?…;

– Troppu è, livaticcinni un jriteddu.

– Nni fazzu passu!… – A cui?… Nisciti fora!…

A mia ‘stu sfregiu? – A vui tintu sardaru!…

Largu! – Largu! – Sta’ accura! – ‘U to’ cuteddu!…

– Ahjai, Sant’Aituzza!… m’ammazzaru!

Nino Martoglio – Centona

Una variante leggermente meno diffusa è quella in cui l’obiettivo è far ubriacare chi non apprezza particolarmente l’alcool. Il gioco è anche possibile per i minori, a patto ovviamente di utilizzare bevande analcoliche.

Buon divertimento!

 

U RUNCU

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U runcu in un dipinto del 1960 di Francesco Renzo Garitta

Un tempo ogni mattina davanti la Villa si poteva incontrare il pittoresco signor Barraco con i suoi inseparabili animali: un pappagallo e una scimmietta, entrambi ammaestrati.

Il signor Barraco, conosciuto da tutti come u runcu, si definiva il più grande annivinavinture, indovino, di Trapani. Quando qualcuno voleva conoscere il futuro, proprio o dei propri cari, si rivolgeva a u runcu che ordinava a Cocò, il pappagallo, di prendere un bigliettino da una cassetta. Ogni bigliettino ovviamente era diverso da tutti gli altri.  

U runcu aveva una abbanniata cantilenante che faceva più o meno così: “Naiu pi tutti, ziti, maritati, figghi, surdati, ricchizza, povertà, … ccanusciti u vostro avviniri, … pigghiati un biglietto!

Un giorno una signora si avvicinò circospetta e gli chiese sottovoce: “Aiu un figghiu carcerato, nave biglietti pi carcerati?” “Certo chi ci l’aiu.” rispose u runcu. Cocò prese il bigliettino, la donna pagò e, mentre ne andava in un luogo isolato per leggerlo in pace, sentì abbanniare: 

Aiu biglietti pi li surdati, pi fimmini schetti e maritati” e poi alzando ancora di più la voce “Aiu biglietti puru pi li carcerati!

Per un a curiosa coincidenza anche il pappagallo della Villa Margherita si chiamava Cocò

La donna, tradita dalla mancata segretezza, si arrabbiò: “Chi figghiu ri buttana stu nnuvina vinture” Megghiu figghiu ri buttana chi carciratu…” rispose u runcu a cui la parlantina non mancava. 

Si un gran curnutu” ribatté la donna. Ma l’altro sempre pronto: “Megghiu curnutu chi ammanittatu…

Infastidita la donna se ne andò, consolata almeno dal fatto che il bigliettino per il figlio le dava buone notizie…

DELZOPPO, SCHONFELD, CADORNA E UNO SPECIALE PRIGIONIERO DI GUERRA

E’ esistito, e forse esiste ancora, un filo diretto che collega Trapani e l’Impero Austro-Ungarico. Abbiamo già parlato della meravigliosa epopea della Juventus Trapani e dell’allenatore che ne fu protagonista, Enrico Schönfeld (PRIMA PARTE, SECONDA PARTE, TERZA PARTE), e non siamo tuttavia riusciti a spiegare come mai, un tempo in cui gli spostamenti erano molto più difficili di quelli attuali, un calciatore straniero che aveva militato in squadre italiane di primo piano, fosse finito in una città se non proprio sperduta, sicuramente calcisticamente non blasonata come Trapani. 

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Il libro di De Luca, Delzoppo e Devecchi approfondisce il periodo di Arpad Weisz al Novara

Ebbene, una possibile risposta la fornisce Massimo Delzoppogiornalista del Corriere di Novara, che, assieme a Paolo De Luca e Massimo Devecchi, ha scritto un libro su Arpad Weisz, leggendario allenatore di calcio negli anni ’30, che sulla panchina dell’Inter, che allora si chiamava Ambrosiana, del Novara e soprattutto del Bologna, vinse tutto quello che era possibile vincere all’epoca. E chissà quanti altri successi avrebbe potuto raccogliere se la storia non si fosse messa di mezzo. Per Weisz e per la sua famiglia, ebrei, ai trionfi si sostituirono le leggi razziali, la seconda guerra mondiale e infine la deportazione ad Auschwitz da cui nessuno di loro uscirà vivo. Questa in estrema sintesi è la storia di Weisz e per approfondire l’argomento vi consigliamo il libro di Delzoppo, quello di Matteo Marani, che per primo “riscoprì” Weisz dopo un periodo di oblio, e il bellissimo documentario di Federico Buffa.

Ma in tutto questo che c’entra Weisz con Trapani? A metterli in collegamento è una scoperta di De Luca, Delzoppo e Devecchi, che ne fanno credito, e quindi lo facciamo pure noi, a Renzo Fiammetti e allo storico austriaco Erwin A. Schmidl. Anche qui a mettere lo zampino è stata la storia, la prima guerra mondiale, e in particolare una delle offensive sull’Isonzo, la quarta nel linguaggio contabile della storiografia, che, ordinata da Cadorna, doveva servire a conquistare qualche manciata di terreno, ma in pratica si risolse solo in massacro che non spostò le trincee nemmeno di un millimetro. La stessa sorte del resto di tutte le altre battaglie dell’Isonzo…

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La scheda conservata all’Archivio di Guerra di Vienna che riporta il luogo di prigionia di Weisz: Trapani

L’offensiva fece però una manciata di prigionieri e tra loro c’era un caporale diciannovenne, originario di Budapest, che venne trasferito nel campo di prigionia di Trapani. Quel giovane era proprio Arpad Weisz e a tutti quelli che non hanno mai sentito parlare di campi di prigionia a Trapani rispondiamo con le parole di Rita Keglovich, autrice di uno studio sui prigionieri di guerra in Sicilia: “La Sicilia fu uno dei paesi più distanti dalle linee di combattimento, e pertanto tale da rendere a chiunque quanto mai difficile e avventuroso ogni eventuale tentativo di fuga. Il fatto rendeva più facile e sicura la sorveglianza con l’impiego della minor quantità possibile di forza armata”

Non deve sorprendere quindi che in tutta la Sicilia c’erano ben 19 campi: i più grandi erano a Palermo, Vittoria e Piazza Armerina, ma ce n’erano anche due nella parte occidentale dell’isola, uno a Trapani e l’altro a Marsala.

Nonostante fosse quasi impossibile per un civile entrare in uno di questi campi, e nonostante i giornali dell’epoca non ne parlino, ci immaginiamo che le condizioni di prigionia fossero tutto sommato abbastanza sopportabili.

“Prigionieri di guerra ungheresi in Sicilia dopo la prima guerra mondiale” di Rita Keglovich fa luce su una pagina di storia poco nota

I detenuti potevano essere impiegati come forza-lavoro e, dato che l’economia della zona era prevalentemente agricola, molti finirono a lavorare nei campi a sostituire gli uomini partiti per la guerra, altri nelle cave di pietra, altri ancora a fare dei lavori artigianali. C’erano poi quelli adibiti al servizio nei campi di prigionia e immaginiamo che Arpad Weisz fosse destinato a questi servizi. Lo diciamo sia perché aveva una certa istruzione, prima di partire per il fronte si era infatti iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Budapest, sia perché era dotato di doti organizzative, che userà ampiamente in futuro quando intraprenderà la carriera di allenatore.

I prigionieri avevano molto tempo libero e potevano usarlo per scrivere lettere, o ancora meglio cartoline, ai propri cari. Alcuni, tra questi c’era Arpad Weisz, studiavano l’italiano anche perché la lettura di giornali o libri italiani era consentita. Un po’ tutti si tenevano in allenamento facendo passeggiate o esercizi fisici e non è difficile immaginare che si organizzassero anche delle partitelle di calcio. E’ quindi probabile che il giovane caporale, a cui il calcio piaceva, sia entrato in contatto con gli ambienti calcistici trapanesi. Purtroppo non sappiamo chi siano questi personaggi, ma l’arrivo a Trapani di Schönfeld nel 1930 potrebbe essere dovuto alla “raccomandazione” di Weisz che a distanza di dodici anni era ancora in contatto con le sue conoscenze trapanesi. L’ipotesi, accennata da Massimo Del Zoppo nel libro “Un azzurro infinito”, ci vede pienamente d’accordo.

Trapani_1948-49

Il Trapani nell’anno 1948-49. Politzer, il secondo in piedi da sinistra, indossa un borsalino

Ma la storia non finisce qui. Tra gli allenatori del Trapani, oltre a Washington Cacciavillani, solo altri due sono non italiani. Sono Lajos Politzer (stagione 1948-49) e Ferenc Plemich (stagioni 1952-53 e 1953-54), e sono entrambi ungheresi, in un periodo in cui, val la pena notare, l’Ungheria era al di là della Cortina di Ferro. E’ un caso? Certamente no. Estendendo la teoria di Del Zoppo, si può ipotizzare che Schönfeld, abbia “raccomandato” Politzer, nello stesso modo in cui lui stesso era stato raccomandato da Weisz. La tesi è avvalorata anche dal fatto che Schönfeld ha lasciato in città un buon ricordo ed è dunque plausibile che venisse ascoltato dai dirigenti del Trapani Calcio anche nel dopoguerra. E così Politzer arrivò a Trapani, e, siccome gli ungheresi allora facevano come i siciliani quando sono all’estero, cioè uno tira l’altro, ecco che a un certo punto arrivò anche Plemich, e qui non abbiamo dubbi che fu assunto grazie a Politzer, dato i due si conoscevano da tempo. La storia ricorda, leggermente, quella di un altro esteuropeo, boemo questa volta, che una ventina d’anni dopo sbarcherà a Palermo chiamato dallo zio: stiamo parlando di Zdeněk Zeman e di Čestmír Vycpálek.

Per la cronaca, con Politzer il Trapani raggiunse un onorevole sesto posto in serie C.

Sempre per la cronaca, con Plemich, subentrato ad Aimone Lo Prete a campionato in corso, il Trapani raggiunse il settimo posto in Interregionale, allora chiamata IV serie. L’anno successivo, dopo un avvio di campionato altalenante, diede le dimissioni terminando così l’esperienza a Trapani e allo stesso tempo una ventennale carriera da allenatore. Tra l’altro a sostituirlo in panchina fu un giocatore arrivato l’anno prima tra le polemiche, un calciatore dal nome e dal passato importante, ma questa è un’altra storia. Ci siamo dilungati fin troppo e quindi per oggi ci fermiamo qui…

PIETRO GAETA E IL CLUB DEI LATIN LOVER

Cari lettori, oggi parliamo del goliardico Pietro Gaeta. Ne parliamo perché è, o almeno lui stesso si è definito, « il più grande amatore d’Italia », al punto da fondare il club dei latin lover, di cui è stato ovviamente presidente nazionale. L’idea risale al 1992, dopo una cena in campeggio fra amici, e non sappiamo se il club esista ancora. Saremmo grati a chi, soci del club o il presidente in persona, potesse darci maggiori informazioni per aggiornare l’articolo.

Ma intanto andiamo avanti. Gaeta era un latin lover, lo abbiamo detto, ma non immaginatevi il classico sciupafemmine. Niente lo faceva andare in bestia quanto essere associato a un volgare playboy. 

“Noi siamo poeti dell’amore. E loro? Ah, loro puntano solo alla materializzazione delle passioni mostrando vanto agli amici dei propri atti virili.”
Pietro Gaeta sulla differenza tra playboy e latin lover

Per Gaeta, le donne non erano una conquista, ma una filosofia di vita, e infatti, come Pitagora e Aristotele, anche Gaeta aveva la sua scuola, anzi ne aveva ben due. La prima era l’Istituto Nautico dove insegnava noiose nozioni di astronomia e tecniche di navigazione; la seconda, quella che veramente ci interessa, era la scuola per latin lover riservata solamente ai selezionatissimi iscritti al club. L’adesione era a numero chiuso, vi si insegnavano estetica, psicologia sociale, dialettica e arte latina e, come ogni corso che si rispetti, aveva il suo libro di testo, “La filosofia dell’approccio”, scritto dallo stesso Gaeta.

Pietro Gaeta con Gabriella Lunghi, conduttrice di Colpo Grosso

Di Gaeta si ricorda anche una partecipazione a Colpo Grosso nel 1992, programma televisivo, lo ricordiamo ai pochi che non lo conoscono, condotto storicamente da Umberto Smaila. Nella benpensante Trapani degli anni ’90, la partecipazione alla trasmissione di un trapanese, anzi di un professore che più di altri doveva tenere comportamenti virtuosi e aderenti alla morale, riempì le cronache dei bar e dei parrucchieri per molto tempo.

Ma d’altronde Pietro Gaeta era così, gli piaceva sorprendere. E di sicuro fu una sorpresa per tutti la fondazione di un’altra associazione, destinata a uomini tra i 35 e i 55 anni,  spiegava Gaeta stesso, “che nel giro di un paio di mesi hanno già superato la crisi e si accingono a ricominciare una nuova vita, magari accanto a donne un po’ più fedeli”. Era nato così il club dei mariti traditi! E anche qui l’ammissione era rigorosa. Solo chi poteva dimostrare il tradimento della moglie veniva ammesso e chissà se lui si considerava della categoria. A suo dire però il club nacque solo per sostenere gli amici in difficoltà. 

“Molti amici mi hanno raccontato i loro guai con le mogli. Li ho visti piangere, disperarsi, meditare propositi di vendetta. Per un poco ho cercato di aiutarli singolarmente, poi ho capito che fondare un club potesse farli sentire meglio.”
Pietro Gaeta e i mariti traditi

Era il 1994 e sempre nello stesso anno sfrutta la popolarità per candidarsi a sindaco con una lista civica da lui chiamata TESA, che senza doppi sensi significava Trapanesi Esasperati Stanchi Avviliti. Ha ottenuto 989 voti, pari al 2,65%, risultato certo non sufficiente per diventare sindaco, ma per niente disprezzabile, e non sappiamo se attribuirne il merito alle donne attratte dal suo fascino o al sostegno dei mariti cornuti…

Questo articolo è un regalo di compleanno per un amico che forse un pochino si identificherà con Pietro Gaeta…

SETTIMEU

Carte_sicilianeTipico gioco del periodo dell’Immacolata, quando cominciano le giocate a carte, è il Settimeu. In passato era giocato soprattutto dalle donne e dai bambini che si riunivano in cortile. Ne riassumiamo quindi le semplici regole con la variante in cui al posto dei soldi si usano le mandorle. 

Si gioca in quanti si vuole, anzi più giocatori ci sono, meglio è. Ognuno mette una mandorla al centro del tavolo. Una volta si usava il tavoliere, quello per preparare la pasta fresca e che spesso costituiva l’improvvisato tavolo da gioco.

Le regole sono semplicissime. Il mazziere distribuisce una carta scoperta a ciascun giocatore. Se la carta è di denari il giocatore vince una mandorla, oltre quella messa a montepremi inizialmente. Dopo che la prima carta di denari è uscita, il piatto si dice spignato, (qui un altro esempio di spignatura) . Le mandorle rimaste nel munzeddu alla fine del giro sono del mazziere.

Se però esce il sette di denari la mano finisce. Il fortunato allunga le braccia e gridando “Settimeu!” porta a sé tutte le mandorle rimaste.

Fare settimeu è entrato nel linguaggio comune per indicare scherzosamente un comportamento avido e bramoso, proprio come quello del giocatore di Settimeu.

Adesso nell’attesa del prossimo articolo sapete cosa fare… :-)

BREVISSIMA STORIA DELLA MONTE ERICE

Cari lettori, dopo breve pausa estiva rieccoci a parlare della Monte Erice, la cui 59-ima edizione si correrà a settembre.

Le caratteristiche tecniche del percorso e le bellezze naturali ne fanno una delle gare automobilistiche siciliane più importanti e appuntamento fisso per gli studenti che saltano la scuola per andare a vedere le prove dell’acchianata o munte.

Dal 1998, oltre la corsa vera e propria, si svolge anche la rievocazione storica. Nella foto una Lancia Ardea del 1952

La prima cronoscalata è stata organizzata nel 1954 dall’Automobile Club di Trapani. Vinse Pasquale Tacci su Alfa Romeo 1900 TI che coprì i 16550 metri del tragitto iniziale in 11’30”, alla media di 87.347 km/h. Chi è andato a Erice in macchina sa quanto prodigiosa sia stata l’impresa di Tacci!

Da allora la corsa è cresciuta di anno in anno fino a diventare uno degli appuntamenti fissi del Campionato Italiano Velocità Montagna (link). Nel corso degli anni il percorso è stato via via accorciato. Dagli oltre 16 chilometri iniziali si è passati ai circa 6 attuali, che, dal 1988 vengono ripetuti in due manches. In qualche occasione (1961, 1976, 1977, 1980 e 2013) problemi organizzativi hanno impedito lo svolgimento della competizione.

Nino Vaccarella, tre volte vincitore della Monte Erice, ha avuto una carriera ricca di successi. Nella foto è assieme al francese Jean Guichet, con cui nel 1964 ha vinto la 24 ore di Le Mans alla guida di una Ferrari 275P. Purtroppo dopo la gara non avrà il tempo di festeggiare perché deve tornare immediatamente a Palermo per impegni di lavoro nella scuola di cui è preside. Da quel giorno sarà per tutti il “preside volante”.

Non c’è stato mai un trapanese tra i vincitori, anche se sono stati molti i siciliani: Angelo Giliberti detto Bitter, l’imbattibile Piero La Pera, che, nell’auto con cui aveva vinto, trovò la morte qualche anno dopo mentre era impegnato in un’altra competizione, Nino Vaccarella, il “preside volante”, Eugenio Renna, che correva con lo pseudonimo di Amphicar e che, oltre agli avversari, doveva fare attenzione anche al sedile della propria auto che talvolta non riusciva a reggerne il peso, il marsalese Benny Rosolia, finito poi in prigione per estorsione per una vicenda legata neanche a dirlo al mondo delle automobili, il “principe del volante” Enrico Grimaldi, che nobile lo era davvero e che detiene il record di vittorie della gara, ben 7, Ferdinando Latteri, che dopo le gare continuò a correre in ambito accademico e politico, tanto da diventare rettore dell’Università di Catania e deputato, eletto alla Camera per quattro volte, il sicilianissimo Ludwig Von Kappen, che in realtà si chiamava Ignazio Capuano e che usava un nome falso per non giustificare al capo le troppe assenze dal lavoro, il pilota gentleman Nino Todaro e Luigi Sartorio che, ispirato da Claudia Cardinale, correva col nome di Popsy Pop.

Noi ci fermiamo qui, ma chi volesse approfondire la storia della Monte Erice può farlo leggendo i due libri dei fratelli Lo Duca editi da Manu Edizioni Sportive.

Con Monte Cofano a fare da sfondo, la Ferrari California, è stata presentata in Sicilia, si vocifera, per volere di Montezemolo